Il Carillon di cristallo, di Davide Gorga

Col freddo che in questi giorni s’è infilato in tutta Italia, presentiamo qui un racconto che ha il sapore ed i toni dell’inverno, dal nostro Davide Gorga.

C’era un tempo, in una stanza vuota, un carillon di cristallo. Gli ingranaggi metallici si vedevano perfettamente muoversi veloci ed elastici per forgiare una musica incantata che si effondeva lungo le pareti candide e il pavimento di marmo, sino ad arrivare alle finestre alte, chiare, limpide, votate al cielo, dalla svasatura sottile e l’ombra sfuggente.

Una porta bianca dava accesso alla sala candida dove, su un ripiano di marmo niveo, era riposto il carillon. Soltanto lui poteva afferrare l’essenza di quella stanza celeste. La musica che racchiudeva nel suo cilindro era stata scritta da un compositore famoso – capolavoro e compimento dell’arte di una vita.

A volte, nelle circostanze più eccezionali, la stanza veniva aperta, e il carillon azionato da un visitatore, che rimaneva incantato dapprima dalla perfezione degli ingegni meccanici, quindi dalla melodia inudita e sovrumana, infine dal timbro preciso, secco ed elastico al contempo, come ghiaccio di ere passate i cui margini fossero stati forgiati dal fuoco, del carillon che rapiva in estasi il visitatore, che a sua volta lo guardava fin dentro il cuore.

Poi, la musica finiva, mentre l’incanto rimaneva ancora a lungo nell’aria. E infine il visitatore usciva.

Ogni volta il carillon percepiva quella meraviglia sprigionarsi da sé, l’estasi danzare, e riconoscente benediceva la mano che l’aveva azionato, dandogli modo di manifestare appieno il suo essere; credeva che nessuno, una volta conosciuta simile bellezza, se ne sarebbe potuto distaccare. E invece, ogni volta, la persona esitava e se ne andava così com’era giunta: aveva catturato tutti i segreti del carillon, aveva scrutato la sua anima, messa a nudo, sincera, rivelata dal cristallo che la incastonava.

E il carillon, ogni volta, sperava che giungesse la persona che fosse destinata a restare per sempre con lui, per rivelarne la meraviglia che tanti conoscevano, la musica ineffabile, il timbro unico, l’incanto del mondo. E invece ogni volta gli strappava la musica dal petto trasparente, e lo lasciava lì, abbandonato.

Quella sera, nella stanza vuota, sentiva vibrare gli accordi di fuoco, le gelate in primavera, le ere dimenticate, le tempeste su passi lontani fra monti incappucciati di neve, la mistica del mondo – confinata dentro di sé, nel suo essere solo e lontano da tutti, abbandonato nella stanza più alta, senza che per lui fosse possibile riunirsi a chi avrebbe saputo trarre in continuazione così tanta bellezza – e anche di più.

Perché sapeva che, abbandonato il suo eremo, avrebbe saputo coronare le musiche con la realtà dei cieli sinora solo sognati o intravisti, con il fuoco robusto delle sere, con l’incanto dei tramonti sulle montagne – e con l’anima di una persona che si sarebbe fusa con la sua.

Eppure, il carillon di cristallo restò anche quella sera nella stanza bianca, solo e maledetto dal fato — e la sua musica rinchiusa nella trasparente pelle di cristallo. Vuoto e solo per la cecità degli esseri umani, incapaci di votarsi a una missione.

Scese la notte, e la musica tacque nonostante avrebbe potuto sondare, fiammeggiare, raccontare storie di paesi lontani.

Il carillon restò lì, nel cristallo puro e trasparente, solo, abbandonato in eterno.

Lettere nel cassetto

C’è venuta questa cosa che i carteggi sono belli. Detto di come anche scambiarsi qualche mail, o solo semplici messaggini, sia piacevole, nella ritualità (che molti, anche non più giovani, non hanno poi provato così di frequente) di scrivere una lettera cartacea, che comporta una serie di azioni in successione, c’è qualcosa di liturgico.

Abbiamo così scritto una raccolta di corrispondenze letterarie, e c’è un po’ di tutto, come al solito: leggerete di due uomini che ragionano sulla sorte di molti uomini, leggerete di artisti secolari che si scambiano lettere in bello stile, leggerete di un carcerato e di una suora, leggerete di tempi antichi e tempi recenti, di mistero e di dolcezze ed anche di magia.

Sono le nostre Lettere nel cassetto, che potete ordinare già scrivendo qui: vitaeditrice@gmail.com (l’immagine di copertina è di Valentina Sardu!).

C’è del buono in questi ipertesti

Archiviate le due presentazioni del nostro libro C’è del buono in questi mondi: sul nostro canale YouTube (iscrivetevi!) trovate gli interventi alla presentazione del 27 marzo dei relatori, mentre qui e qui trovate due resoconti della presentazione (annessa al Tolkien Reading Day) alla Biblioteca di Sant’Antonino di Susa.

Trovate una bella recensione anche qui su Fantasymagazine, ed un’altra qui da agdnotizie. Una terza, a firma di Benedetta Dui, da legraindeble. Mentre Saverio Simonelli ci ha poi dedicato un poco di tempo su TV2000: grazie a tutti!

Una via Crucis

Una piccola colonna del nostro gruppo (che è poi la stessa falange che l’anno passato aveva fatto questo) s’è messo in testa che fosse una cosa bella pensare ad una via Crucis, ma un po’ particolare.

C’è venuta l’idea di fare parlare gli attori (che sono poi persone che hanno vissuto e mangiato e vestito panni) della via Crucis: Pilato, Tommaso, Veronica, e tanti altri, in quattordici stazioni.

Abbiamo deciso di farne un sussidio che stesse a metà tra una liturgia ed una lettura, di modo che ognuno (che lo volesse, ovviamente) possa farne un qualcosa di buono per questa quaresima che è prossima ad iniziare: trovate ogni indicazione utile qui, sul sito di Vita Diocesana Pinerolese.

A presto per altre cosette!

C’è del buono in questi mondi

Insomma, s’è fatto un libro di saggi: e saggi sulla speranza, che una cosa nobile e sincera, e il tema del Giubileo che s’è aperto qualche giorno fa.

La copertina (bella, vero?) è di Debora Pacifico, e la prefazione è dell’autorità tolkieniana Giuseppe Pezzini. Saggiamo Tolkien, Ende, Lewis e Rowling, che è un bel quartetto. S’uscirà fra un po’, metà di gennaio o giù di lì (ma intanto se volete qualche informazione a vitaeditrice@gmail.com, e comunque vi teniamo aggiornati). Nel frattempo, ecco i titoli dei saggi!

  • Leaf by Niggle: subcreazione come pellegrinaggio di speranza – di Chiara Bertoglio
  • «Sulle fiabe»: le radici profonde della Speranza nell’opera di J.R.R. Tolkien – di Davide Gorga
  • Gioia e speranza tra il regno d’ombra dell’Anello e il grigiore dei personaggi tolkieniani – di Daniele Barale
  • Le stelle come simbolo di speranza – di Chiara Nejrotti
  • Il dono di Nienna. Lutto e speranza nel Silmarillion – di Maria Finello
  • Estel, la Speranza elfica – di Sebastiano Tassinari
  • Tomisti contro Sauron: un cammino di speranza dalla Terra di Mezzo – di Marco Casazza
  • Sam, l’Hobbit della speranza – di Ives Coassolo
  • C.S. Lewis, la speranza che vive a Narnia – di Paolo Gulisano
  • Ende e “La Storia Infinita”. La Fantasia versus il Nulla – di Luisa Paglieri
  • La riscossa degli Improbabili: Neville, Guardiano di Speranza a Hogwarts – di Marina Lenti

Il mondo della pioggia, di Davide Gorga

Ritorniamo attivi dopo l’estate (si spera passata al meglio per tutti!) in questo giorno del cinquantaunesimo di morte di JRR Tolkien con un racconto di Davide Gorga, dal titolo intuitivamente autunnale, e che potete anche scaricare qui (o in fondo a questa pagina).

Buona lettura!


Pioveva ormai da non importa più quanto tempo, e il cielo era sempre grigio e pallido — eppure, continuava a piovere. Le strade si erano trasformate in ruscelli che scorrevano inevitabilmente verso il basso, eppure, le colline non erano franate, le piante avevano continuato a crescere, le radici nodose a irrobustirsi e a trattenere la terra e l’erba rorida.

Ed io continuavo a viaggiare. Sempre, sotto la pioggia.

Tornavo sulle colline che mi avevano visto bambino in giorni di sole. Era come se la coltre grigia che avvolgeva ogni cosa col battito ritmico delle gocce desse al mondo non un tempo diverso ma l’opportunità di rimediare agli errori del tempo passato. 

