Il Raduno San Marino Tolkien Fest, dalle nostre inviate sul posto

Chiara Nejrotti e Luisa Paglieri erano (attivamente) presenti al Raduno San Marino Tolkien Fest (qui la pagina Facebook). Ci hanno scritto questo resoconto, che riportiamo di seguito. Se volete vedere qualche video delle conferenze, rimandiamo qui agli amici di RadioBrea!

Dal 28 al 30 luglio si è svolto anche quest’anno l’evento tolkieniano organizzato dall’associazione Titania nella Repubblica di San Marino. Il Raduno, di cui quest’anno si è festeggiato il decennale, è innanzitutto un ritrovo di amici, per questo motivo le vostre inviate speciali Chiara e Luisa vi hanno partecipato, come negli anni scorsi; ecco un breve resoconto.

Anziché nella Rocca e per le vie della città di San Marino, l’evento quest’anno si è svolto nel podere Lesignano, sempre nel territorio della Repubblica, ma in un paesaggio decisamente più bucolico. Se negli anni precedenti si era a Minas Tirith, quest’anno ci siamo spostati nella Contea: le luci, i padiglioni contornati da festoni di bandierine colorate davano proprio l’impressione di trovarsi alla Festa a lungo attesa organizzata da Bilbo.

Molti i workshop a cui era possibile partecipare: dai “classici” di tiro con l’arco e scherma storica, a quelli meno usuali di ricamo e pesca nel laghetto sovrastante, ovviamente ribattezzato “Mirolago”.

Molto frequentata la sala dedicata ai giochi di ruolo e da tavola, che si sono svolti durante tutti i due giorni della manifestazione.

Il punto focale, come sempre, sono state comunque le tavole rotonde, a cui hanno partecipato anche le sottoscritte come relatrici. Purtroppo alcuni degli ospiti previsti, come il “nostro” Paolo Gulisano, non hanno potuto essere presenti, tuttavia i relatori intervenuti hanno ampiamente sviluppato i temi proposti negli  incontri, che sono stati vivaci e ricchi di spunti interessanti.

Nel pomeriggio del venerdì, Federico De Renzi, filologo, turcologo e islamista, ha presentato una propria riflessione sulle lingue della Terra di Mezzo meno conosciute e sviluppate dal Professore, come la lingua Nera e la lingua dei Nani; mostrando come anch’esse possano essere ricondotte a radici di lingue antiche effettivamente esistenti.

Successivamente il Raduno ha voluto commemorare una cara amica, presente al Raduno fin dalla prima edizione, che purtroppo ci ha lasciato: Adriana Comaschi. Insieme abbiamo ricordato la sua grande bravura di scrittrice fantasy, la sua vivacità intellettuale e la sua simpatia; per chi l’ha conosciuta, come noi, lascia un grande vuoto e siamo certi che essa sia approdata nelle Terre Imperiture e oltre il Ponte dell’arcobaleno dai suoi amati gatti.

Il sabato mattina, Ivano Sassanelli è intervenuto a distanza per parlarci del rapporto di Tolkien con i figli, in particolare con il secondogenito Michael, mentre Luca Arrighini ha ripercorso il rapporto del giovane John Ronald con Padre Francis Morgan che gli fece da tutore: questo rapporto rimase per lui il modello della paternità.

Il secondo incontro della mattinata, intitolato “Il Canto di Iluvatar” si è occupato dei due capisaldi della sub creazione tolkieniana: la fede, di cui ci hanno parlato ancora Ivano e Luca, e il linguaggio, di cui ha parlato la sottoscritta Luisa.

Nel pomeriggio si è svolta la tavola rotonda: “La Casetta del Gioco Perduto, vol.II – uno sguardo aggiornato al mondo del gaming tolkieniano e fantastico”a cui hanno partecipato i relatori; H. Pu, E. Borro, G. Galli, N. Gentile, Mastro Underhill, Riviera Nerd; seguita dall’incontro dedicato al bilancio dell’importanza dell’opera di Tolkien e della sua influenza dopo 50 anni  dalla morte del Professore: “Andata e Ritorno – un punto sull’Opera e il Ricordo di Tolkien a 50 anni dalla scomparsa/Nuove Pagine Tolkieniane”.

L’incontro ha visto sia la presentazione di saggi ispirati all’universo e alla poetica tolkieniana, come quello dedicato a Tolkien e Dante di Ivano Sassanelli, quello sull’influenza della mitologia e della letteratura classica di Arianna Parissi e quello sulla guerra nella Terra di Mezzo di Marco Rubboli, sia un bilancio dell’importanza dell’opera tolkieniana sull’immaginario. A questo riguardo Armando Corridore, editore e saggista, ha parlato dell’importanza del sublime nella letteratura e in particolare nel fantastico, e di quanto questo sia sempre più assente nella narrativa attuale . La vostra  qui presente Chiara poi ha cercato di rispondere alla domanda: “perché Tolkien possa essere considerato un classico” e per quale motivo la sua opera abbia avuto e continui ad avere così tanto successo.   Alessandro Bizzarri, infine, ha presentato la sua trilogia fantasy ispirata al Signore degli Anelli e a D&D.

La domenica mattina si è svolta l’interessantissima tavola rotonda dal titolo “Le Fondamenta del Fantastico – Viaggio nella letteratura e Folklore del Medioevo”: Carla Iacono Isidoro, antropologa e studiosa degli aspetti storico-antropologici dell’opera di Tolkien, ci ha parlato del Green Man  ovvero l’Uomo Selvatico, dal punto di vista antropologico e folklorico (anche se i due personaggi non sono proprio la stessa cosa, secondo  Luisa), figura che Tolkien conosceva bene avendo curato l’edizione di Gawain e il Cavaliere Verde, e che si può ritrovare in Barbalbero, ma anche in Tom Bombadil. Ferruccio Cortesi, archeologo e antropologo, è risalito indietro nel tempo per rintracciare i Berserkr, i guerrieri-orso, di cui Beorn è un perfetto esemplare. Errico Borro, archeologo e coautore del gioco di ruolo Il tempo della spada ha trattato il tema della magia, così come si è strutturata nel corso dei secoli fino al Rinascimento; Alessandro Astolfi, laureato in linguistica e filologia, ci ha parlato delle radici etnolinguistiche dell’opera tolkieniana e della figura del drago (facendo tra l’altro un interessante excursus sulle lingue italiane perché non solo il toscano ebbe una notevole produzione letteraria). La conclusione è stata lasciata a Annarita Guarnieri, notissima traduttrice di narrativa fantasy, che ci ha detto come questa si sia modificata negli ultimi tempi e ha poi sviluppato alcune suggestioni tratte dagli interventi precedenti.

Il secondo incontro della domenica mattina è stato dedicato alla traduzione della History of Middle Earth. Pierluigi Cucitto ci ha spiegato  quanto la History sia fondamentale per comprendere meglio le dinamiche del processo sub creativo tolkieniano e le profonde implicazioni filosofiche e metafisiche su cui il Professore si è soffermato, non sempre evidenti nelle opere conosciute.

Le vostre inviate hanno poi dovuto ripartire per tornare a Torino, perciò non abbiamo potuto seguire gli interventi della domenica pomeriggio. Il bilancio è stato come sempre positivo, sia per la qualità e la ricchezza degli interventi ascoltati, sia per il clima di amicizia che ha caratterizzato le due giornate. Come ogni anno si parte con un pizzico di dispiacere nel dover lasciare gli amici e con la speranza di poter dire: alla prossima!

Frate Fosco, di Luisa Paglieri

La nostra Luisa (l’avete letto Fantaxy?) ci regala qui un racconto: corredato di nota storica a seguito. Per chi vuole, lo trovate anche qui da scaricare in pdf, ed a fondo pagina.

“Fra Fiusch! Fra Fiusch!”

Le grida dei monelli, appostati dietro l’angolo di una casa, accompagnavano il passaggio dell’uomo e poi si spensero lentamente. Egli affrettò i suoi passi verso il bosco.

Era alto e magro, quasi emaciato. I lunghi capelli castani incorniciavano il suo volto affilato, sul quale un’ombra di barba metteva una sfumatura di colore scuro.

Filippo dei Conti di Parpaglia, signori di Revigliasco e di molti altri luoghi, però non era un frate e nemmeno un ecclesiastico, era un nobile. I conti di Parpaglia avevano possedimenti qua e là per tutto il Piemonte.

Tuttavia Filippo era molto diverso dagli altri nobili del suo tempo e della sua famiglia, trascurava la caccia e la vita brillante della nobiltà e il suo principale interesse era l’alchimia.

Chiuso nel suo castello a Revigliasco si dedicava a quegli studi profondi e misteriosi e si era guadagnato la fama che lo accompagnava, quella di un misterioso erudito, quasi un eremita. I ragazzi del paese, per cui un uomo istruito era generalmente un religioso, gli avevano appioppato quel nomignolo, “Fra Fiusch” ossia “Frate Fosco”.

Il grido scherzoso echeggiava nel vicolo. Filippo fece un gesto nervoso con il braccio e i monelli corsero via. Sapevano che non sarebbero stati puniti, Filippo non era vendicativo né altezzoso, pur possedendo una grande dignità.

Egli si affrettò ad entrare nel boschetto al limite del paese.

Gli alberi erano suoi vecchi amici e lo accolsero nel loro fresco abbraccio.

Quante volte aveva percorso quel sentiero cercando erbe sconosciute ai più per i suoi studi e le sue distillazioni!

Quel giorno però attendeva una persona.

E questa non tardò ad arrivare. Un passo leggero fece appena scricchiolare rametti e foglie calpestate, poi una mano sottile scostò un ramo e la persona attesa apparve.

Era una ragazza esile, con un bel viso ovale e due teneri occhi azzurri, avvolta in un semplice abito color lavanda. Ma il bellissimo gioiello che le brillava al collo, le maniere raffinate e l’elegante portamento facevano capire che si trattava di una fanciulla appartenente a una famiglia altolocata.

Al lieve rumore, Filippo si voltò e corse verso di lei.

“Violetta! Sei venuta, finalmente!”

La giovane donna sorrise.

“Nonostante la mia indipendenza (diciamo pure la mia insubordinazione), non riesco spesso ad uscire sola. I miei genitori non vedono di buon occhio le mie passeggiate senza neanche la compagnia di una damigella…”

“E porta con te una damigella, allora! Poi la allontaneremo gentilmente, con qualche pretesto… magari la manderemo a cogliere fiori… io vorrei vederti più spesso, ogni giorno!”