Pioveva da sempre ormai; i fiumi erano ingrossati e lavavano via la terra da tutto il marcio e lo sporco che gli uomini avevano accumulato – e in molti si erano chiesti perché; come fosse possibile. Le nuvole non si diradavano, il sereno non tornava, continuava a cadere quell’acqua che univa la terra al cielo. Eppure, le dighe non strariparono, i fiumi non esondarono, non vi furono alluvioni né allagamenti, soltanto lo scorrere impetuoso delle acque verso il mare. Tentarono di capire, ma non vi riuscirono. Studiarono, e non compresero. E così, dopo un tempo che ormai nessuno misurava più, smisero di tentare di capire — e intanto, continuava a piovere. 

Mi fermai alla casa in collina.

Nell’aria echeggiava la luce delle candele. Era come se il persistere di un’atmosfera opprimente avesse invitato gli animi a cercare il calore di quel fuoco che non conoscevano ormai più. Le persone che si riunivano tornavano a scoprire il piacere di stare insieme; i vicini in un’unica casa; parenti, amici, a parlare, a guardarsi ancora una volte negli occhi, giovani e vecchi; padri, madri e figli, ancora uniti, mentre fuori pioveva. Nel silenzio scrosciante di quella fitta coltre liquida.

Quella sera, il centro città splendeva di una luce interiore nell’oscurità del sole calante. Gli alberi avevano continuato la loro crescita, le foglie grondanti, le chiome ombre nel cielo senza stelle.
Chiara si avvicinò, scarponi rossi scintillanti, mantella blu, una figura colorata in tutto quel grigiore. E il sorriso della gioia.  La panchina stillava gocce grigie in ruscelli.

In silenzio. 

«Grazie per essere venuta!»

«Figurati!» rispose il sogno di sole.

«Questa pioggia, questo cielo; non sorgerà mai più il sole, vero?»

«Forse!» sospirò Chiara; «ma l’importante è il calore delle nostre famiglie, quello che abbiamo coltivato, che ci siamo meritati.»

«Ma questo è il mio dolore! Questa è la mia notte!»

L’angelo che mi sedeva affianco sorrise ancora, e parve divenire velato, quasi trasparente nell’oscurità.
«Sì, È questo. Sei pronto per lasciare andare il passato, per lasciare le foglie cadere, le acque scorrere? Devi accettare l’autunno, devi accettare la notte, o non ci sarà mai più aurora.»
Levai lo sguardo al cielo.

Erano così tanti anni, così tanti ricordi, era così tanto dolore da allontanare, che mi sembrava impossibile liberarmene, quanto un forzato non possa togliersi le catene che lo ancorano al suolo.
«Devi solo lasciare andare.» disse più fievole ma con un accento brillante come la fiamma di una candela la figura sempre più evanescente fra le brume.


Lasciare andare. 

Chiusi gli occhi e rividi la strada della scuola, le giornate grigie dell’inverno – il mio inverno – immobili, dure, ghiacciate; l’oscurità dell’anima. E le ringraziai e le benedissi. Perché mi avevano ferito. Perché mi avevano fatto del male. Perché mi avevano lasciato cicatrici da cui avevo imparato qualcosa di prezioso.

Avevo imparato ad amare.

Socchiusi lentamente le palpebre. Il sottile cantilenare delle gocce sul selciato era svanito. Chiara non si vedeva più. Le foglie degli alberi intorno a me presero ad ingiallire e cadere una ad una, in un canto d’autunno che mi sorprese estasiato. 

Mi sollevai. Camminai fra i turbini di foglie. Ed essi cessarono. Rosse come l’autunno e sbiadite nei colori freddi dell’inverno, su un tappeto scintillante di neve fino all’orizzonte. Ed all’oriente, lontano, sul mare, sorse finalmente un sole limpido, chiaro, alto, in un cielo sereno e terso.

Mi chinai. Tra i prati indugiavano le prime sottili luci. E, tra esse, fiori tra le pietre a disegnare il cammino.

«Sentinella, quanto resta della notte?» udii lontana la voce di Chiara, ormai scomparsa nella luce.
«Più nulla, ormai», mormorai, rinato.


La via della Luce

Una parziale falange di noi Inkiostri, in passato, si è cimentata con un gradevole impegno di natura pasquale: che ha portato quest’anno ad una nostro scritto non meno pasquale, di cui pubblichiamo, qui di seguito, l’introduzione. Ok che siamo ancora a Carnevale ma poi è un attimo eh! Il libro è disponibile presso la redazione di Vita Diocesana Pinerolese (via vescovado, 1 – Pinerolo). Per info e prenotazioni: tel 0121.373335 – vitaeditrice@gmail.com


Raccontare la Pasqua. Per degli scrittori, un’avventura esaltante: il dramma della Pasqua è così vivido nei suoi personaggi, situazioni, avvenimenti, dinamiche, da aver ispirato innumerevoli creazioni e reinterpretazioni artistiche nella Storia, da parte sia di credenti sia di non credenti. Tale è il potenziale narrativo degli avvenimenti degli ultimi giorni della vita terrena di Cristo che anche la lettura del Vangelo della Passione avviene in forma drammatica, e questa “teatralità” (nel miglior senso del termine) ha ispirato anche alcune versioni musicali di assoluta bellezza, come le Passioni di Johann Sebastian Bach. 

Per degli scrittori credenti, si tratta di confrontarsi con il cuore stesso della propria fede, e cioè con gli avvenimenti fondanti su cui l’intera costruzione della propria esistenza e del proprio sistema di valori si basano. 

Inevitabile, perciò, che prima o poi anche gli Inkiostri si lasciassero sedurre dal fascino degli avvenimenti del Triduo Pasquale. In realtà già nel 2022 il nostro gruppo di amici appassionati di letteratura, di relazioni profonde e di fede aveva affrontato la Pasqua. L’avevamo fatto con una delle nostre sfide, i “concorsi interni” con cui ci stimoliamo reciprocamente a scrivere, dedicata a dei “DabbleDrabble” (mini racconti di 200 parole) sul Sabato Santo[1], e anche con una “Via Lucis” pubblicata su VinoNuovo[2], e in cui avevamo immaginato che i Discepoli di Emmaus fossero una coppia di sposi, Maria e Cleopa, intenti a scoprire le tracce del Risorto nel loro quotidiano di amore familiare e coniugale. 

Successivamente, VinoNuovo ci ha invitati a replicare l’avventura, e abbiamo pensato di ambientare la Via Lucis  in questo presente che sembra tanto difficile per tante persone e situazioni. Abbiamo immaginato piccole storie, che, narrando il vissuto di una persona, potessero risultare emblematiche rispetto a situazioni più grandi che caratterizzano le cronache e le fatiche dei primi mesi di quest’anno. 

Accanto a questo cammino di speranza, in cui la luce del Risorto viene a illuminare tutti i “cuori di tenebra” del nostro quotidiano, siamo stati invitati anche a creare e vivere un altro cammino, legato invece alla Passione. Si è trattato di un ciclo di quattro incontri (più uno, una meditazione in musica) proposti come itinerario quaresimale nella parrocchia di San Bernardino a Torino, dei Frati Minori francescani. 

Nelle quattro serate, delle “squadre” di Inkiostri sono partite da un oggetto protagonista della Pasqua per intessere delle narrazioni contemplative e meditative sul mistero pasquale. Gli oggetti che avevamo inizialmente pensato, con una “coincidenza” che sicuramente non è casuale, si sono ritrovati anche sull’immagine simbolo del francescanesimo, il meraviglioso Crocifisso di San Damiano che parlò a San Francesco e davanti al quale Santa Chiara e le Clarisse pregarono per secoli. Dai piccoli dettagli del Crocifisso, sui quali i nostri amici frati ci hanno invitati a posare l’attenzione, ci siamo quindi spostati su oggetti che ci permettessero di entrare nel mistero della Pasqua come da una porta di servizio: umilmente, concretamente, ma anche con l’infinito stupore di chi vede dispiegarsi la bellezza dell’amore di Dio che cura anche i più piccoli dettagli nel disegnare l’immenso affresco della Passione. Nella serata conclusiva, l’intreccio di parole, silenzio, immagini e musica (cantata dall’ensemble vocale e strumentale dei giovanissimi “Creativi”) ha permesso di ri-comporre l’immagine complessiva, nella contemplazione di un Crocifisso che parla a tutti.

Abbiamo perciò pensato di offrire ai nostri amici lettori il “diario di viaggio” di questo cammino, sperando che possa essere utile anche a loro come lo è stato – in primis – per noi stessi, stimolati così a una contemplazione più profonda e vivida di ciò che dà senso alla nostra intera esistenza. Le serate di San Bernardino sono state anche riprese in forma di video, disponibili sul canale della Parrocchia San Bernardino[3] e di Vita Diocesana Pinerolese[4], nel caso in cui potesse far piacere sentire le narrazioni dalla viva voce di chi c’era.     
Buona Pasqua!


[1] https://www.inkiostri.net/drabble2022.html

[2] https://www.vinonuovo.it/comunita/bibbia-e-liturgia/via-lucis/

[3] https://rb.gy/er30

[4] https://rb.gy/84hz

La Stella, di Davide Gorga

Il nostro Davide ci regala un racconto di Natale: speriamo possa piacere a voi quanto è piaciuto a noi. Lo potete anche scaricare qui.


Il lampione splendeva lucido e specchiante a lato del ponte in pietra grigia che varcava tranquillo l’Adige fluente tra oscurità e veli di nebbia. Il lieve mormorio delle acque era interrotto dal suono dei passi della ragazzina che camminava in silenzio, gli abiti rossi confusi tra il nero della notte, al centro delle mura merlate, lo sguardo fisso dinanzi a sé che talvolta vagava inquieto verso le poche luci che si disegnavano nel buio, una qui, una là, tra macchie d’ombra fitta. Una luna fragile splendeva a tratti fra veli di nuvole viola, nessun vento e nessuna voce. Affrettò il passo; la via era deserta, il mormorio del fiume lieve.

D’improvviso, come apparso da un favoloso sogno, vivace e multicolore nella nebbia quasi rinato da miriadi di goccioline di pioggia splendenti, appoggiato noncurante con le spalle al parapetto, un giovane alto, vestito d’ogni colore, rilucente nell’oscurità, comparve dinanzi ai suoi occhi. Al suo fianco, un bastone. Un cane grigio argento dagli occhi azzurri e le zampe agili gli saltellava intorno. La bisaccia mezza vuota gli penzolava da una spalla, un flauto era nella sua mano destra, canterellante sulle pieghe dei pantaloni verdi e gialli, sgargianti come raggi di sole tra i prati.

La ragazza si arrestò, incapace di proseguire. Al centro del selciato rimase immobile, stringendo i pugni, finché le dita non divennero bianche.

L’uomo parve finalmente accorgersi di lei. Volse lo sguardo sulla sua persona, quasi incredulo, come se un fantasma fosse apparso ai suoi occhi. Ergendosi nel mezzo della via, esclamò:

«Lucia, tu mi vedi!?» — la sua voce fu musicale come una campana d’argento;

«Sarebbe difficile non vederti! Sei sotto un lampione!» — fece di rimando la ragazzina; — «E tu come sai il mio nome?»

Il giovane dai vestiti sgargianti rise con una voce forte e gentile; portò il flauto alle sue labbra e accennò un inizio di melodia triste e allegra, senza tempo, quindi riprese ad alta voce: «Sei davvero tu! E allora, vieni, andiamo!» — estrasse un libro dalla borsa a tracolla, aprendolo a metà: i caratteri parvero illuminarsi di luce propria; quindi lo sfogliò rapidamente e sembrò che un arcobaleno di luce si riversasse sulla via; infine, con gesto senza suono che echeggiò nel fondo dell’anima di Lucia, si arrestò a una pagina dal disegno confuso, nero e oro.

«Dove!?» — chiese Lucia, ma l’altro le tese la mano e a lei parve che ogni paura si dileguasse. Non più il timore della notte scura, della nebbia, della solitudine. E seguì solo quella scia di colori che pareva aver preso una scala d’aria arrampicandosi veloce nel cielo notturno, tanto che presto si trovarono oltre le nuvole basse che aleggiavano sulla città e videro scintillare le stelle come diamanti in cielo; eppure, non avevano freddo. Anche il cane li accompagnava, danzando festosamente intorno a loro, quasi fossero stati sul fianco solido di una montagna. Sempre più in alto e sempre più lontano salivano, e presto una musica d’argento prese forma dallo strumento del compagno che li guidava. Oltrepassarono la notte scura e diversi cieli si avvicendarono intorno a loro, nell’eterno movimento delle stelle.

Tra le vallate e le città sparse, Lucia iniziò a vedere scintillare un bagliore d’oro simile a un filo che le attraversasse tutte, l’una dopo l’altra. A un certo punto, fu silenzio.

«Chi sei?» — chiese ancora Lucia al suo accompagnatore in quel viaggio aereo.

Gli occhi azzurri del giovane scintillarono: «Sono una Stella, quella che da sempre abita nel profondo della tua anima. O la tua luce, se preferisci.» — concluse sorridendo e indicando la terra lontana sotto di loro: «Vedi qualcosa oltre il buio?»

«Vedo una sottile linea di luce.»

«E hai ancora paura come quando ci siamo incontrati sul ponte? Paura dell’oscurità, della solitudine.»

«Ora sono con te.» — obiettò Lucia.

«Giusto!» — rispose l’altro; «E ora, guarda una Stella nella sua essenza!»

Il flauto riprese a suonare lieve, e dall’oriente giunse una luna piena in un freddo cielo distante: sembrava enorme. Di fronte a lei, all’ovest, una luce intensa ardeva bianca nel cielo, come se stesse catturando voci d’angeli pure e chiare, fredde, possenti, riverberanti nel cuore luminoso. Al di sotto, lo splendore s’irradiava su un deserto varcato da tre figure ammantate. Incedevano maestose, nel chiaro di luna, indicando la stella. Il tempo passava, il flauto tacque. Infine, la Stella fu così vicina che parve di poterla toccare, e gli abiti multicolori del ragazzo si ghiacciarono in un’unica luce bianca.

Una delle figure uscì dall’ombra: additava agli altri una costruzione inondata dal chiarore. Le grida di gioia degli altri fecero eco e musica. Dinanzi a loro, attraverso una piccola apertura, giaceva un bambino in fasce, deposto nella mangiatoria degli animali. Una donna e un uomo lo vegliavano. Il tempo si fermò.

Vento inclemente e nero riprese a soffiare intorno a Lucia. «Quando siamo ripartiti?» — tentò di domandare alla sua guida — ma le sue parole si dissolsero nel turbine della corsa. Sempre più veloce la Stella viaggiava e suonava; una musica dura, ritmata, allegra come rosso albeggiare nell’inverno. Giunti a un valico videro una catena di monti rischiarata qua e là da fiamme ondeggianti; al passo più alto si fermarono, in lontananza giganteggiava nero un castello. Il cane si avvicinò a Lucia, guardandola e scodinzolando. Ed entrambi scesero. Oltre le macchie di abeti neri si apriva un villaggio, le case in pietra, le strade di terra; ogni cosa immersa nel silenzio. Il cane si volse verso di lei, e Lucia lo seguì mentre saliva proprio in cima al crinale. Giunsero alla sommità. I bambini correvano. Le donne ridevano. Gli uomini suonavano e mangiavano intorno al fuoco. Le ombre oscillavano. Una ragazza alta si avvicinò al falò più grande, un giovane contadino la prese per mano. E insieme danzarono come cigni di fiamma, rivoli di vita. Il cane saltò di fianco a loro e iniziò a guaire e latrare, nessuno se ne accorse. E poi bambini, donne, uomini, proruppero in una grande risata: era il calore del mondo che entrava dentro Lucia, come un fuoco amichevole.

In breve, la Stella fu di nuovo presso di lei; «Vieni!» — disse ancora, e, nonostante Lucia non volesse abbandonare quel luogo, lei e il cane furono di nuovo in viaggio.

Dinanzi alle vetrate di un grande magazzino, videro un ragazzo urlare e correre. Le luci al neon si alternavano al silenzio nero. La corsa a perdifiato si concluse sotto un ponte, dove solo l’ansimare si materializzava come fiato bianco dinanzi a lui. La Stella gli si avvicinò e indicò a Lucia un luccichio per terra, come quello che le era parso di intravedere dall’alto. Lo seguì, provò a toccarlo con una mano e avvertì un calore immenso dentro il palmo — e poi dentro l’anima. Era come il calore della festa di pochi minuti prima (di molti secoli addietro) danzante tra le fronde, eppure cento volte più intenso, tanto che le veniva da piangere tanto era bella e dolce e forte la sensazione. Si sentì traboccare, come un fiume che esca dagli argini, e toccò il ragazzo tremante davanti a lei.

Questi sembrò non vederla, eppure, poco per volta, si calmò. Si sedette prendendosi il capo tra le mani. Quindi, l’asfalto fu bagnato dalle sue lacrime. Lucia lo vide rialzarsi, allontanarsi lungo la strada, fino a una casa da cui uscivano luce e un calore simile a quello che sentiva dentro di lei. Una donna dall’aria altera si disegnava all’ingresso. Non appena vide tornare il ragazzo, gli corse incontro piangendo, abbracciandolo e stringendolo a sé, riportandolo a casa, figlio amato e restituito.

La Stella riprese con sé Lucia. Percorsero le più alte vie del cielo, e ora agli occhi di Lucia era visibile una scia dorata, sempre più grande, sempre più bella, che attraversava città, borghi, prati, mentre il calore e l’affetto crescevano dentro di lei. E infine capì. Era il suo animo a disegnare la strada — era la strada a richiamare il suo animo. Ed entrambi erano una cosa sola.

Il ponte sull’Adige li riaccolse lieve, il cane prese a fissare Lucia, la Stella smise di suonare e la fissò con aria allegra, antica; «Hai ancora paura?» domandò lieve.