“Filippo, la colpa è tua che non frequenti la gente, non vai alle feste…”

“Non ho tempo per queste sciocchezze”, ribattè Filippo.

“Ti isoli troppo con i tuoi studi, sei un eremita…”

“Gli eremiti non si innamorano, Violetta, pensano esclusivamente a Dio.”

I due innamorati erano troppo felici di essere insieme per aver voglia di impelagarsi in una delle loro solite discussioni. La bella giornata, i fiori, tutto parlava loro di felicità.

Tenendosi per mano, uscirono dal folto del boschetto e percorsero un piacevole sentierino che si snodava nei prati. Le colline in primavera erano bellissime, poco lontano scorreva il fiume Po, invisibile da quel luogo ma apportatore di freschezza.

La contessina Violetta Passalado era di una famiglia nobile (benché meno famosa dell’illustre schiatta dei Parpaglia di Revigliasco) e brillava nella società aristocratica per la sua bellezza e gentilezza.

Alle feste dove Violetta era invitata si parlava (e sparlava) di Filippo: “Si dedica all’alchimia!” “Ci sono stati e ancora ci sono parecchi studiosi nella sua famiglia…” “Questo sì, ma si trattava di giuristi. L’alchimia è uno studio pericoloso, può spingere verso l’eresia!”

Le chiacchiere circolavano impietose.

I Passalado volevano che Violetta si sposasse ma lei rifiutava tutti i corteggiatori.

“Ti prego, Filippo” chiese al suo innamorato durante una delle loro passeggiate “ti prego, chiedi la mia mano!”

“Non sei felice così?” chiedeva lui, sorridendo.

“Lo sono, caro, ma la nostra felicità è precaria, segreta… se fossimo sposati tutto sarebbe più facile.”

“Nessuno è sicuro al mondo… e io sono così felice di amarti, anche senza sapere ciò che porterà il domani…”

“Ora ho un altro pretendente… si tratta di un parente dei Malabayla, una potente famiglia  astigiana. Non potrò tenerlo a bada a lungo.”

“Io non sono più giovanissimo, Violetta. Ho parecchi anni più di te e mi dedico solo agli studi. Forse i tuoi genitori non mi giudicheranno un pretendente adeguato” diceva Filippo.

Era vero. La gioventù l’aveva passata a combattere, il mestiere delle armi lo aveva impegnato a lungo come accadeva a tutti i giovani rampolli dei rissosi signori del Nord. In seguito, trascorsa la prima gioventù, si era immerso nei suoi studi.

“E cosa credi, che io sia una bambina?” ribatteva Violetta “La gente comincia a chiedersi perchè non mi sposo! E poi ascolta, amore… smettila con questi studi così tenebrosi, mi fanno paura! Non evocherai mica i demoni, vero?”

Filippo gettò la testa indietro e rise.

“No, cara, nulla del genere! Io studio le proprietà delle pietre, dei minerali… penso che quello che oggi studiamo con tanta difficoltà domani potrà servire a curare le malattie e ad alleviare la fatica degli uomini.”

Violetta, un poco rassicurata, tornava però, ogni tanto, a intavolare la questione del loro matrimonio.

*

La fama di Filippo cresceva, i suoi scritti circolavano in molti degli stati italiani. Ma quell’alchimista misterioso cominciava a dare un po’ troppo nell’occhio anche se di certo non lo avrebbe voluto. Un suo testo sulla Grande Opera fu pubblicato a Lione. E cominciarono a levarsi voci che lo accusavano di magia nera, di negromanzia.

Un giorno la contessina Violetta, che era particolarmente di buon umore perchè aveva convinto Filippo a chiedere la sua mano di lì a qualche giorno, fu avvicinata da una cameriera che le diede un biglietto. “Che cos’è questo, Anna?” chiese Violetta.

“Non lo so, signorina, io non so leggere!” rispose ingenuamente la donna “Un servo del conte Filippo lo ha portato e sa cosa le dico? Aveva una gran fretta!”

Con un cupo presentimento, Violetta aprì il biglietto e lesse. In poche righe confuse Filippo le raccontava che l’inquisizione lo aveva preso di mira: stava facendo ricerche e accertamenti su di lui. La cosa poteva rivelarsi peggiore del previsto, avrebbe potuto essere processato… Aveva quindi deciso di allontanarsi e le chiedeva un ultimo appuntamento per dirle addio.

Violetta si precipitò nel boschetto. Vide Filippo cupo più che mai, finito e ansioso.

Si abbracciarono con disperazione e Filippo disse che non poteva fare a meno di andarsene ma avrebbe fatto avere a Violetta sue notizie prima possibile. Violetta insisteva perchè lui restasse e si offriva di nasconderlo ma fu inutile: Filippo riteneva che la fuga fosse la soluzione più sicura.

“Vuoi che ci sposiamo adesso Filippo? Troverò io un prete disposto a sposarci in segreto, facendo a meno delle formalità!”

Lui le baciò la fronte. “No, cara, non posso sacrificare una donna giovane, le sue speranze…”

“Sacrificare? Ma cosa dici? Io sono disposta ad aspettarti con gioia!”

“Se un’attesa è troppo lunga o senza speranza, può presentarsi un nuovo amore, Violetta.”

“No, mai…” disse lei fra le lacrime.

Ma Filippo fu irremovibile, si sciolse dall’abbraccio, promise di scrivere e si allontanò, una figura grigia che sfumava nella bruma del mattino.

*

Passarono gli anni.

Violetta non ebbe mai più notizie di Filippo e anzi una voce si diffuse: Filippo si era spento in una località della Toscana, dove aveva passato, ritiratissimo, gli ultimi anni.

Violetta qualche tempo dopo accettò di sposarsi con un nobile che era anche un suo lontano cugino, Michele. Egli era un uomo assai sensibile, conosceva la storia dell’amore per Filippo e rispettava l’animo complesso e ferito di sua moglie.

Violetta con quell’uomo intelligente e comprensivo aveva trovato una specie di felicità, la felicità un po’ melanconica di chi ha molto sofferto ed è approdato ad un porto sicuro e tranquillo.

A volte la coppia effettuava lunghi viaggi per visitare parenti e amici e lo spirito di Violetta era rinfrancato da quelle scoperte di nuovi paesi e città. 

Un’estate attraversarono la Francia diretti verso una città dell’ovest di quel paese dove avevano degli interessi.

Attraversarono anche la regione dell’Alvernia dove il dolce suono della lingua d’oc sembrava familiare a Michele, cresciuto nel sud del Piemonte.

Si diceva che quella regione fosse terra di briganti eppure l’aspetto selvaggio di quei luoghi poco popolati affascinò Violetta.

Sentì anche parlare di un famoso monastero dove viveva un monaco famoso per la sua scienza medica. Colpita da uno strano presentimento, fu presa dal desiderio di visitarlo. Giunsero al monastero, una bellissima costruzione: nella chiesa un affresco effigiava un Cristo benedicente.

Violetta chiese il permesso di visitare il sant’uomo di cui le avevano parlato. Le fu risposto che l’uomo era molto malato ma gli sarebbe stato chiesto se intendeva ricevere la signora. Violetta disse il suo nome tremando. Era convinta che si trattasse di Filippo. La risposta affermativa del malato arrivò poco dopo.

Fu ammessa nella cella del frate, poco luminosa ma ben riscaldata. Non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere nell’uomo coricato in un lettino, pallidissimo e dal volto sciupato, il suo antico amore.

“Sei tu, Filippo”, disse piano.

“Ora mi chiamo frate Pietro”, rispose lui in un soffio, “ma un tempo sì, sono stato Filippo dei conti di Parpaglia”

Le lacrime annebbiavano la vista di Violetta.

“Non sei tornato” disse.

“No, qui ho trovato la pace vicino a Dio. Ma tu sei stata il più bel ricordo. Va’ in pace anche tu, Violetta. Di certo non ho mai amato un’altra donna. In questo, ti sono stato fedele.”

*

Così finì la storia di Filippo. Ma a Revigliasco torinese il misterioso alchimista che si aggirava nei boschi è diventato la maschera ufficiale del paese, il protagonista del carnevale locale. Ancora oggi i giovani festeggiano Fra Fiusch, il Frate Fosco.


Ed ecco di seguito, la nota storica:

Il cosiddetto Frate Fosco è un personaggio storico. Non era un frate né un ecclesiastico, ma un nobile della famiglia Parpaglia che aveva vari castelli e feudi sparsi per il Piemonte. Si chiamava Filippo dei conti di Parpaglia di Revigliasco, detti così per distinguerli da altri rami della nobile schiatta.

Era un profondo alchimista e visse nella seconda metà del Cinquecento.

Si aggirava, si dice, nei boschi, incappucciato, spesso di notte, per raccogliere erbe che poi distillava nei sotterranei e nei cunicoli del castello. Si dice che cercasse il famoso oro filosofale, lavorando anche con minerali e altre sostanze.

La gente del popolo lo soprannominò per questo frate Fosco. (La gente spesso assimilava l’uomo colto al chierico).

Suo opere dovrebbero trovarsi in molte biblioteche anche all’estero.

Filippo ebbe una storia d’amore con la contessina Violetta Passavado, anche lei esistita, ma non la sposò mai perché, temendo l’Inquisizione, si trasferì in Toscana o secondo altri in Francia.

Si dice che negli ultimi anni della sua vita si ritirò in un monastero consacrandosi interamente a Dio.

Fin qui le poche notizie storiche. Il successivo matrimonio della Passavado e la sua visita a Filippo morente sono una mia invenzione.

Due altri audioracconti

Abbiamo pubblicato sul nostro canale Youtube altri due racconti da ascoltare mentre fate cose (o mentre riposate, se caso): il primo, Capitan Tory, ha un ambiente marinaro (perfino piratesco), e ci racconta quello che accade ad un irlandese, quando ha molto tempo a disposizione. Quindi Oscar ed Alphonse di Patrizio Righero, letto da Erica Gavazzi: dove la speranza e il desiderio di una bambina, con tratto delicato, si dimostrano una realtà profonda.

Buon ascolto!

Capitan Tory, di Chiara Nejrotti
Oscar e Alphonse, di Patrizio Righero, letto da Erica Gavazzi

Un canale YouTube, per vederci, se volete

Abbiamo un po’ pensato fosse il caso di avere un canale YouTube, che magari quando facciamo una conferenza la trasmettiamo anche lì, ma anche per altre piccole cose: ad esempio ci piacerebbe proporvi qualche nostro scritto, letto, come un audiolibro (audioracconto, se vogliamo essere più precisi). E chissà che prima dopo non ne venga fuori anche un podcast).