La ragazzina parve non capire; l’altro riprese: «Quando ci siamo incontrati temevi l’oscurità, il silenzio, le cose che si potevano celare, perché non le conoscevi. Ora non sembrerebbe davvero. Non più almeno.» — Lucia annuì. La Stella riprese — «Hai respirato la Gioia. Quella che rimane dentro, e non scompare. Sei diventata sensibile al mondo che vedevi ma non interpretavi, e nonostante sia sempre più raro vedere ciò che si nasconde oltre i muri di mattoni e di pianto, tu ne sei ancora in grado: per questo stasera hai potuto incontrarmi.»

Lucia rimase un attimo in silenzio, quindi rispose lentamente: «Dovrò viaggiare molto, vero?»

«Il viaggio più grande lo farai dentro te stessa.» rispose con voce più grave la Stella.

«Vedo dinanzi a me una scia d’oro, come una luce!» esclamò Lucia — «O forse no, più che vederla la sento! Calda e forte.»

«Ricordi la danza intorno al fuoco, le risa, le canzoni? Ecco, quella è un’infinitesima parte dell’amore che è dentro di te. E con esso, potrai risvegliare i cuori freddi nella notte di gelo e condurli alla salvezza.»

Il cane guaì lieve; il paesaggio iniziò a tremolare, come in una giornata troppo calda, la nebbia ad avvolgere di nuovo gli abiti multicolori della Stella.

«La tua Via conoscerà molti momenti diversi,» — continuò il ragazzo, «eppure l’amore ti guiderà attraverso essi, dovrai solo seguirla senza esitare, e non avrai più paura: né dell’oscurità, né del dolore, perché sarai più forte, fiera, coraggiosa. Anche nel più oscuro dei cieli la gioia vince sempre, come una musica eterna.»

Lucia annuì ancora. Sentiva dentro di sé una felicità che niente, in futuro, sarebbe riuscito a cancellare. Né la fatica, né l’ignoto — perché ora sapeva di poter vedere l’invisibile, afferrare ciò che si cela oltre i cuori. Nulla vi era più di nascosto. Tutto era rivelato. E la Via si snodava dinanzi a lei. Infine disse: «Ora devi andare via, vero, Stella?»

La consistenza degli abiti del ragazzo, sempre più simili a gocce in via di evaporazione, i margini della sua figura, il suo cane, il bastone, la bisaccia, parevano ondeggiare tra i confini del Tempo; in questo sorrise: «Hai imparato bene, Lucia! Ama, e sarai felice!» esclamò la Stella prima di svanire.

Lucia si ritrovò sola sul ponte, tra il mormorio del fiume e qualche velo di nebbia. Avanzò decisa, senza più curarsi degli angoli oscuri e dei rumori sconosciuti. Dentro di sé udiva una gioia che non avrebbe mai dimenticato.

Camminò senza esitare fino a casa. Qui sorrise a sua madre e al fratello: poi si mise a guardare dalla finestra. Le domandarono se le fosse accaduto qualcosa. Ma Lucia rispose: «Nulla!»

Era un’esperienza troppo importante, e riservata solo a lei.

Ma l’amore e la conoscenza di cui aveva preso conoscenza le riversò interamente su di loro.

E quando la sera le capitava di osservare una stella che sembrava scintillare di fuoco bianco, ricordava l’incontro sul ponte e sentiva più forte il richiamo della Via e della gioia.


Anoressia, di Davide Gorga

Davide Gorga ci regala un altro racconto: lo potete leggere di seguito, oppure scaricarlo da qui, oppure ancora più sotto. Buona lettura!


Iniziò a piovere lentamente, come in un accordo triste; le gocce scurivano il bordo dei marciapiedi, velavano la strada, piangevano dalle foglie scure degli alberi, intrecciavano il canto infuocato dell’alba con i tramonti dell’inverno, oscurando il sole sorgente in una nuvolaglia viola sul mare, indaco fino all’orizzonte lontano.

Gli edifici sfrecciavano veloci nell’aria fresca, sulle colline, sino alle alture da cui le montagne parevano potersi toccare con mano. E poi, sull’infinito nastro grigio dell’autostrada, il ragazzo e l’ombra blu che cavalcava furono un tutt’uno, trascinati via contro il vento della corsa.

«Come stai?»
«Secondo te?»
«Coraggio! Esci, godi dell’aria pura, il mondo non è poi così male!»
«Sì, lo so.»
«Serena, posso fare qualcosa per te?»
«Scusa Dario, non ho voglia di parlare.»
Lo scatto secco del telefono aveva chiuso ogni possibilità di riprendere il leggero legame che si era instaurato. Non avrebbe risposto di nuovo, questo il ragazzo lo sapeva. Si portò sul terrazzo; le stelle erano velate da una fitta coltre di pennellate violette, mentre all’occidente l’oscurità sembrava una belva acquattata, compatta, spessa, nera. Era il preannuncio di una tempesta. Serena non sarebbe uscita dalla sua stanza, non prima di aver consumato ogni briciolo di energia nel suo corpo, di aver estirpato la vita fisica e materiale, disseccata la fonte illusoria, estratto il coltello che le avvelenava l’anima. Non era la prima volta – ma ognuna di esse la avvicinava a quella che sarebbe potuta essere l’ultima.

Mentre le curve rompevano il ritmo veloce e il motore riprendeva il canto allegro e regolare nel vento, il ragazzo si lasciava trapassare dalle voci del presente e del passato – e da quelle del mondo, incantate, fiere, forti e sincere come i tronchi degli alberi che scurivano le cime.

Nero e bianco, bianco e oro, il casco rispose a un timido bagliore stilettante tra le nubi, come una speranza iridata che ancora non si era compiuta. Il vascello accelerò ancora. La luce non si alzò, e la pioggia iniziò a frustare inclemente la strada, le mani e la carena.

Neve bianca e d’argento risplendeva ai lati della piazzola in cui il ragazzo si fermò a indossare la tuta impermeabile, sottile e robusta. Viaggiava leggero. Come un desiderio inciso nel metallo incandescente.
In breve le nuvole scomparvero, sostituite da una semioscurità violacea e venata di malinconia. Dario le osservava in piedi, il volto deciso, addensarsi in massa dinanzi a lui, affianco alla sua motocicletta blu notte, al bordo di una piazzola tra il bianco ormai invisibile della tarda mattina. Trasse un sospiro, e ripartì.
Presto la pioggia si rovesciò in torrenti sulla carreggiata; muri d’acqua ghiacciata si levavano improvvisi e, passati come a guado, investivano il guidatore sino alla cintura. Infine il sole del primo pomeriggio fece capolino tra le nubi, quasi il maltempo avesse rallentato durante la corsa attraverso la pianura, ed illuminò come un gioiello Vicenza, le sue borgate e i suoi boschi sparsi. Dario guidò sicuro sino ad una chiesa al centro di un paesello, piccolo, angusto, dall’aspetto medievale. Si tolse gli abiti da viaggio e si asciugò alla meno peggio, avviandosi poi a passo svelto verso l’abitazione di Serena.

Lontana da occhi indiscreti, quasi cercasse di nascondersi a sguardi troppo insistenti, la casa ad un piano era circondata da bassi alberi, tra i quali un esile cancello dava acceso ad un passaggio lastricato. Il ragazzo suonò, ed una voce gracchiante rispose. Era la madre della ragazza. Dovette dare parecchie risposte sul perché si trovasse lì, che cosa volesse, che cosa cercasse; non gli fu aperto. Suonò di nuovo:

«Serena non vuol vedere nessuno! Neanche me! Si è chiusa in camera!»

«Va bene. Mi faccia solo provare. Se non mi vuole vedere me ne andrò, la prego.»

Infine il cancello non troppo amichevole si aprì ed il ragazzo percorse le pietre d’ardesia tra il prato di un verde abbagliante sino alla la porta di casa. Senza troppi complimenti, fu fatto entrare. Conosceva la strada.

«Sono giorni che non mangia.» esclamò la madre a mo’ di congedo. Dario non mosse un muscolo. Quando la donna si fu allontanata, bussò alla porta di legno castano.

«Chi è?» domandò una voce familiare.

«Sono io, Dario».

Il rumore della serratura che scattò secco fu uno dei momenti più importanti della vita del ragazzo. In confronto ai pericoli, alle gioie, ai dolori che aveva affrontato, rappresentava la speranza. La vita.

Entrò nella stanza illuminata solo dal chiarore del meriggio che entrava a fiotti dalle finestre prive di tende; oltre i vetri, una tuia cresceva solitaria inondata dalla luce del giorno. Sul letto al fianco della parete, jeans, un maglione blu, una cascata di capelli corvini – ed un volto affondato nel cuscino.

«Ciao, mi avevi fatto preoccupare», esordì Dario; «che ne dici di farmi almeno usare il bagno? Sono stanco e ho bisogno di darmi una rinfrescata!»