Iniziamo così con una serata via Zoom che avevamo fatto nel novembre del 2022 (con la nostra Luisa Paglieri a fare da magistra), e con un racconto tratto da un nostro giochino interno, riguardo le misteriose illustrazioni di Harris Burdick (qui il Post vi racconta un po’ la storia). Qua potete scaricarvi anche l’audio.

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Il Palio di Siena, dalla nostra inviata sul posto

Ci piace un sacco il Medioevo, a tutti i noi. E ci piacciono i medievismi, e ci piacciono i medievalismi. E uno dei medievalismi più felici del mondo è il Palio di Siena. Ecco qua un reportage della nostra Miriam Cuatto, che ci parla del “suo” Palio.

Non racconto la corsa, racconto il Palio

Mi perdonerete se dimenticherò qualcosa e non spiegherò tutto, scrivo tra la sera del Palio e la mattina del giorno seguente, con i tamburi festanti della Selva che affollano le piazze, i canti del popolo vittorioso e le campane degli oratori che suonano a distesa, ancora con l’emozione addosso per aver assistito dalla piazza a un evento simile, fin troppo criticato perché ancora poco conosciuto nella sua anima più profonda e sacra; lacrime e abbracci, segno della forza e dell’unione di un popolo. Raccontare il Palio e le sue emozioni, per una senese d’adozione e non di nascita come me è una cosa davvero difficile. Non perché questa gente sia chiusa su sé stessa come spesso li si accusa di essere, anzi sanno rivelarsi davvero brave persone dal cuore grande e dall’animo accogliente, ma perché il Palio e tutto ciò che ci ruota attorno è sacro e sappiamo che spiegare il sacro non sempre è facile.

Entrata dei cavalli alla prima prova (dalle trifore di Palazzo Pubblico)

Cominciamo dal principio: i giorni del Palio, quelle novantasei ore di tensione estrema e palpabile, sono solo l’apice, la punta dell’iceberg, di quella che è la contrada, quel mistico organismo pulsante che ogni giorno lavora per tenere unite le persone e i popoli di una città che è sempre più invasa da orde di turisti. I senesi lo sanno che i turisti portano enormi benefici economici a una città che è sempre stata vocata all’apertura e al transito di cose e persone ma dall’altra temono che questi facciano di Siena una sorta di Disneyland del medioevo, una bella città senz’anima. Invece Siena vive e pulsa tutto l’anno solo grazie alle contrade, litigiose, pittoresche, spettacolari e rumorose, madri che accompagnano i propri figli dall’inizio alla fine della vita, tra il sacro e il profano.

28 maggio, ore 19 circa, le chiarine d’argento del comune richiamano al primo grande momento che apre la stagione paliesca dell’anno: l’estrazione delle contrade che gareggeranno al Palio del 2 luglio, celebrato in onore della Madonna di Povenzano. Sei bandiere sono già posizionate alle trifore inferiori dello splendido Palazzo Pubblico (sarebbero canonicamente sette, ma l’Oca sconta l’ultimo Palio di squalifica) e altre quattro le affiancheranno per completare la rosa delle dieci contrade ammesse alla carriera di luglio. La sorte bacia Istrice, Drago, Torre e Chiocciola: la gioia scoppia tra i popoli radunati in piazza; si aprono i giochi.

Nel mese seguente hanno inizio le visite e gli addestramenti straordinari dei cavalli sotto gli occhi attenti dei capitani di contrada e del comitato comunale che si occupa del Palio, già iniziano le voci sui possibili cavalli e sulle relative monte e ben presto le possibilità si restringono. Dei circa novanta cavalli ammessi alle prime visite, solo dieci pesteranno il tufo di Piazza del Campo e il 29 giugno, sotto il sole cocente dell’una del pomeriggio, dopo le tradizionali prove di notte, la sorte assegna i dieci nomi prescelti dai capitani alle contrade che fremono sul tufo. Un nome spicca immediatamente su tutti gli altri, un cavallo, a dirla tutta una cavalla, che ha vinto l’ultimo Palio dell’Assunta stabilendo un incredibile record di velocità: Violenta da Clodia. Tra i cavalli della tratta spiccano altri nomi conosciuti mentre parecchi sono esordienti. I palchi si popolano, ugualmente gli spicchi della piazza, arrivano i cavalli, il sindaco sale sul palco del comune e le chiarine squillano ancora. Tensione alle stelle, la sera prima, di ritorno da un servizio della banda me l’ha detto il mio amico della Giraffa: “Questa notte nessuno dorme.” La prima ad essere assegnata è proprio lei, l’ultima regina della piazza, Violenta, e la sorte parla in fretta: Selva. In piazza si scatena il finimondo per questo esito e l’animale viene accompagnato alla stalla dove per qualche giorno verrà trattato come un vero tesoro. La Selva ha vinto da poco, nel 2019, sarà in grado di sostenere nuovamente i costi e le strategie che la porteranno alla vittoria? Questa domanda serpeggia immediatamente. Le altre contrade non gioiscono come la prima, anzi alcune si limitano ad andare a prendere il cavallo in religioso silenzio, solo per Viso d’Angelo all’Onda e Zio Frac alla Torre sembra riaccendersi una speranza per una corsa che appare già scritta. Poche ore dopo la conferma che tutti già sapevano, a montare Violenta sarà Giovanni Atzeni detto Tittia, campione dei record degli ultimi quattro pali, fantino sardo-tedesco tanto ambito quanto detestato. Altri nomi vittoriosi popolano il valzer delle monte che ben presto si chiude: Gingillo, Scompiglio, Brigante, Tempesta e altri appellativi pittoreschi.

Prima prova: Chiocciola. Seconda prova: Istrice. Poi il disastro, una violenta acquazzone distrugge parte del tracciato in tufo che circonda la Piazza, laddove devono correre i cavalli che su una superficie simile si farebbero solo più male del previsto. L’esito già si conosce, bandiera verde dalla trifore di Palazzo ovvero non si corre e questo accade per ben due prove con grande malcontento da parte delle contrade che non possono testare sul tufo l’accoppiata cavallo-fantino ottenuta. Al pomeriggio si porta in corteo il Palio, presentato qualche giorno prima, nell’Insigne Collegiata di Provenzano dove viene benedetto dal Cardinale in un momento di intensa sacralità, seguito dal tradizionale lancio dei fazzoletti verso il Drappellone, segno di buona sorte. Prova generale: Onda. La sera delle cene della prova generale alle quali tutti possono partecipare si stimano oltre ventimila persone raccolte attorno ai tavoli delle contrade tra canti e stornelli fino a tarda notte, sotto gli occhi dei turisti stupefatti e parecchio confusi.

2 Luglio, il grande giorno è arrivato. Il suono della campana del Palio, chiamata Sunto in onore della Madonna Assunta, sveglia la città con il suo canto cupo e stonato a causa di una serie di incidenti che nella storia hanno reso così speciale il suono di quelle quasi sette tonnellate di metallo issate sulla torre del Mangia: è Palio. Per le strade non c’è nessun senese, sono tutti chi a pregare chi a sperare nella sorte; viene celebrata la messa del fantino in piazza e si corre l’ultima prova, la provaccia, vinta dall’Aquila, la nonna del Palio che non vince dal ’92, nulla è ancora detto. Già dal primo pomeriggio la piazza inizia a riempirsi, può contenere potenzialmente quarantamila persone ma è impossibile quantificare quanti esattamente fossero. Entro alle 15.30 trovando un’ottima posizione per vedere la mossa e ancor prima dell’arrivo del corteo si vede la barella fosforescente della Misericordia fare avanti e indietro per la piazza a recuperare chi è stato sconfitto dal sole. Scoppia il mortaretto e si sgombera il tufo per il primo grande evento: la carica dei carabinieri a cavallo, confesso che non pensavo fosse una cosa così emozionante ma sarà la presenza di quegli splendidi animali, le alte uniformi che fanno sembrare tutto un po’ Lady Oscar ma quando il capitano ha estratto la sciabola e i cavalli sono partiti alla carica è stato incredibile. Veniva allora il meglio, o il peggio, dipende dai punti di vista: il corteo storico ovvero due ore circa con oltre settecento persone e cinquanta animali a sfilare con le monture, quelli che volgarmente chiamiamo costumi. I più fortunati sono vestiti di lana e velluto, i meno fortunati con le armature di metallo, alcuni sui soprallassi bardati e colorati. Sfilano contrade, cavalieri, balestrieri, magistrati, capitani, corporazioni (Ahimè dovevo esserci anche io nella fanfara ma sono nata donna) fino a fare strada al carroccio, l’ultima sezione del corteo. All’entrata dalla bocca del Casato del grande carro trainato da quattro enormi buoi bianchi di razza chianina la piazza è esplosa, occhi puntati sul Palio issato accanto alle insegne comunali circondato dai trombetti di palazzo.

Selvaioli fuori Provenzano, dopo il Te Deum di ringraziamento alla Madonna
Chiesa della contrada vittoriosa (la Selva) con il Palio esposto

Ci siamo, scoppia nuovamente il mortaretto, escono le comparse ed entrano i cavalli, osannati dai rispettivi popoli, poi, irrealmente, cala un silenzio incredibile. Dal palco del verrocchio scende la busta che contiene l’ordine d’ingresso al canape, l’ultimo colpo di fortuna, o sfortuna, che può colpire una contrada. Il mossiere legge l’ordine: Onda, Torre (del rumore si leva dalla piazza, queste due infatti sono nemiche e non mancheranno di farlo notare), Selva, Istrice, Drago, Tartuca, Aquila, Nicchio, Giraffa e Chiocciola di rincorsa (altro sospiro, la Chiocciola ha la nemica Tartuca in campo ed esiterà a far partire la corsa). I cavalli sono nervosi e i fantini con loro; passa mezz’ora, forse di più ma la Chiocciola non entra, aspetta il momento giusto mentre gli screzi tra Onda e Torre continuano e dalla piazza arrivano grida e fischi. Escono e rientrano più volte, la tensione sale mentre il mossiere invita all’ordine. Finalmente la Chiocciola entra, il mortaretto non scoppia, la mossa è valida, il sole cocente tramonta sul tufo della piazza; ancora Siena trionfa immortale.

Per chi fosse interessato alla gara in sé, ecco qui il video, da Radiosienatv:

La soffitta, di Davide Gorga

Pubblichiamo qui un racconto del nostro Davide Gorga, dal titolo La soffitta, comparso nella raccolta Realfiabe, pubblicata da Montedit. Trovate il pdf qui, oppure anche sotto sotto. Buona lettura!

Le scale si arrampicavano nere su per i muri scrostati, fiocamente illuminati dagli ultimi raggi di una giornata grigia e spenta che entravano dai vetri sporchi; i gradini, perdendosi nel buio lungo la rampa, erano rigati di venature brune. L’immagine fuggente e indistinta di una figura attraversò il pianerottolo, dopo aver indugiato un attimo volgendo lo sguardo verso quell’ascesa nell’oscurità; aprì una porta senza colore e la richiuse alle spalle.

Il sole morì tra nuvole di polvere, lontano.

Le luci gialle dei lampioni stradali illuminavano la camera attraverso le persiane che le lasciavano filtrare in strisce acide. Sul letto in disordine, lacrime e macchie di sporco. Intorno, lattine, stracci che dovevano essere indumenti, uno walkman dimenticato. La porta si aprì con un fascio di luce; l’ombra sulla soglia non parve rivolgersi a nessuno in particolare con la sua voce roca;
– Sei lì?

Non venne risposta dalla figura a malapena distinguibile nell’oscurità; l’ombra si avvicinò:

– Elena, non fai altro che startene rinchiusa in camera tua a dormire, – proseguì la voce; – almeno potresti fare finta di farci compagnia mentre mangiamo!

La ragazza si riscosse passandosi sugli occhi una mano che risaltò bianca nel nero della notte; non vedeva nulla oltre il mare di ortensie brunite in cui navigava, come bruciate dalla luce dell’inferno. Volse il viso dalla parte della finestra, sempre in silenzio.

Un odore di sporco e solitudine si risollevò dal letto su cui si era appoggiata l’ombra;

– Fa’ quello che vuoi. – riprese la voce, – Sei una fallita da quando sei nata. – quindi scomparve nella luce malsana della porta che si richiuse cigolando sui cardini.

Sei una fallita da quando sei nata.

Con uno sforzo, Elena allungò una mano oltre la sponda del letto e raggiunse lo walkman, si mise le cuffie e dimenticò la voce; chiuse gli occhi nel cinguettio di un’alba che si andava disegnando come in un quadro sempre più luminoso nella sua mente e avvertì il sangue ritemprarle le membra, in un’aura dolce e vigorosa, mentre il mondo con le sue tempeste svaniva dietro un velo di nebbia argentea, lontano, sinché scivolò insensibilmente dalla visione in sogni scintillanti.

*   *   *

L’orologio sul muro segnava le tre di notte passate. Il frastuono della strada rimbombava nella stanza nera, unico rumore; le luci si rincorrevano riflettendosi sulle trasparenze della camera. Nausea. Elena si sollevò sul letto lentamente, sforzandosi di non vomitare; la camera ruotava intorno a lei come una giostra fuori controllo, le sorgenti del sogno si erano disseccate. Cercò di alzarsi, ma cadde pesantemente sul pavimento; il suo corpo leggero sembrava dolere in ogni parte quando tentò a fatica di reggersi in piedi; poi, in un incubo senza fine, un passo trascinato dietro l’altro, in un tempo dilatato come un lombo di carne tra i ganci di un invisibile macellaio, raggiunse il bagno strisciando. Mentre vomitava, la luce spenta, da oltre il tramezzo giunsero frasi incomprensibili, come bocconi di cui dovesse liberarsi, sino ad essere scossa violentemente in spasmi taglienti come spade.

Lacrime di lira sembrarono piovere visibilmente intorno a lei, gocce d’argento che risalivano la corrente dello spazio e del tempo; canti di vestali di un tempio di vetro dimenticato, fluendo in lei come il giardino di sogno dalle acque fiorenti di fuoco ghiacciato. Elena sentì gli spasmi placarsi a poco a poco. Non era la prima volta che avvertiva quella musica, come un canto di benedizione nella sua vita maledetta. Non era la prima volta che si snodava dal nulla senza preavviso, quando si era sentita sola, sperduta, a un passo dalla morte, ed era tornata indietro, come richiamata dalla forza invincibile di un incantesimo che originasse dalla potenza stessa delle stelle. Ansimò profondamente; si rimise in piedi, ora salda, viva e quasi lucente in quella tenebra. Chiuse gli occhi, come se la musica potesse abbagliarli tanto era limpida e pulita, alta come un cirro in inverno. Dopo qualche minuto, il celeste canto smise di colpo.

La ragazza rimase impietrita, travolta da un’ondata d’ineffabilità, piena di pace, e così rimase a lungo. Gli accordi ghiacciati dell’inverno su distese di neve senza fine, il cielo in laghi che piovevano sulla terra bianca. Vagabondi e girovaghi sul sentiero tra impronte fresche e foglie calcate nel cammino verso l’infinito. Occhi di luce per accogliere il mondo.

E stelle nella notte amica.

*   *   *

Il mattino si presentò con lo stesso squallore del giorno precedente, ma i primi pallidi raggi trovarono sorridenti le ciglia della giovane. Il sogno della musica, la musica che penetra ogni difesa inconscia sino all’intimo, era continuato tutta la notte, virgineo, purpureo come una cascata di fiori ghiacciati, sereno come il blu del cielo oltre le nubi.

Prima che l’ombra e la voce potessero sorprenderla, afferrò lo zaino di scuola e si precipitò fuori di casa, ebbra di felicità, sbattendo alle sue spalle la porta quasi fosse il cancello dell’inferno.

Il carnaio si snodava dinanzi al vecchio edificio. Effluvî di sudore e saliva la circondavano; la danza della bianca estasi chimica rincantucciata in un angolo era fitta di colori sgargianti. Le nubi piangevano qualche lacrima stanca e grigia. Elena chiuse gli occhi e si affrettò verso l’entrata, sempre sola, sempre maledetta.

Le ore trascorsero vuote.

Il giorno moriva lentamente prima di essere nato.

La sfilata dei corpi in saldo si esauriva in un viavai di automobili anche quella mattina; dietro una colonna, Elena, la mente stanca, si mosse per raggiungere l’uscita un istante prima che il portone chiudesse, come ogni giorno; come ogni maledetto giorno, mentre l’asfalto chiaro e sgretolato svaniva divorando sé stesso.

*   *   *

I circoli concentrici si richiudevano sulla voce mascolina della ragazzina che cantava nelle tempie, mentre Elena serrava gli occhi dinanzi alla vernice di sangue che aveva imbrattato le pareti dell’autobus, le ginocchia al petto, sorda alle urla che venivano lanciate nella sua direzione, allontanandole come miasmi di scarti che il mercato di carne morta avesse lasciato sul campo. Il corpo pesante, sempre troppo pesante, sempre di più, scese finalmente con fatica dall’autobus, fece lentamente qualche passo nel vento lieve e rientrò in casa, chiudendo la porta dietro di sé.

– Com’è andata la scuola, Elena? – chiese una voce squillante; la ragazza chiuse gli occhi.

– Bene.

– Tra cinque minuti a tavola, mi raccomando, non vorrai fare arrabbiare tuo padre, no?

Elena sorrise amaramente, fece qualche passo in direzione della sua stanza e si lasciò cadere sul letto ancora sfatto, senza rispondere. La luce del giorno sembrava troppo forte, chiuse di nuovo gli occhi e accese lo walkman.

La musica s’interruppe d’improvviso. Uno schianto secco e un bruciore lungo il viso la fecero gridare, vide le lacrime scorrere prima di accorgersi di quanto era successo. L’ombra era lì. Elena si prese il volto tra le mani.

– Ma non sai fare altro che ascoltare questo pezzo di metallo idiota?

– Lasciami stare, papà… – balbettò soltanto tra le lacrime la ragazzina. Prima che potesse raggomitolarsi su sé stessa, un colpo violento sollevò il suo fin troppo fragile corpo dalle coperte mandandola a sbattere contro la parete. A Elena parve che tutte le ossa si spezzassero come cristallo, togliendole il fiato e la vista; ricadendo udì ancora rumori confusi come in un concerto infernale, quindi rimase immobile, la gola bene in vista, le lacrime che sgorgavano a fiotti, mentre la porta della stanza si richiudeva.

Il battito del suo cuore fu la prima cosa che avvertì svegliandosi dall’incubo. Il pavimento era freddo, ma lei non tremava. Poi, come invisibili mani che la sorreggessero, dolci note l’avvolsero in un vortice bianco come neve, quasi risollevandola contro la sua stessa volontà, sinché Elena non si ritrovò in piedi; stava male, aveva voglia di vomitare e non riusciva a muoversi ma inspiegabilmente era riuscita a rialzarsi; e allora, lentamente, un passo dopo l’altro, si diresse verso l’unico luogo che potesse prometterle ormai riposo.

La soffitta era oscura, ma la luce che filtrava dai grandi finestroni limpidi illuminava ampi squarci di pavimento lindo; profumi di fiori si levavano da ogni parte, senza che la ragazza sapesse riconoscerne l’origine, ed ovunque la musica, sempre più alta e dolce, la circondava. Come una sonnambula, arrivò sino alle finestre, le aprì e guardò in basso il selciato lontano, e si lasciò andare.

Come una mano vibrante, le note della lira la trassero indietro, sospingendola verso il centro della stanza.

– Che stai facendo!? – chiese una voce alta e limpida come le note, mentre queste si spegnevano senza che tuttavia l’incantesimo sembrasse rompersi. Era una voce alta, maschile e femminile, sottile e tesa come l’argento. Elena si volse. Dinanzi a lei un ragazzo dagli occhi color del cielo, vestito solo di una pesante tunica bianca sulla quale ricadevano lunghi capelli corvini, la osservava. La ragazza non rispose, sentendo gli occhi severi immobilizzarla in quella posizione, mentre il dolore poco per volta scompariva dal suo volto e dalle sue membra; – Allora? – chiese nuovamente la voce.

– Chi sei? – rispose Elena.

– Siediti. – ordinò dolcemente l’altro, mentre rimaneva in piedi dinanzi a lei; – Se sei così decisa a suicidarti, cerca un altro posto e non interrompere la mia musica. Oppure, spiegati.

Nonostante il giovane avesse lasciato il suo strumento nell’ombra, parve a Elena di udire ancora le note dell’incantesimo dipanarsi come una melodia albeggiante su una vetta di paradiso; eppure, udì la sua voce rispondere in tono sommesso:

– Non volevo.