Serena, finalmente, si voltò. Era pallida come neve, emaciata, gli occhi spenti che covavano una scintilla di collera verso il mondo, inespressa, velata, come un pugnale. Si levò a sedere e si alzò, quindi gli fece strada.
Dario chiuse la porta dietro di sé. Si accasciò al suolo e contò fino a dieci. “Trova la forza, accada quel che accada, ma trova la forza!” – lontano, nei ricordi confusi, un leone alato lo fissava ad occhi chiusi. Uscì dopo qualche minuto, un lieve sorriso e l’aria seria e leggera: «Hai da fare oggi?»

«Non devo fare più nulla. Assolutamente nulla. Perché sei qui?»

«Avevo voglia di fare un giro, e poi nell’ultima lettera mi avevi promesso che mi avresti fatto conoscere la città. Allora, usciamo?»

Serena lo guardò interrogativa, il fuoco nello sguardo sembrò mutarsi leggermente, come se una sfumatura di allegria – leggera e labile – si fosse insinuata nella melodia funebre che la incatenava.

Il paese era grigio e rosa, e verde e odoroso di fumo di legna e umidità e prati lontani e nuvole d’autunno nel cielo che si scuriva. E le parole cantavano come un controcanto e una melodia, una voce e una chitarra che danzassero intorno al fuoco. Lontano, la chiesa sorrideva.

E giunse il tramonto, come una benedizione insperata nella pioggia di foglie che le ventate frequenti portavano lungo i viali deserti e colmi d’essenze fragranti. E risa e sguardi e voci calde come un riparo in una notte d’inverno.

«Mi porti a mangiare qualcosa? Stamattina sono partito presto!» esclamò Dario.

«Se vuoi c’è un ristorante, qui vicino.» rispose esitante Serena.

«Perfetto! Andiamo!»

Al tavolo bianco nella sera sempre più scura, i due sedevano l’uno di fronte all’altra. Il cameriere tornò abbastanza in fretta dopo averli lasciati scegliere la cena.

«Per me una pizza “inverno”. Direi che è adatta alla stagione! O quasi! Ah, e per te, Serena? Un’altra “Inverno”, d’accordo? O preferisci una “margherita”?»

«Una “margherita”, grazie.» mormorò decisa Serena.

La cena fu condita dai racconti del ragazzo, dalle sue letture, le fiabe, gli amici, le sere sempre più vicine, e terminò in un attimo.

Al termine, la ragazza aveva lasciato un pezzetto di cibo nel piatto; «Lo mangi?» chiese Dario, ed al diniego, allora, chiamò il cameriere e ordinò due gelati; «Ti va, vero? Fragola?»

«Vaniglia, grazie.» rispose l’altra, il viso severo su cui traspariva un lieve sorriso.

Scese la notte. La piazza della chiesa era deserta. I ragazzi si avvicinarono alla motocicletta; Serena era rossa in viso ed emozionata. Si salutarono. Un bacio sognato sospirò nell’aria scura.

Presto l’autostrada accolse il ragazzo e il vento lo inghiottì. Lampi neri nella notte. – le ciglia del leone si sollevarono lente, splendendo alte nel cielo scuro; ali di luce sventagliarono nell’oscurità.

Le luci arancio dell’area di servizio lo accolsero in un’atmosfera irreale; il mondo non fuggiva più intorno a lui ma, nell’anima, una cascata si era risvegliata e ruggiva possente.

Mentre si apprestava a fare rifornimento, un ragazzo muscoloso gli si avvicinò, guardandolo dall’alto in basso;

«Senti, io devo tornare a Roma, ho finito i soldi. Non è che puoi darmi qualcosa?»

Dario sospirò, estrasse il portafoglio e gli allungò una banconota di piccolo taglio. L’altro insistette:
«Ehi, tutto qui!? Guarda che io devo tornare a Roma, hai capito? Che ci faccio con questa merda?»

«Mi spiace, il resto mi serve per tornare a casa. E vai a sacramentare da un’altra parte.»
L’altro gli si avventò contro: «Chi ti credi di essere? Molla quei soldi!»

Un calcio laterale svelto come un fulmine lo colpì in piena pancia prima che potesse rendersene conto. Indietreggiò di alcuni metri, barcollò e cadde. Quando si rialzò, tenendosi una mano sul ventre, era furibondo, ma non riusciva a reggersi in piedi. «Questa la paghi!» esclamò.

Dario si mise in guardia, una gamba avanti, l’altra dietro. Non disse nulla. Ora anche i suoi occhi ruggivano.
Presto una ragazzina tatuata si avvicinò all’altro, lo sostenne e lo trascinò via.

Dario terminò il rifornimento con cautela, quindi ripartì, solo, nell’oscurità.

A notte fonda, giunse a casa, buttò le chiavi della moto su un comodino, e si gettò sul letto.

Passarono i mesi. Al telefono, la voce di Serena era viva e cantante come un albero che rifiorisca al sole. E le sue lettere erano incastonate di amici, di passeggiate nella luce, di vita.

Si rividero dopo poco; il tempo sembrava volato, e Serena fu una guida eccellente per le meraviglie artistiche di Venezia. – La criniera del leone luccicava al vento. Risa di bambini, canti di chitarre, echi del futuro, leggende del passato in una pioggia di foglie verdi che carezzavano il mare; vele, navi ed infiniti sguardi e lame d’argento che trapassavano lo spirito. Si alzavano rinascenti le fiamme del sole sull’acqua, le corde squillanti nel cielo terso incantavano la città fresca e tersa come un cielo d’inverno precipitato nella promessa di fioritura; maggesi lucenti di pietra e muraglie di marmi azzurrati nell’abbraccio dell’orizzonte. Una danza gentile viveva intorno a loro, prendendoli delicatamente per mano. – La musica iniziava il viaggio senza sentiero oltre i confini della terra. Palazzi di sogno sull’acqua, cembali e saltimbanchi nella visione d’ebano armonico sotto un canto d’angeli possenti in esili petali di cristallo.

Giunse la primavera.

Non c’era più traccia di neve sporca e pioggia inclemente sull’animo di Serena, solo il candore era rimasto intatto. Dario decise d’incontrarla di nuovo. Ora la ragazza sapeva riconoscere le meraviglie dentro di sé, e, mentre camminavano lungo i viali e si fermavano a pranzare nel solito ristorante, il ragazzo le chiese:

«Sicura di non dovermi dire altro?»

L’altra arrossì: «Che cosa?»

«Niente. Meglio così. Allora, ascolta.» – ed in un incantevole giorno in cui i mandorli erano in piena fioritura, le confidò il suo amore.

Serena trasalì; «Dario, non puoi parlare sul serio.»

«Perché?»
«Perché per me sei un amico… »

«D’accordo, non preoccuparti. Lo sapevo da quando ho visto la foto sulla tua scrivania. Dimmi almeno come si chiama.»

Serena era ammutolita.

«Ha importanza!?» chiese d’impeto la ragazza.

«In verità, no.»

Il silenzio frusciava come un sussurro gentile.

«Ascolta, io rimarrò tuo amico per sempre. E se avrai bisogno di me, ci sarò. D’accordo?»

Serena accennò di sì con la testa. Dura, decisa, inflessibile. Eppure, forte e dolce insieme.

Il sole calava lento oltre il capo del golfo; Dario, le mani appoggiate alla ringhiera, gli occhiali da sole nonostante l’ora tarda, lo osservava immergersi nel buio e lasciare spazio ad una notte limpida.

Una giovane esile, castana, camminava canterellando lungo il marciapiede della strada del mare, e lo salutò con un cenno della mano. Il suo sorriso sembrava un’alba nascente contro il tramonto.
La musica della notte crebbe. I ragazzi parlavano ancora, soli, nel suono della risacca.

«Allora, un altro due di picche, non è vero!? Mi dispiace!»

«Due di picche?» rise l’altro di rimando, una di quelle rare risate lucenti come il sole; «Dopo tanti anni non mi conosci ancora, Chiara?»

L’altra sgranò gli occhi.

«Va bene, ascolta.» ora pareva la voce di un vecchio a parlare, bassa e grave, dimentica della spensieratezza di poco prima; «Serena aveva bisogno di qualcuno che l’amasse, di qualcuno che le parlasse il linguaggio dell’anima. All’inizio era solo un’amica, poi divenne la mia missione. Era quello che ero chiamato a fare. Non c’era nessun altro che lo potesse fare, lo capisci?»

Chiara fece cenno di no: «No, non lo capisco. Sei strano. Come sempre del resto. Di certo normale non lo sei mai stato.»

Il ragazzo guardò il viso accigliato ed accennò un sorriso: «Questa te la perdono giusto perché sei tu!», riprese, nuovamente giovane come un bambino; quindi proseguì: «Comunque sia, quando un fuoco è prossimo a spegnersi, ha bisogno di legna. Così, un’anima ha bisogno di amore. E una ragazza di sapere che può piacere come qualsiasi altra.»

«Almeno lui com’è?» riprese l’altra, con tono per nulla convinto.