– Lo vuoi da molto tempo. – rispose il ragazzo, quasi senza muovere le labbra; dinanzi allo sguardo attonito dell’altra, riprese: – Tanto nessuno sentirà la tua mancanza, vero? Sei una fallita da quando sei nata. – Elena abbassò gli occhi, ma non riuscì a tenere lo sguardo basso a lungo, una volontà più forte della sua si era impadronita del suo corpo; gli occhi color del cielo la fissavano ancora. Dietro al ragazzo apparve fugacemente una figura di donna, giovane, castana, eterea, della sostanza dei sogni; – Mamma! – gridò Elena slanciandosi in avanti, ma la visione scomparve con la stessa fugacità con la quale era apparsa, lasciandola con il cuore gonfio di collera, rimpianto, nostalgia, mentre un pianto dirotto prorompeva, ancora; ma questa volta sembrava che ogni lacrima la lavasse del veleno che le corrodeva le membra.

– Vedo che hai deciso di reagire. – riprese il ragazzo senza mutare espressione, – Combatti, se non per te, almeno per lei, per questo mondo malato che tanto ti disgusta; lo vomiti ogni giorno ma non fai nulla per cambiarlo. – continuò con voce dolce; – Puoi vivere una vita splendente come un arcobaleno, oppure spegnerti. Dunque? –

La ragazza singhiozzava senza capire, eppure sentiva la vita rinascere in lei in ogni vena, in ogni parte del suo corpo martoriato; e udì la sua stessa voce rispondere: – Non ce la faccio.

Il ragazzo non lasciò il suo sguardo, gli occhi azzurri divennero ancora più penetranti; – Allora, muori. – disse.

In quell’attimo, la musica che sembrava vibrare nella stanza cessò all’istante, la luce del giorno si oscurò dietro una nube grigia, la soffitta parve vuota e buia, priva del profumo e dell’incanto che avevano accolto la ragazza, simile ad un baratro oscuro come oscuri erano stati gli anni della sua vita; la figura stessa del ragazzo che le stava davanti parve scomparire; – No!– gridò con una voce talmente acuta da far vibrare i vetri delle finestre; il ragazzo le parlò ancora una volta; – Dunque?

– Voglio vivere, – urlò Elena, – voglio vivere per sempre così!

Il giovane la guardò con dolcezza, sorridendo; la luce rischiarò nuovamente la stanza e musica, profumi e suoni si mescolarono ancora una volta in quell’angolo di paradiso così vicino al cielo.

Il sorriso del ragazzo illuminò il suo volto, quindi, chiudendo gli occhi, questi si volse e fece per andarsene; – Addio – mormorò soltanto.

– Aspetta! Dove vai? – ma l’altro sembrava allontanarsi quietamente, quasi sfiorasse appena il terreno; – Come farò senza la tua musica!? – gridò ancora Elena in lacrime. Fu solo in quell’istante che la figura si arrestò e, sempre sorridendo, chiese, di rimando: – La mia musica? Ti sbagli, quella era la tua. Altrimenti perché la sentiresti anche ora che ho smesso di suonare? –

Poi, il giovane sembrò sfuggire nell’ombra della soffitta; Elena lo cercò, nella stanza, per le scale, per le strade, senza trovarlo. Ma la musica era rimasta.

Aveva ragione lui.

*   *   *

Il sole calava lento indorando di riflessi multicolori gli aghi degli abeti che svettavano intorno al cimitero, e la lastra bianca dinanzi alla quale non aveva mai voluto inginocchiarsi risplendeva come un arcobaleno, come un dono del cielo sulla terra. Elena depose le ortensie sulla tomba della madre accarezzandole, come se ognuna fosse una nota di quella musica, ora sottile, dolce, nostalgica eppure di una bellezza infinita che non aveva mai smesso di vibrare da quel giorno, in soffitta, donandole il coraggio di risorgere alla vita.

Elena si alzò, fece pochi passi indietro e notò una lapide screpolata dal tempo, senza fiori, su cui campeggiava il ritratto di un giovane corvino dagli occhi color del cielo.

Una nota si levò più alta nella musica di Elena. Prese una delle ortensie che ancora reggeva in grembo e la depose sulla pietra.

Il vento sembrò carezzarle il viso.

C’eravamo, a Sentieri!

Grazie a tutti quelli che sono passati da noi alla presentazione del Nizhar a Sentieri Tolkieniani (come sono andati? Benissimo)!

Belli ma belli belli. Non siamo tutti eh!

Consueta carrellata di fotografie (un po’ del nostro intervento e degli interventi nostri, ed un po’ della giornata), grazie a Luca, Patrizio e Simona. Occhio che tra un po’ facciamo un’altra presentazione!

Ci siamo, a Sentieri Tolkieniani!

Ed eccoci per un nuovo evento a cui parteciperemo, sia come gruppo, sia come liberi relatori e moderatori.

Si tratta di Sentieri Tolkieniani, festival fantasy e medievale, XI edizione, organizzato dall’omonima associazione, che (dal sito)

L’Associazione culturale di volontariato Sentieri Tolkieniani nasce ufficialmente nel 2008, sebbene alcune iniziative dei soci fondatori risalgano agli inizi degli anni 2000.
La prima finalità dell’Associazione è promuovere e diffondere le opere e il pensiero di J.R.R. Tolkien, e in particolare la sua visione antropologica, la sua spiritualità e i suoi valori radicati nella cultura cristiana e cattolica.
Per raggiungere le sue finalità l’Associazione Sentieri Tolkieniani libera la fantasia dei soci nell’ambito della cultura, in particolare del genere letterario denominato Fantasy, della teologia, dell’arte, dello spettacolo, ma anche della storia attingendo a piene mani al mondo medievale.
Grazie a Tolkien, alla sua Terra di Mezzo e al messaggio nel quale, volenti o nolenti, ci si imbatte esplorandola, continuano a sbocciare proposte e iniziative che portano l’Associazione a farsi conoscere – e speriamo apprezzare – in giro per l’Italia e per il mondo.
I soci sono accomunati dalla passione per lo scrittore inglese che ha creato il mondo della Terra di Mezzo, ponendosi come pietra miliare nella letteratura del ‘900.

Quest’anno Sentieri Tolkieniani si svolgerà al Castello di Macello (TO), il 17-18 giugno. Nel programma abbiamo:

E poi, partecipano:

  • Sabato 17 giugno, ore 18 (Sala Leone), la nostra Luisa Paglieri modererà la conferenza dal titolo Il Ritorno di Beorhthnoth figlio di Beorhthelm (Il duplice significato di “ritorno a casa” nell’opera di Tolkien) con Łukasz Neubauer.
  • Domenica 18 giugno, ore 11 (Sala Leone), Chiara Nejrotti parlerà assieme a Renzo Caimotto del tema La Strada e l’errare del viandante.
  • Domenica 18 giugno, ore 13.00 (Sala Leone), Paolo Gulisano ci racconterà si quel che accade Sopra e sotto la Terra di Mezzo.
  • Domenica 18 giugno, ore 17 (Sala Leone), Chiara Bertoglio e Alessandro Astolfi presenteranno i contributi alla call for papers di Sentieri Tolkieniani 2023 (The road goes ever on). Modera pure Chiara Nejrotti!

Vi s’aspetta, magari si fan pure due chiacchiere!

Une Croix de Lys, di Davide Gorga

Il 30 maggio si ricorda la memoria di Giovanna d’Arco: che è anche la nostra patrona, se par poco. La ricordiamo nella maniera che ci piace, con un racconto “laterale” del nostro Davide Gorga.

Tamburi per le vie di Reims; la musica si fondeva con la luce che spioveva benedicente sulla facciata della cattedrale e, all’interno, si tingeva dei cento colori delle vetrate, come una sovraterrena, stilettante armonia che avvolgeva la folla, i sacerdoti, il bianco stendardo vicino all’altare con i suoi gigli splendenti e la ragazza in piedi, le lacrime agli occhi, che guardava in tralice oltre le mura di solida pietra: la neve della partenza, il maggio della speranza, le voci e i colori di una Orléans in tripudio, nonostante la stanchezza, le ferite, il sangue versato. Ora il sogno era ancora più vivido, mentre in lontananza le mura grigie si fondevano con una nebbia innaturale e malsana; d’intorno, il bosco e i fiori che parevano essersi ammutoliti nell’attesa.

Gli zoccoli di un cavallo si fermarono a pochi metri, un cavaliere in armatura, il blasone a croci e leoni rampanti inquartati, ne discese e, levandosi l’elmo, si avvicinò: «Bastardo, la pattuglia è ritornata», gli annunciò, con quello sguardo obliquo da brigante che non lo aveva mai abbandonato.

Avvolto nel suo blasone dal lambello d’argento, fu tratto a forza dal suo fantasticare; arrotolò l’ultima pergamena siglandola velocemente col suo soprannome che era noto in tutto il mondo conosciuto, Il Bastardo d’Orléans, e che per lui era un segno d’orgoglio e di distinzione, e chiese, seccamente: «E allora!?»

«Niente da fare,» rispose l’altro; «la Porta di sant’Ilario è chiusa come una noce acerba! Se non la aprono dall’interno non potremo sfondarla, senza artiglieria.»

Il Bastardo annuì. Non stava comandando una campagna di guerra, ma una “impresa segreta”, come l’aveva definita suo cugino, il re Carlo VII, che si fregiava ormai del titolo di Vittorioso, ma che non era stato in grado di racimolare l’intera somma del riscatto di Giovanna la Pulzella; il Bastardo si era dovuto accontentare di meno di un terzo, tremila lire tornesi, ed era partito, sotto la bandiera di Xaintrailles, che ora gli stava dinanzi, per Rouen. Aveva sperato di sottrarre la ragazza ai suoi aguzzini durante uno dei trasferimenti di città in città che erano stati così frequenti, ma ora, a Rouen, tutto si era fermato in un’immobilità di nebbia e di rugiada che pochi uomini fidati erano riusciti a chiarire, infiltrandosi nella città e rivelando la più nefasta delle notizie: era in corso un processo dell’Inquisizione: se Giovanna fosse stata rinchiusa in una prigione della Chiesa, sarebbe stato impossibile salvarla. Ma guardando il sole ormai basso sull’orizzonte, che proiettava stralci di fiamme sulla città, il Bastardo fu preso da un’inquietudine mai provata prima, né quando era prigioniero, né sui campi di battaglia.

Chiese del vino a un suo attendente, e presto il mondo si stemperò come lavato dalla pioggia, e tra una cortina e l’altra riapparve luccicante la Loira, e i campi intorno alle sue rive, e una ragazzina che, preceduta da una lunga teoria di preti intonanti il Veni Creator, si era fermata a pochi passi da lui e lo aveva aspramente rimproverato:

«Siete voi il Bastardo d’Orléans?»

Jean de Dunois, ovvero il Bastardo di Orleans

«Lo sono, e mi rallegro del vostro arrivo.»

«Io non mi rallegro affatto!» aveva esclamato, incollerita di non essere stata inviata subito in battaglia; del resto, da giorni il vento era contrario alla navigazione sul fiume, ma quando il Bastardo glielo aveva fatto notare, la ragazza non aveva fatto altro che guardare la cima del suo stendardo: e il vento era girato immediatamente! Giorni lontani, giorni di poesia, giorni d’incanto! Un maggio di luce e di gloria in cui tutte le speranze, la fede, la gioia, si erano mutate in realtà, e l’arrivo di Giovanna era stato l’inizio di ogni meraviglia.

Il Bastardo tornò di malavoglia al bosco che scuriva nell’imbrunire, e si ritirò per la notte, ma non riuscì a prendere sonno facilmente. Infine chiuse gli occhi e, nei sogni, tornò a quella luce e a quell’incanto che così malvolentieri aveva abbandonato. Fu risvegliato all’alba. Il sole dietro di lui sembrava malato e inconsistente; la luce, flebile, era venata di sottili, alte, nuvole.

Xaintrailles gli annunciò che aveva predisposto, secondo i suoi ordini, una fitta rete di cavalieri appiedati nel tentativo di catturare qualche soldato inglese che si fosse arrischiato fuori le mura.

Il Bastardo assentì, e chiese altro vino. Il tempo sembrava non passare mai in quella fine di maggio malata e in cui persino il cielo aveva perso il suo splendore.

I soldati presero a strisciare sotto gli alberi, in un silenzio irreale, lasciandolo solo coi suoi ricordi, le imprese, la gloria, la libertà.

Infine, quando il mezzogiorno si avvicinava, una pattuglia scortava con sé un godon, un soldato inglese catturato appena fuori le mura, le mani legate dietro la schiena. I due cavalieri che lo affiancavano traducevano poco per volta, via via che le informazioni gli uscivano stentate dalla bocca, e d’un tratto il Bastardo sentì un brivido lungo la schiena: un’enorme quantità di legna era stata accatastata nella piazza del Vieux–Marché, e il palo rizzato al di sopra.

Il Bastardo non perse un istante: gridò a gran voce e radunò la compagnia ai suoi ordini: per strano che fosse, Xaintrailles era nell’avanguardia; non avrebbero potuto aprire una breccia nelle mura e, forse, sarebbero morti tutti: ma lo avrebbero fatto volentieri, senza esitare, per Giovanna.

Abbassò la mano per ordinare la carica, e mentre il cavallo prendeva velocità, un grido altissimo si levò dalla Città: «Gesù!»

Era la voce di Giovanna, anche da quella distanza, chiara e limpida come quella di un Angelo.

Un bagliore e un fumo improvviso si levarono da Rouen in una colonna che s’innalzava fino al cielo. Il Bastardo si fermò.

Le spade caddero dalle mani dei suoi uomini.

Arrivavano troppo tardi. Giovanna aveva raggiunto i suoi amici del Paradiso.

*   *    *

Sono trascorsi gli anni, e ognuno è stato celebrato dal Bastardo come un dono dall’Alto fatto da Giovanna, sino al momento in cui non avrebbe potuto rivedere il suo sguardo innocente, la pelle pura, i capelli corvini, al cospetto dell’Altissimo. Ora, agli ordini del re, è incaricato di prendere la città di Bayonne, ancora in mano inglese: più di vent’anni lo separano da quei ricordi, meno di  un pomeriggio è trascorso ai suoi occhi; eppure, mentre cavalca, riconosce un meraviglioso scintillare del cielo, quasi fosse trapunto di stelle in pieno giorno, quasi che il sole festante inviasse benedizioni e incanti sul mondo; ferma il cavallo nel mezzo della pianura erbosa e guarda in alto. Ed ecco: nel mezzogiorno sembra levarsi una bianca aurora: è una candida croce coronata che sovrasta il paesaggio e, a poco a poco, si trasforma in fiori di giglio che si disperdono come bianche farfalle nel vento.

Il bastardo si volta: sul limitare del bosco, una figura di un biancore abbagliante; in mano uno stendardo, sul viso un sorriso amico e raggiante: Giovanna la Pulzella gli indica la strada.

Dall’alto dei Cieli, la musica benedicente si riversa sulla terra, luce e suono al contempo, e il Bastardo ne è immerso, né mai più ne sarà abbandonato per tutta la sua vita.

Santa Giovanna d’Arco, Place de Pyramides, Parigi

Piedi di cerva sulle alte vette, di Hanna Hurnard

Ogni tanto, quando ci capita, presentiamo (e presenteremo) alcuni libri che ci sono piaciuti (al di là dei nostri, ovvio). La nostra Chiara Bertoglio ci presenta qui Piedi di cerva sulle alte vette di Hanna Hurnard.

Piedi di cerva sulle alte vette di Hannah Hurnard (ed. Gribaudi) è un libro decisamente sui generis e difficilmente incasellabile. È una narrazione della vita spirituale e mistica, ispirata al Cantico dei Cantici, e narrata in modo decisamente avvincente sotto forma di una specie di romanzo di formazione. I personaggi sono di vario tipo: c’è il Cristo, chiamato sempre “il Pastore”; gli altri personaggi sono invece allegorici, o meglio personificazioni di tratti del carattere delle persone o di problemi della vita spirituale. La protagonista femminile si chiama infatti Timorosa, e il suo cammino sarà ritmato da tappe progressive, spesso difficili e ardue, descritte con perizia letteraria, in cui gli ostacoli della vita spirituale sono simboleggiati da paesaggi ostili o di arduo superamento.

Ad accompagnarla, due guide che il Pastore le dona, e verso le quali dapprincipio Timorosa sente una profonda avversione; in realtà, camminando insieme, diventeranno amiche. Tutte e tre saranno trasformate dall’esperienza, in modo tanto radicale da cambiare persino il proprio nome.

Il fascino del Pastore seduce Timorosa, che viene raffigurata come la Sposa del Cantico dei Cantici – ma una sposa “in fieri”, per così dire, una sposa che deve conquistare, passo dopo passo, e nella collaborazione fra la Grazia divina e il suo impegno, quella bellezza che il Pastore ha visto in lei ben prima che fosse evidente a un osservatore obiettivo. Nonostante i difetti del suo carattere, tuttavia, Timorosa è mossa da un grande amore per il Pastore: amore che la spinge a “buttarsi” in un’avventura complessa, superando l’avversione dei suoi parenti, e diretta al paesaggio incantato delle Alte Vette, in cui sarà trasformata ma di fatto diventerà pienamente se stessa.

Se il linguaggio allegorico può dapprincipio lasciare un po’ perplesso il lettore di oggi (lo stile sembra un po’ mutuato dal Pilgrim’s Progress), l’autrice tuttavia ha un modo di narrare che conquista, e una profondità spirituale innegabile. Altro aspetto molto positivo del libro è la quantità dei riferimenti biblici, tratti soprattutto dal Cantico ma anche da altri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento; essi conferiscono una solidità spirituale non scontata alla narrazione.

Il libro può quindi essere consigliato a chi si affaccia alla vita spirituale o a una scelta vocazionale, se si sente a suo agio con una narrazione simbolica, non del tutto consueta ma svolta con coerenza e intensità.

Gli incontri a San Bernardino

Si è concluso l’itinerario quaresimale proposto dagli Inkiostri insieme con i Frati Minori francescani della Parrocchia di San Bernardino a Torino. Lungo quattro (più uno!) martedì di Quaresima, ci siamo avvicinati alla Pasqua posando uno sguardo contemplativo su alcuni oggetti che la simboleggiano, e che trovano un loro parallelo in altrettanti dettagli del Crocifisso di San Damiano.

Siamo partiti dalle “vesti regali e il grembiule”, riecheggiati nel linteum, il telo bianco bordato d’oro indossato dal Crocifisso di San Damiano. Seconda tappa con il gallo di Pietro, che, nel Crocifisso, secondo alcuni è un gallo, secondo altri una fenice. Il terzo momento ci ha portati a contemplare il velo della Veronica, insieme con le figure femminili del Crocifisso. Infine, nell’ultimo incontro, l’attenzione si è riversata su Longino e sulla sua lancia, che penetra il costato di Cristo, nonché sui soldati del Crocifisso.

Le parti introduttive sul Crocifisso di San Damiano sono state curate dai Frati di S. Bernardino, mentre gli Inkiostri hanno provato a raccontare qualcosa degli oggetti, facendosi aiutare anche dall’arte figurativa e dalla letteratura.

A conclusione dell’itinerario, una serata di meditazione e musica ha visto la partecipazione dell’ensemble vocale e strumentale del gruppo dei “Creativi”, giovanissimi musicisti che hanno proposto brani da Bach a Palestrina, da Tallis a Mozart, senza dimenticare Pergolesi con il suo incantevole Stabat Mater.

Ma tutto questo non ve l’abbiamo raccontato solo per farvi dispiacere se non avete avuto modo di partecipare… anzi! C’è ancora tempo per recuperare, sia vedendo i video delle serate che sono stati pubblicati sui canali YouTube di Vita Diocesana Pinerolese e della Parrocchia San Bernardino, sia leggendosi un prezioso (ma gratuito!) ebook freschissimo di stampa e realizzato dagli Inkiostri. L’ebook comprende anche una Via Lucis realizzata dagli Inkiostri per accompagnare il cammino verso la Pasqua e oltre la Pasqua.

Buona lettura, buon ascolto, ma soprattutto buona Pasqua!

Il Tolkien Reading Day: una bella cosa

Davvero una gran giornata, quella al nostro Tolkien Reading Day! Nelle delicate sale liberty di Villa Prever a Pinerolo abbiamo avuto modo di incontrarci, incontrare qualcuno dei nostri affezionati, e soprattutto fare qualcosa che ci piace davvero molto: ovvero parlare del nostro Professore!