«Non so, sembra il solito laureatino saccente, ma l’ho visto solo in fotografia.» rispose distratto il ragazzo.

«Insomma un bastardo. E che accadrà quando tra i due piccioncini finirà?»

«Serena soffrirà un po’, piangerà, ma avrà la forza e la certezza di valere. Una volta acquisita, non è qualcosa che perdi per strada. È questo l’importante, non capisci?»

Chiara rimase un attimo interdetta. Sospirò forte. Appoggiò entrambe le mani sulla ringhiera, e il mento su di esse. Quindi concluse con una vena di stizza: «Per cui, in definitiva, per tutti questi sette anni sei sempre stato innamorato di quella piccola stronza di Emanuela!?»

«Non chiamarla così!» protestò debolmente il ragazzo; «Non è come appare.»

«Hai ragione. È peggio! Ma con te è inutile discuterne.»

«Non capisci…» protestò il ragazzo, mentre l’altra osservava l’orizzonte;

«Capisco fin troppo…» poi, Chiara s’interruppe e guardò l’amico con occhi lucenti: «Dario, sei un adorabile matto da legare!» esclamò infine, rifilandogli una sonora pacca sulla schiena. Il suo riso fu oro nel più profondo cielo.

Lontano, un fiore d’argento guardava la Luna. Serena sentiva germogliare l’amore dentro sé, e, per una volta, era convinta di potercela fare. Perché sì, il mondo poteva essere alieno e difficile, ma in ogni caso, lei non sarebbe stata più sola.

Mai più.


La soffitta, di Davide Gorga

Pubblichiamo qui un racconto del nostro Davide Gorga, dal titolo La soffitta, comparso nella raccolta Realfiabe, pubblicata da Montedit. Trovate il pdf qui, oppure anche sotto sotto. Buona lettura!

Le scale si arrampicavano nere su per i muri scrostati, fiocamente illuminati dagli ultimi raggi di una giornata grigia e spenta che entravano dai vetri sporchi; i gradini, perdendosi nel buio lungo la rampa, erano rigati di venature brune. L’immagine fuggente e indistinta di una figura attraversò il pianerottolo, dopo aver indugiato un attimo volgendo lo sguardo verso quell’ascesa nell’oscurità; aprì una porta senza colore e la richiuse alle spalle.

Il sole morì tra nuvole di polvere, lontano.

Le luci gialle dei lampioni stradali illuminavano la camera attraverso le persiane che le lasciavano filtrare in strisce acide. Sul letto in disordine, lacrime e macchie di sporco. Intorno, lattine, stracci che dovevano essere indumenti, uno walkman dimenticato. La porta si aprì con un fascio di luce; l’ombra sulla soglia non parve rivolgersi a nessuno in particolare con la sua voce roca;
– Sei lì?

Non venne risposta dalla figura a malapena distinguibile nell’oscurità; l’ombra si avvicinò:

– Elena, non fai altro che startene rinchiusa in camera tua a dormire, – proseguì la voce; – almeno potresti fare finta di farci compagnia mentre mangiamo!

La ragazza si riscosse passandosi sugli occhi una mano che risaltò bianca nel nero della notte; non vedeva nulla oltre il mare di ortensie brunite in cui navigava, come bruciate dalla luce dell’inferno. Volse il viso dalla parte della finestra, sempre in silenzio.

Un odore di sporco e solitudine si risollevò dal letto su cui si era appoggiata l’ombra;

– Fa’ quello che vuoi. – riprese la voce, – Sei una fallita da quando sei nata. – quindi scomparve nella luce malsana della porta che si richiuse cigolando sui cardini.

Sei una fallita da quando sei nata.

Con uno sforzo, Elena allungò una mano oltre la sponda del letto e raggiunse lo walkman, si mise le cuffie e dimenticò la voce; chiuse gli occhi nel cinguettio di un’alba che si andava disegnando come in un quadro sempre più luminoso nella sua mente e avvertì il sangue ritemprarle le membra, in un’aura dolce e vigorosa, mentre il mondo con le sue tempeste svaniva dietro un velo di nebbia argentea, lontano, sinché scivolò insensibilmente dalla visione in sogni scintillanti.

*   *   *

L’orologio sul muro segnava le tre di notte passate. Il frastuono della strada rimbombava nella stanza nera, unico rumore; le luci si rincorrevano riflettendosi sulle trasparenze della camera. Nausea. Elena si sollevò sul letto lentamente, sforzandosi di non vomitare; la camera ruotava intorno a lei come una giostra fuori controllo, le sorgenti del sogno si erano disseccate. Cercò di alzarsi, ma cadde pesantemente sul pavimento; il suo corpo leggero sembrava dolere in ogni parte quando tentò a fatica di reggersi in piedi; poi, in un incubo senza fine, un passo trascinato dietro l’altro, in un tempo dilatato come un lombo di carne tra i ganci di un invisibile macellaio, raggiunse il bagno strisciando. Mentre vomitava, la luce spenta, da oltre il tramezzo giunsero frasi incomprensibili, come bocconi di cui dovesse liberarsi, sino ad essere scossa violentemente in spasmi taglienti come spade.

Lacrime di lira sembrarono piovere visibilmente intorno a lei, gocce d’argento che risalivano la corrente dello spazio e del tempo; canti di vestali di un tempio di vetro dimenticato, fluendo in lei come il giardino di sogno dalle acque fiorenti di fuoco ghiacciato. Elena sentì gli spasmi placarsi a poco a poco. Non era la prima volta che avvertiva quella musica, come un canto di benedizione nella sua vita maledetta. Non era la prima volta che si snodava dal nulla senza preavviso, quando si era sentita sola, sperduta, a un passo dalla morte, ed era tornata indietro, come richiamata dalla forza invincibile di un incantesimo che originasse dalla potenza stessa delle stelle. Ansimò profondamente; si rimise in piedi, ora salda, viva e quasi lucente in quella tenebra. Chiuse gli occhi, come se la musica potesse abbagliarli tanto era limpida e pulita, alta come un cirro in inverno. Dopo qualche minuto, il celeste canto smise di colpo.

La ragazza rimase impietrita, travolta da un’ondata d’ineffabilità, piena di pace, e così rimase a lungo. Gli accordi ghiacciati dell’inverno su distese di neve senza fine, il cielo in laghi che piovevano sulla terra bianca. Vagabondi e girovaghi sul sentiero tra impronte fresche e foglie calcate nel cammino verso l’infinito. Occhi di luce per accogliere il mondo.

E stelle nella notte amica.

*   *   *

Il mattino si presentò con lo stesso squallore del giorno precedente, ma i primi pallidi raggi trovarono sorridenti le ciglia della giovane. Il sogno della musica, la musica che penetra ogni difesa inconscia sino all’intimo, era continuato tutta la notte, virgineo, purpureo come una cascata di fiori ghiacciati, sereno come il blu del cielo oltre le nubi.

Prima che l’ombra e la voce potessero sorprenderla, afferrò lo zaino di scuola e si precipitò fuori di casa, ebbra di felicità, sbattendo alle sue spalle la porta quasi fosse il cancello dell’inferno.

Il carnaio si snodava dinanzi al vecchio edificio. Effluvî di sudore e saliva la circondavano; la danza della bianca estasi chimica rincantucciata in un angolo era fitta di colori sgargianti. Le nubi piangevano qualche lacrima stanca e grigia. Elena chiuse gli occhi e si affrettò verso l’entrata, sempre sola, sempre maledetta.

Le ore trascorsero vuote.

Il giorno moriva lentamente prima di essere nato.

La sfilata dei corpi in saldo si esauriva in un viavai di automobili anche quella mattina; dietro una colonna, Elena, la mente stanca, si mosse per raggiungere l’uscita un istante prima che il portone chiudesse, come ogni giorno; come ogni maledetto giorno, mentre l’asfalto chiaro e sgretolato svaniva divorando sé stesso.

*   *   *

I circoli concentrici si richiudevano sulla voce mascolina della ragazzina che cantava nelle tempie, mentre Elena serrava gli occhi dinanzi alla vernice di sangue che aveva imbrattato le pareti dell’autobus, le ginocchia al petto, sorda alle urla che venivano lanciate nella sua direzione, allontanandole come miasmi di scarti che il mercato di carne morta avesse lasciato sul campo. Il corpo pesante, sempre troppo pesante, sempre di più, scese finalmente con fatica dall’autobus, fece lentamente qualche passo nel vento lieve e rientrò in casa, chiudendo la porta dietro di sé.

– Com’è andata la scuola, Elena? – chiese una voce squillante; la ragazza chiuse gli occhi.

– Bene.

– Tra cinque minuti a tavola, mi raccomando, non vorrai fare arrabbiare tuo padre, no?

Elena sorrise amaramente, fece qualche passo in direzione della sua stanza e si lasciò cadere sul letto ancora sfatto, senza rispondere. La luce del giorno sembrava troppo forte, chiuse di nuovo gli occhi e accese lo walkman.