Cinque conferenze (grazie ai presenti per la resistenza) che hanno un poco tracciato una sintesi dell’opera di Tolkien, a partire dalla sua vita e dai caratteri generali della sua scrittura (grazie a Chiara Nejrotti e Luisa Paglieri, le nostre imprescindibili signore), per poi percorrere a volo d’aquila il Silmarillion con Davide Gorga, quindi (un poco come accade in Albero e Foglia, siamo passati dal particolare al generale, e così dal generale al particolare) Valentina d’Antona e Daniele Barale ci hanno accompagnato in alcune pieghe del Signore degli Anelli, ed infine Chiara Bertoglio, Andrea Donna e il nostro amico Joram Gabbio hanno, ognuno secondo il proprio punto di vista, accumunato il Tolkien Reading Day con un’altra ricorrenza del 25 marzo, il Dantedì (nessun maggior piacere, che ricordare un doppio tempo felice, nella buona sorte, si potrebbe dire). Al termine di giornata (abbiamo sforato un botto coi tempi!) Maria Finello e Patrizio Righero hanno un poco parlato ai presenti del nostro gruppo, e del nostro ultimo lavoro, I Sentieri del Nizhar.

Gli interventi (lo potete vedere dalle gustose foto qui sotto) sono stati accompagnati dalle musiche interpretate da Patrizio, Chiara e Giovanni Bertoglio (che potete ammirare in virile tenuta plantageneta) e dalle ipsissima verba di Tolkien, interpretate dai bravi studenti dell’Istituto Maria Immacolata e dal Liceo Porporato (grazie quindi a Federico, Luca, Emanuele) e da Elisabetta Florence. Ma non solo! Lungo tutto il pomeriggio abbiamo avuto anche un laboratorio per bambini tenuto dalla nostra Erica Gavazzi, e dalla illustratrice Cristina Besso.

Insomma, ci s’è dati da fare, ed è stato bello.

Continuate a seguirci, viva sempre il Professore, vivano le Storie!

Evviva (san) Patrizio!

Per molti motivi siamo affezionati all’Irlanda, ed agli irlandesi, the great Gaels of Ireland, that God made mad, for all their wars are merry, and all their songs are sad: per questo è il nostro (non è il solo, prima o poi ci arriviamo) santo patrono.

Dio benedica l’Irlanda, San Patrizio, Santa Brigida e San Brendano, il Connemara e le scogliere di Moher, i Túatha Dé Danann e Tír na nÓg, W.B. Yeats, Séamus Heaney e Shane MacGowan, la Guinness e il Libro di Kells, Cillian Murphy ed Enya, l’arpa e il trifoglio, le banshee e il leprecauno, Brian Boru e Michael Collins!

A San Bernardino, a Torino

In questo tempo di Quaresima, noi Inkiostri partecipiamo a un’iniziativa organizzata dalla Parrocchia di S. Bernardino, dei Frati Minori, a Torino. Si tratta di un percorso in quattro serate più una conclusiva, che si tengono nei martedì dal 28 febbraio al 28 marzo compresi, alle ore 21. Nei primi quattro incontri, alcuni nostri sodali creeranno e presenteranno delle meditazioni che, a partire da “oggetti” che si incontrano nelle narrazioni evangeliche della Passione di Cristo, possano aiutarci a entrare più profondamente nel mistero pasquale, anche in dialogo con la letteratura e l’arte che caratterizzano la nostra in modo più evidente. Le serate sono aperte dall’intervento di uno dei frati francescani della parrocchia, che a sua volta individua un elemento del Crocifisso di San Damiano legato alla tematica della serata.

Croficisso di Santa Chiara
Basilica di Santa Chiara, Assisi

Il primo incontro si è tenuto il 28 febbraio: Chiara Bertoglio ha parlato del contrasto fra le “vesti regali” di Cristo e il grembiule (o meglio l’asciugamano) della lavanda dei piedi. La sua meditazione, che potete trovare qui, è stata introdotta da una presentazione in cui fra Francesco Grassi ha spiegato il significato e l’importanza del linteum, il “panno” indossato dal Cristo crocifisso nell’icona di San Damiano.


Il prossimo appuntamento è previsto per martedì 7 marzo, in cui il tema sarà quello del “gallo” che annuncia il rinnegamento di Pietro; a presentarlo saranno Ives Coassolo, Davide Gorga e Giovanni Soppelsa, mentre la fraternità di S. Bernardino sarà rappresentata da Fra Dario Fucilli. Gli appuntamenti successivi si concentreranno sullo sguardo femminile (a cura di Maria Finello ed Erica Gavazzi, il 14 marzo) e sulla lancia del soldato (Daniele Barale, Valentina D’Antona, Chiara Nejrotti e Patrizio Righero), con la partecipazione di Fra Raffaele Casiraghi.

Infine, il 28 marzo, un “concerto-meditazione” animato dalla nostra sezione junior, i “Creativi”: brani musicali fra cui pezzi dallo Stabat Mater di Pergolesi, l’Ave verum di Mozart, brani di Bach, Palestrina e Tallis saranno suonati e cantati da un giovane ensemble, in alternanza a meditazioni tratte dai Vangeli della Passione. Vi aspettiamo numerosi, e nel frattempo ecco qui il video del primo incontro!

Il potere delle storie


A tutti noi piacciono le storie (siamo qui per questo, in fondo). Riportiamo qui un breve saggio della nostra Chiara Nejrotti, tratto da una conferenza tenuta al Raduno – San Marino Tolkien Fest, nel 2017.

“Voi siete le vostre storie. Siete il prodotto di tutte le storie che avete ascoltato e vissuto … Hanno modellato la vostra visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate.”[1]

Ne Il Signore degli Anelli, nel capitolo intitolato Le scale di Cirith Ungol[2], si svolge un dialogo tra Sam e Frodo sul potere delle storie.  I due Hobbit si trovano in un paesaggio desolato e maledetto, su una via  che appare sempre più senza speranza e a questo punto Sam ripensa agli antichi racconti ed ai loro protagonisti: storie di coraggio e di valore ma soprattutto di perseveranza, poiché gli eroi non sono tali in quanto vanno in cerca di avventure e di glorie ma perché, pur trovandosi coinvolti in qualcosa che non hanno cercato, non tornano indietro, non si sottraggono, pur avendone magari l’occasione. Si accorge poi che la loro vicenda non è che l’ultimo episodio di un’unica grande storia che si dipana nel tempo e che continuerà anche dopo di loro.

Oltre a distruggere anelli, trovano il tempo anche di parlare del senso delle storie

Parlare delle antiche saghe e dei loro eroi e riconoscersi come parte di un unico grande racconto dà ai due hobbit la forza e la speranza  di continuare il cammino; in precedenza, a Colle Vento, Aragorn aveva cantato per la Compagnia il Lay di Beren e Luthien, perché avrebbe potuto infondere coraggio di fronte alla paura suscitata dai Nazgul; in entrambi i casi si evidenzia come i racconti abbiano un grande potere su chi li ascolta.

Noi siamo perciò anche l’esito delle storie che abbiamo ascoltato e che abbiamo letto; il racconto infatti permette l’immedesimazione, raggiunge la nostra componente emotiva, oltre a quella razionale e così facendo forma il carattere, ossia la volontà e la coscienza morale, ossia la capacità di compiere delle scelte che non siano delle semplici reazioni.

Secondo Bruno Bettelheim, psicoanalista freudiano che per primo ha rivalutato le fiabe tradizionali nell’educazione  infantile, il bambino non si domanda che cosa sia giusto o sbagliato, ma “A chi voglio assomigliare?”[3]  Per questo la narrazione che mostra le conseguenze delle azioni dei personaggi e le loro scelte  è molto più educativa di qualsiasi morale esplicita.

Silvana De Mari in Il Drago come realtà sostiene che i poemi epici, che sono il proseguimento delle narrazioni orali delle gesta degli dei e degli eroi dopo la nascita della scrittura, «servono a dare coraggio nei momenti bui»[4] perché ricordano l’appartenenza ad una comunità e ad un popolo; nell’antica Grecia, ad esempio l’educazione dei giovani alle virtù si basava sui poemi omerici.

In secondo luogo, proprio come Sam, ciascuno di noi può riconoscere di far parte di una trama che ci precede e continuerà dopo di noi e che perciò la nostra esistenza, che ci conduca a realizzare grandi imprese o che si svolga in modo apparentemente nascosto, acquisisce comunque un significato, riconoscendosi come un frammento del vasto arazzo della storia umana.

Secondo l’antropologo Levi-Strauss il mito struttura la realtà, poiché le attribuisce un ordine ed un senso, laddove ci sarebbe soltanto disordine e caos, ma ciascuno di noi ha bisogno di crearsi il proprio “mito” personale e la propria visione del mondo: le storie con cui siamo cresciuti ci aiutano a costruirli.

Nel saggio Sulle Fiabe[5] Tolkien espone teoricamente il valore della narrazione ed in particolare di quella che si serve della fantasia come risposta ad alcuni bisogni fondamentali dell’umanità: Riscoperta, Evasione, Consolazione, per concludere con il diritto alla “subcreazione” , in quanto creiamo miti, fiabe e racconti imitando il Creatore ed in essi tralucono e baluginano frammenti dell’unica Verità da cui proveniamo e a cui aspiriamo.

On Fairy-Stories, di J.R.R. Tolkien

Le popolazioni arcaiche hanno fondato la propria esistenza sui miti, ossia sui racconti che hanno per protagonisti gli dei e gli eroi fondatori; le loro gesta compiute in un Tempo Sacro che precede ogni temporalità storica devono essere continuamente rinarrate per far riaccadere quegli eventi e sacralizzare il tempo profano. Ma i bardi, i cantastorie e i grìot trasmettevano ai loro uditori anche un ricco patrimonio di storie umoristiche, fiabe e aneddoti, altrettanto importanti poiché fondativi della comunità, da un punto di vista psicologico oltre che sociale.  

Negli ultimi decenni l’uso dei racconti ed in particolare delle fiabe in psicoterapia, ha avuto un notevole sviluppo, non soltanto nella cura dell’infanzia. Molte terapie di matrice junghiana e/o derivanti dalla psicologia umanistica e transpersonale ritengono che la narrativa fantastica costituisca un luogo dove conscio ed inconscio possono incontrarsi; il linguaggio simbolico delle fiabe risveglia l’esperienza individuale e la tramuta in atto spirituale, in una conoscenza della realtà che sappia oltrepassare l’apparenza, La narrativa, e quella fantastica in modo privilegiato, mette in scena gli archetipi, ossia i modelli ancestrali della psiche presenti nell’inconscio collettivo, ed in tal modo sviluppa le possibilità di guarigione della psiche stessa. Inoltre i racconti sviluppano il pensiero simbolico e  analogico che ci consente di immaginare ed essere creativi.

L’Autore della citazione iniziale, Daniel Taylor, nel suo saggio Le storie ci prendono per mano  ci ricorda come il più grande desiderio umano sia che la vita abbia un senso: questo desiderio di significato è l’impulso che dà origine a ogni storia; e Clarissa Pinkola Estés , psicoanalista e  cantadora, afferma: “ alle grandi questioni esistenziali, soprattutto se riguardano il cuore e l’anima, il più delle volte si risponde narrando una storia”[6].