La musica s’interruppe d’improvviso. Uno schianto secco e un bruciore lungo il viso la fecero gridare, vide le lacrime scorrere prima di accorgersi di quanto era successo. L’ombra era lì. Elena si prese il volto tra le mani.

– Ma non sai fare altro che ascoltare questo pezzo di metallo idiota?

– Lasciami stare, papà… – balbettò soltanto tra le lacrime la ragazzina. Prima che potesse raggomitolarsi su sé stessa, un colpo violento sollevò il suo fin troppo fragile corpo dalle coperte mandandola a sbattere contro la parete. A Elena parve che tutte le ossa si spezzassero come cristallo, togliendole il fiato e la vista; ricadendo udì ancora rumori confusi come in un concerto infernale, quindi rimase immobile, la gola bene in vista, le lacrime che sgorgavano a fiotti, mentre la porta della stanza si richiudeva.

Il battito del suo cuore fu la prima cosa che avvertì svegliandosi dall’incubo. Il pavimento era freddo, ma lei non tremava. Poi, come invisibili mani che la sorreggessero, dolci note l’avvolsero in un vortice bianco come neve, quasi risollevandola contro la sua stessa volontà, sinché Elena non si ritrovò in piedi; stava male, aveva voglia di vomitare e non riusciva a muoversi ma inspiegabilmente era riuscita a rialzarsi; e allora, lentamente, un passo dopo l’altro, si diresse verso l’unico luogo che potesse prometterle ormai riposo.

La soffitta era oscura, ma la luce che filtrava dai grandi finestroni limpidi illuminava ampi squarci di pavimento lindo; profumi di fiori si levavano da ogni parte, senza che la ragazza sapesse riconoscerne l’origine, ed ovunque la musica, sempre più alta e dolce, la circondava. Come una sonnambula, arrivò sino alle finestre, le aprì e guardò in basso il selciato lontano, e si lasciò andare.

Come una mano vibrante, le note della lira la trassero indietro, sospingendola verso il centro della stanza.

– Che stai facendo!? – chiese una voce alta e limpida come le note, mentre queste si spegnevano senza che tuttavia l’incantesimo sembrasse rompersi. Era una voce alta, maschile e femminile, sottile e tesa come l’argento. Elena si volse. Dinanzi a lei un ragazzo dagli occhi color del cielo, vestito solo di una pesante tunica bianca sulla quale ricadevano lunghi capelli corvini, la osservava. La ragazza non rispose, sentendo gli occhi severi immobilizzarla in quella posizione, mentre il dolore poco per volta scompariva dal suo volto e dalle sue membra; – Allora? – chiese nuovamente la voce.

– Chi sei? – rispose Elena.

– Siediti. – ordinò dolcemente l’altro, mentre rimaneva in piedi dinanzi a lei; – Se sei così decisa a suicidarti, cerca un altro posto e non interrompere la mia musica. Oppure, spiegati.

Nonostante il giovane avesse lasciato il suo strumento nell’ombra, parve a Elena di udire ancora le note dell’incantesimo dipanarsi come una melodia albeggiante su una vetta di paradiso; eppure, udì la sua voce rispondere in tono sommesso:

– Non volevo.

– Lo vuoi da molto tempo. – rispose il ragazzo, quasi senza muovere le labbra; dinanzi allo sguardo attonito dell’altra, riprese: – Tanto nessuno sentirà la tua mancanza, vero? Sei una fallita da quando sei nata. – Elena abbassò gli occhi, ma non riuscì a tenere lo sguardo basso a lungo, una volontà più forte della sua si era impadronita del suo corpo; gli occhi color del cielo la fissavano ancora. Dietro al ragazzo apparve fugacemente una figura di donna, giovane, castana, eterea, della sostanza dei sogni; – Mamma! – gridò Elena slanciandosi in avanti, ma la visione scomparve con la stessa fugacità con la quale era apparsa, lasciandola con il cuore gonfio di collera, rimpianto, nostalgia, mentre un pianto dirotto prorompeva, ancora; ma questa volta sembrava che ogni lacrima la lavasse del veleno che le corrodeva le membra.

– Vedo che hai deciso di reagire. – riprese il ragazzo senza mutare espressione, – Combatti, se non per te, almeno per lei, per questo mondo malato che tanto ti disgusta; lo vomiti ogni giorno ma non fai nulla per cambiarlo. – continuò con voce dolce; – Puoi vivere una vita splendente come un arcobaleno, oppure spegnerti. Dunque? –

La ragazza singhiozzava senza capire, eppure sentiva la vita rinascere in lei in ogni vena, in ogni parte del suo corpo martoriato; e udì la sua stessa voce rispondere: – Non ce la faccio.

Il ragazzo non lasciò il suo sguardo, gli occhi azzurri divennero ancora più penetranti; – Allora, muori. – disse.

In quell’attimo, la musica che sembrava vibrare nella stanza cessò all’istante, la luce del giorno si oscurò dietro una nube grigia, la soffitta parve vuota e buia, priva del profumo e dell’incanto che avevano accolto la ragazza, simile ad un baratro oscuro come oscuri erano stati gli anni della sua vita; la figura stessa del ragazzo che le stava davanti parve scomparire; – No!– gridò con una voce talmente acuta da far vibrare i vetri delle finestre; il ragazzo le parlò ancora una volta; – Dunque?

– Voglio vivere, – urlò Elena, – voglio vivere per sempre così!

Il giovane la guardò con dolcezza, sorridendo; la luce rischiarò nuovamente la stanza e musica, profumi e suoni si mescolarono ancora una volta in quell’angolo di paradiso così vicino al cielo.

Il sorriso del ragazzo illuminò il suo volto, quindi, chiudendo gli occhi, questi si volse e fece per andarsene; – Addio – mormorò soltanto.

– Aspetta! Dove vai? – ma l’altro sembrava allontanarsi quietamente, quasi sfiorasse appena il terreno; – Come farò senza la tua musica!? – gridò ancora Elena in lacrime. Fu solo in quell’istante che la figura si arrestò e, sempre sorridendo, chiese, di rimando: – La mia musica? Ti sbagli, quella era la tua. Altrimenti perché la sentiresti anche ora che ho smesso di suonare? –

Poi, il giovane sembrò sfuggire nell’ombra della soffitta; Elena lo cercò, nella stanza, per le scale, per le strade, senza trovarlo. Ma la musica era rimasta.

Aveva ragione lui.

*   *   *

Il sole calava lento indorando di riflessi multicolori gli aghi degli abeti che svettavano intorno al cimitero, e la lastra bianca dinanzi alla quale non aveva mai voluto inginocchiarsi risplendeva come un arcobaleno, come un dono del cielo sulla terra. Elena depose le ortensie sulla tomba della madre accarezzandole, come se ognuna fosse una nota di quella musica, ora sottile, dolce, nostalgica eppure di una bellezza infinita che non aveva mai smesso di vibrare da quel giorno, in soffitta, donandole il coraggio di risorgere alla vita.

Elena si alzò, fece pochi passi indietro e notò una lapide screpolata dal tempo, senza fiori, su cui campeggiava il ritratto di un giovane corvino dagli occhi color del cielo.

Una nota si levò più alta nella musica di Elena. Prese una delle ortensie che ancora reggeva in grembo e la depose sulla pietra.

Il vento sembrò carezzarle il viso.

Une Croix de Lys, di Davide Gorga

Il 30 maggio si ricorda la memoria di Giovanna d’Arco: che è anche la nostra patrona, se par poco. La ricordiamo nella maniera che ci piace, con un racconto “laterale” del nostro Davide Gorga.

Tamburi per le vie di Reims; la musica si fondeva con la luce che spioveva benedicente sulla facciata della cattedrale e, all’interno, si tingeva dei cento colori delle vetrate, come una sovraterrena, stilettante armonia che avvolgeva la folla, i sacerdoti, il bianco stendardo vicino all’altare con i suoi gigli splendenti e la ragazza in piedi, le lacrime agli occhi, che guardava in tralice oltre le mura di solida pietra: la neve della partenza, il maggio della speranza, le voci e i colori di una Orléans in tripudio, nonostante la stanchezza, le ferite, il sangue versato. Ora il sogno era ancora più vivido, mentre in lontananza le mura grigie si fondevano con una nebbia innaturale e malsana; d’intorno, il bosco e i fiori che parevano essersi ammutoliti nell’attesa.

Gli zoccoli di un cavallo si fermarono a pochi metri, un cavaliere in armatura, il blasone a croci e leoni rampanti inquartati, ne discese e, levandosi l’elmo, si avvicinò: «Bastardo, la pattuglia è ritornata», gli annunciò, con quello sguardo obliquo da brigante che non lo aveva mai abbandonato.

Avvolto nel suo blasone dal lambello d’argento, fu tratto a forza dal suo fantasticare; arrotolò l’ultima pergamena siglandola velocemente col suo soprannome che era noto in tutto il mondo conosciuto, Il Bastardo d’Orléans, e che per lui era un segno d’orgoglio e di distinzione, e chiese, seccamente: «E allora!?»