[1] D.Taylor, Le storie ci prendono per mano,Frassinelli, Milano 1999

[2] J.R.R.Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani Milano 2003

[3] B.Bettelheim, Il Mondo incantato, Feltrinelli  Milano 1980

[4] S. De Mari, Il Drago come realtà, Salani, Milano 2007

[5] J.R.R.Tolkien, Sulle Fiabe, in Albero e foglia, Bompiani, Milano 2004.

[6] C.Pinkola Estés, storie di Donne selvagge, Sperling & Kupfer, Milano 2008, p.11

Incipit

Ogni tanto tra noi facciamo dei concorsi letterari. Concorsi veri e propri, con un bando, un regolamento (la cui interpretazione di solito è abbastanza flessibile), scadenze, fase di voto, proclamazione dei vincitori: scritto così sembra gran cosa, in realtà è tutto molto familiare e divertito. Delle volte questi concorsi portano a dei risultati più concreti (La Compagnia dell’Oste e I sentieri del Nizhar sono nati così), altre volte si esauriscono nel piacere di avere scritto e letto qualcosa ed esercitato un poco l’artigianato creativo.

Ultimamente ci siamo approcciati ad un preciso genere letterario: quello dell’incipit. Ogni grande romanzo ha un grande incipit (si tratti di tizi che vagano in una selva oscura, capi achei di cattivo umore, languide discussioni francofone in palazzi pietroburghesi, conigli in ritardo che finiscono dentro una tana), ma scrivere un grande romanzo è spesso un grosso impiccio: più pigramente, ci siamo limitati a pensare le prime pagine di una storia, immaginando che quella storia fosse poi esistente.

Se ci seguite su Facebook avrete già visto qualcosa: abbiamo chiesto ai nostri aficionados di leggere (se ne avessero avuto il garbo ed il piacere) i nostri incipit (li trovate anche ora sul nostro sito. Se non li avete letti: correte!), ponendo a tutti una domanda: quale preferireste venisse poi scritto per davvero?

Ci avete dato una risposta! Il prescelto è…

Le lucciole“, di Patrizio Righero!

Lo vedremo mai per intero, un giorno? E chi lo sa, chi lo sa!

Leiji Matsumoto (1938-2023)

Il 13 febbraio 2023 ci ha lasciato Leiji Matsumoto, creatore, tra le altre cose, di Capitan Harlock. Qualche anno fa il nostro Patrizio Righero ha avuto modo di incontrarlo (Matsumoto, non Harlock): riportiamo qui l’articolo che uscì a suo tempo su Vita Diocesana Pinerolese.

Leiji Matsumoto (1938-2023), nel 2019.

«Quando tornavo da scuola, lungo la strada urlavo ad alta voce una parola senza senso “Harrok, Harrok”. Se c’era gente, però, la pronunciavo sottovoce. Di qui è nata l’idea per il nome di Capitan Harlock!»

Leji Matsumoto, indossato il berretto nero con il teschio dei pirati, diventa lui stesso un personaggio fantastico. «Il teschio bianco con le ossa incrociate è il simbolo della morte, ma il mio – ci tiene a precisare – è rosso, perché sono ancora vivo». Vivo e vivace, i suoi 81 anni se li porta bene e non si risparmia alle domande dei giornalisti che lo scorso 14 ottobre lo hanno incontrato nel municipio di Torino. Ad invitarlo in città, per una fitta serie di eventi, l’Associazione cultuale che porta il suo nome. Anche se il suo vero nome è Akira. «Leji è quello d’arte. L’ho scelto perché discendo da una famiglia di samurai e Leji significa “samurai senza fine”».

Nei suoi manga c’è molto della sua vicenda biografica. Così spiega la sua passione per la locomotiva diventata poi l’icona di Galaxy Express 999: «A 18 anni feci un biglietto di sola andata per Tokyo dove iniziai la mia carriera da disegnatore. Il treno era trainato da una vecchia locomotiva. Quel viaggio cambiò per sempre la mia vita». Il suo sogno era diventare ingegnere aerospaziale, ma non poté realizzarlo. «Terminata la seconda guerra mondiale la mia famiglia era molto povera. Mio padre era un militare, uscito sconfitto dalla guerra. Così mi dedicai al disegno grazie al quale potevo guadagnare. Fu mio fratello minore a diventare ingegnere spaziale e lui mi fornì poi fotografie e suggerimenti tecnici utili per i miei disegni e le mie storie».

Anche la Nuova corazzata Yamato nacque da un contatto diretto. «Grazie alle conoscenze di mio padre mi furono mostrati i disegni originali del progetto della Corazzata Yamato, una vera nave da guerra. Di lì presi lo spunto per l’astronave». Ed è sempre grazie al padre che rimase affascinato dall’occidente. «Lui era pilota di aereo e prima dell’inizio della II guerra mondiale venne in Europa per apprendere le tecniche di volo. Portò a casa delle fotografie che mi ispirarono molto. Il mio ideale di donna, quella che ho raffigurato nei miei lavori, è una donna nord europea». E poi le parole che solo un giapponese potrebbe pensare e dire: «Oggi guardo in faccia ciascuno di voi e penso che per anni ho usato i vostri volti e il vostro abbigliamento senza avermi mai chiesto il permesso!»

Nessun argomento lo mette a disagio, neppure la bomba di Hiroshima. «Quell’aereo – ricorda il maestro Matsumoto – è certamente passato sopra casa mia. Non serbo rancore e voglio vedere qualcosa di buono anche in quella catastrofe. Spero che serva da monito per non ripetere mai più un errore del genere».

Circa la dimensione spirituale dei suoi personaggi racconta di aver elaborato una sintesi personale attingendo anche alle filosofie occidentali. «Discendo dai samurai, quindi per me il bushido  è un punto di riferimento, ma ho imparato e ho molta stima dello spirito cavalleresco. Nelle mie opere cerco di rispettare tutte le tradizioni religiose, senza offenderne alcuna. La filosofia e la cultura europea per me sono preziose e l’ho messo in evidenza soprattutto nella rivisitazione fantascientifica della saga dei Nibelunghi».

Progetti per il futuro? «Ho ripetuto più volte all’agenzia spaziale giapponese che sono disponibile ad andare su Marte, sapendo di non fare ritorno. Sono davvero pronto a partire, anche oggi stesso, per questa nuova e affascinante avventura». Che dire? Buon viaggio, maestro!

Un Tolkien Reading Day, a Pinerolo

Mentre proseguono le presentazioni del romanzo “I Sentieri del Nizhar”, stiamo alacremente lavorando per il Tolkien Reading Day (TRD di qui in poi. Cosa è il TRD?) che proporremo con un evento pubblico il prossimo 25 marzo negli eleganti locali di Villa Prever, sede del museo di Scienze Naturali della città di Pinerolo e nell’adiacente parco storico.

Abbiamo pensato ad un doppio programma: uno per i bambini e uno per… tutti gli altri.
Ecco che cosa abbiamo in mente:

Ore 15.00: JRR Tolkien e la sua opera: Chiara Nejrotti (insegnante e saggista), Luisa Paglieri (scrittrice e saggista).  
Ore 15.30: Il Silmarillion: Davide Gorga (scrittore e saggista).
Ore 16.00: Il Signore degli anelli: Daniele Barale (giornalista) e Valentina D’Antona (studente in diritto).
Ore 16.30: Tolkien, Dante, la poesia e la musica: Joram Gabbio (vice preside Liceo Porporato Pinerolo, scrittore), Andrea Donna (giornalista e poeta), Chiara Bertoglio (musicista e musicologa). 
Ore 17.30: Presentazione del romanzo “I Sentieri del Nizhar” (Marcovalerio – Vita Editrice). Modera Maria Finello (storica e insegnante).

Intermezzi musicali a cura di Giovanni Bertoglio (violinista, fisico).
Presenta Giovanni Soppelsa.
Lettura a cura degli studenti del Liceo Porporato di Pinerolo e dell’Istituto Maria Immacolata.

Per i bambini proponiamo due laboratori.
Il primo: “Nel fantastico mondo di Tolkien – Laboratorio di fiabe” per bambini 5-10 anni a cura di Erica Gavazzi (scrittrice) e Cristina Besso (illustratrice). Il laboratorio sarà ripetuto alle 15 e alle 16.30. È prevista la merenda.
Il secondo: “Tolkien sul palco“. Laboratorio teatrale per ragazzi 10-14 anni a cura di Ives Coassolo (insegnante, autore teatrale) ed Elena Ricca (animatrice). Inizio alle ore 16.

Per partecipare ai laboratori è necessario iscriversi chiamando il numero 345.0868633 entro venerdì 24 marzo. La quota è di € 6,50 a bambino\ragazzo. Si accetteranno iscrizioni fino ad esaurimento posti. Tutti gli interventi della giornata, pensata in collaborazione con “Munus arts and culture”, saranno trasmessi in diretta su Radio Brea.

Edit: purtroppo i ragazzi di Radio Brea non riescono ad esserci!

Più di così!

Una presentazione del Nizhar, a Torino

Ben sette – anzi, nove– Inkiostri presenti ieri, in via Luserna 8 a Torino, per presentare “I sentieri del Nizhar”.
A noi di fronte, nell’appartamento che fu del guardiano dei Bagni Pubblici, un folto pubblico: una ventina di persone attente e interessate.
Le abbiamo – crediamo – coinvolte: non solo con le nostre parole, ma con la nostra musica e con un paio di belle sorprese da parte dei fratelli Bertoglio, la scacchiera di Giovanni (ora possiamo dirlo: il nobile giuoco del Seldar esiste davvero, si può giocare e ha regole codificate) e la cetra di Chiara.

Tutta la compagnia, e nessuno con gli occhi chiusi.

Grazie all’Associazione Monginevro Cultura e al presidente Sergio Donna non solo per l’accoglienza e l’organizzazione perfetta, ma anche per la recensione del nostro romanzo, a tutti i partecipanti, a Luisa perfetta anchorwoman, a Patrizio (grande anche come musicante!), ai già citati Chiara e Giovanni (che musicisti!), a Maria, Chjara e Andrea (autore del testo di “Verranno giorni profumati d’acacie”, musicato ed eseguito oggi in anteprima assoluta) per gli interventi e per il canto, a Stephan e Davide presenti tra il pubblico.
Ecco il video completo del pomeriggio: buona visione!