«Niente da fare,» rispose l’altro; «la Porta di sant’Ilario è chiusa come una noce acerba! Se non la aprono dall’interno non potremo sfondarla, senza artiglieria.»

Il Bastardo annuì. Non stava comandando una campagna di guerra, ma una “impresa segreta”, come l’aveva definita suo cugino, il re Carlo VII, che si fregiava ormai del titolo di Vittorioso, ma che non era stato in grado di racimolare l’intera somma del riscatto di Giovanna la Pulzella; il Bastardo si era dovuto accontentare di meno di un terzo, tremila lire tornesi, ed era partito, sotto la bandiera di Xaintrailles, che ora gli stava dinanzi, per Rouen. Aveva sperato di sottrarre la ragazza ai suoi aguzzini durante uno dei trasferimenti di città in città che erano stati così frequenti, ma ora, a Rouen, tutto si era fermato in un’immobilità di nebbia e di rugiada che pochi uomini fidati erano riusciti a chiarire, infiltrandosi nella città e rivelando la più nefasta delle notizie: era in corso un processo dell’Inquisizione: se Giovanna fosse stata rinchiusa in una prigione della Chiesa, sarebbe stato impossibile salvarla. Ma guardando il sole ormai basso sull’orizzonte, che proiettava stralci di fiamme sulla città, il Bastardo fu preso da un’inquietudine mai provata prima, né quando era prigioniero, né sui campi di battaglia.

Chiese del vino a un suo attendente, e presto il mondo si stemperò come lavato dalla pioggia, e tra una cortina e l’altra riapparve luccicante la Loira, e i campi intorno alle sue rive, e una ragazzina che, preceduta da una lunga teoria di preti intonanti il Veni Creator, si era fermata a pochi passi da lui e lo aveva aspramente rimproverato:

«Siete voi il Bastardo d’Orléans?»

Jean de Dunois, ovvero il Bastardo di Orleans

«Lo sono, e mi rallegro del vostro arrivo.»

«Io non mi rallegro affatto!» aveva esclamato, incollerita di non essere stata inviata subito in battaglia; del resto, da giorni il vento era contrario alla navigazione sul fiume, ma quando il Bastardo glielo aveva fatto notare, la ragazza non aveva fatto altro che guardare la cima del suo stendardo: e il vento era girato immediatamente! Giorni lontani, giorni di poesia, giorni d’incanto! Un maggio di luce e di gloria in cui tutte le speranze, la fede, la gioia, si erano mutate in realtà, e l’arrivo di Giovanna era stato l’inizio di ogni meraviglia.

Il Bastardo tornò di malavoglia al bosco che scuriva nell’imbrunire, e si ritirò per la notte, ma non riuscì a prendere sonno facilmente. Infine chiuse gli occhi e, nei sogni, tornò a quella luce e a quell’incanto che così malvolentieri aveva abbandonato. Fu risvegliato all’alba. Il sole dietro di lui sembrava malato e inconsistente; la luce, flebile, era venata di sottili, alte, nuvole.

Xaintrailles gli annunciò che aveva predisposto, secondo i suoi ordini, una fitta rete di cavalieri appiedati nel tentativo di catturare qualche soldato inglese che si fosse arrischiato fuori le mura.

Il Bastardo assentì, e chiese altro vino. Il tempo sembrava non passare mai in quella fine di maggio malata e in cui persino il cielo aveva perso il suo splendore.

I soldati presero a strisciare sotto gli alberi, in un silenzio irreale, lasciandolo solo coi suoi ricordi, le imprese, la gloria, la libertà.

Infine, quando il mezzogiorno si avvicinava, una pattuglia scortava con sé un godon, un soldato inglese catturato appena fuori le mura, le mani legate dietro la schiena. I due cavalieri che lo affiancavano traducevano poco per volta, via via che le informazioni gli uscivano stentate dalla bocca, e d’un tratto il Bastardo sentì un brivido lungo la schiena: un’enorme quantità di legna era stata accatastata nella piazza del Vieux–Marché, e il palo rizzato al di sopra.

Il Bastardo non perse un istante: gridò a gran voce e radunò la compagnia ai suoi ordini: per strano che fosse, Xaintrailles era nell’avanguardia; non avrebbero potuto aprire una breccia nelle mura e, forse, sarebbero morti tutti: ma lo avrebbero fatto volentieri, senza esitare, per Giovanna.

Abbassò la mano per ordinare la carica, e mentre il cavallo prendeva velocità, un grido altissimo si levò dalla Città: «Gesù!»

Era la voce di Giovanna, anche da quella distanza, chiara e limpida come quella di un Angelo.

Un bagliore e un fumo improvviso si levarono da Rouen in una colonna che s’innalzava fino al cielo. Il Bastardo si fermò.

Le spade caddero dalle mani dei suoi uomini.

Arrivavano troppo tardi. Giovanna aveva raggiunto i suoi amici del Paradiso.

*   *    *

Sono trascorsi gli anni, e ognuno è stato celebrato dal Bastardo come un dono dall’Alto fatto da Giovanna, sino al momento in cui non avrebbe potuto rivedere il suo sguardo innocente, la pelle pura, i capelli corvini, al cospetto dell’Altissimo. Ora, agli ordini del re, è incaricato di prendere la città di Bayonne, ancora in mano inglese: più di vent’anni lo separano da quei ricordi, meno di  un pomeriggio è trascorso ai suoi occhi; eppure, mentre cavalca, riconosce un meraviglioso scintillare del cielo, quasi fosse trapunto di stelle in pieno giorno, quasi che il sole festante inviasse benedizioni e incanti sul mondo; ferma il cavallo nel mezzo della pianura erbosa e guarda in alto. Ed ecco: nel mezzogiorno sembra levarsi una bianca aurora: è una candida croce coronata che sovrasta il paesaggio e, a poco a poco, si trasforma in fiori di giglio che si disperdono come bianche farfalle nel vento.

Il bastardo si volta: sul limitare del bosco, una figura di un biancore abbagliante; in mano uno stendardo, sul viso un sorriso amico e raggiante: Giovanna la Pulzella gli indica la strada.

Dall’alto dei Cieli, la musica benedicente si riversa sulla terra, luce e suono al contempo, e il Bastardo ne è immerso, né mai più ne sarà abbandonato per tutta la sua vita.

Santa Giovanna d’Arco, Place de Pyramides, Parigi

A San Bernardino, a Torino

In questo tempo di Quaresima, noi Inkiostri partecipiamo a un’iniziativa organizzata dalla Parrocchia di S. Bernardino, dei Frati Minori, a Torino. Si tratta di un percorso in quattro serate più una conclusiva, che si tengono nei martedì dal 28 febbraio al 28 marzo compresi, alle ore 21. Nei primi quattro incontri, alcuni nostri sodali creeranno e presenteranno delle meditazioni che, a partire da “oggetti” che si incontrano nelle narrazioni evangeliche della Passione di Cristo, possano aiutarci a entrare più profondamente nel mistero pasquale, anche in dialogo con la letteratura e l’arte che caratterizzano la nostra in modo più evidente. Le serate sono aperte dall’intervento di uno dei frati francescani della parrocchia, che a sua volta individua un elemento del Crocifisso di San Damiano legato alla tematica della serata.

Croficisso di Santa Chiara
Basilica di Santa Chiara, Assisi

Il primo incontro si è tenuto il 28 febbraio: Chiara Bertoglio ha parlato del contrasto fra le “vesti regali” di Cristo e il grembiule (o meglio l’asciugamano) della lavanda dei piedi. La sua meditazione, che potete trovare qui, è stata introdotta da una presentazione in cui fra Francesco Grassi ha spiegato il significato e l’importanza del linteum, il “panno” indossato dal Cristo crocifisso nell’icona di San Damiano.


Il prossimo appuntamento è previsto per martedì 7 marzo, in cui il tema sarà quello del “gallo” che annuncia il rinnegamento di Pietro; a presentarlo saranno Ives Coassolo, Davide Gorga e Giovanni Soppelsa, mentre la fraternità di S. Bernardino sarà rappresentata da Fra Dario Fucilli. Gli appuntamenti successivi si concentreranno sullo sguardo femminile (a cura di Maria Finello ed Erica Gavazzi, il 14 marzo) e sulla lancia del soldato (Daniele Barale, Valentina D’Antona, Chiara Nejrotti e Patrizio Righero), con la partecipazione di Fra Raffaele Casiraghi.

Infine, il 28 marzo, un “concerto-meditazione” animato dalla nostra sezione junior, i “Creativi”: brani musicali fra cui pezzi dallo Stabat Mater di Pergolesi, l’Ave verum di Mozart, brani di Bach, Palestrina e Tallis saranno suonati e cantati da un giovane ensemble, in alternanza a meditazioni tratte dai Vangeli della Passione. Vi aspettiamo numerosi, e nel frattempo ecco qui il video del primo incontro!