Ed ecco qui un racconto di Maria Finello: che parla di letteratura, della sua influenza sulla realtà, e sull’essere autori (e, tra le righe, suggerisce anche molte cose in più). È un po’ lungo, così si consiglia di scaricarlo comodamente qui, oppure lo trovate anche giù in fondo!
Buona lettura!
Scherzingen, 23 marzo
Alla cortese attenzione del professor Ottinger.
Gentile professore,
mi chiamo Anna Miesch e gestisco un piccolo negozio di fiori nel Canton Turgovia. Chiedo scusa per il disturbo, immagino che le giornate di uno scrittore della sua fama siano terribilmente impegnate, ma mi sono permessa di scriverle perché ultimamente lei ha avuto una grande influenza sulla mia vita.
Qualche mese fa ho trovato tra gli scaffali della mia libreria il suo romanzo d’esordio, La grotta dei narcisi, di cui avevo sentito molto parlare. Il fatto curioso è che non ho idea di come quel libro fosse finito tra le mie cose: non ricordo che mi sia stato prestato da nessuno dei miei amici ed escludo di averlo acquistato di mia iniziativa, perché, avendo una casa poco spaziosa, compro solo titoli che già conosco e che vorrei avere con me. Incuriosita da quel volume misterioso, ne ho iniziato la lettura il pomeriggio stesso e ne sono stata catturata.
Ammetto con una punta di imbarazzo che non sono quella che si definisce una lettrice forte: mi piacciono i libri e spizzico sempre qualche pagina prima di andare a dormire o nei giorni di pioggia, ma di solito mi lascio consigliare dai librai nelle mie scelte e non ritengo di avere un gusto sofisticato: mi limito per lo più ai best-seller. Eppure, leggendo la prima pagina della Grotta dei narcisi, ho avuto l’impressione che fosse scattata una scintilla, che fosse iniziata una storia.
Lei è uno scrittore e potrebbe aiutarmi a esprimermi con parole migliori, ma ho provato la sensazione che quel racconto mi appartenesse profondamente. Non perché si riferisse a dettagli della mia storia personale, ovviamente (l’unica cosa che ho in comune con i protagonisti sono i narcisi del titolo, che vendo a pochi franchi l’uno), ma per qualcosa di indefinito nello stile che ha fatto risuonare in me uno spazio vuoto che non sapevo di avere. Nelle sue parole ho riconosciuto qualcosa di profondamente mio.
Insomma, il fatto è che nelle ultime settimane il mio pensiero torna a lei in continuazione. È per questo che ho deciso di scriverle, pur senza aver niente di reale da dirle. Mi sono fatta molti scrupoli, perché suppongo che riceva innumerevoli lettere come la mia ogni giorno (anche se, probabilmente, meno sconclusionate) e non volevo appesantire la sua giornata, ma infine mi sono decisa a prendere in mano la penna, quanto meno per rendere più concreta questa bizzarra vicenda.
In sostanza concludo esprimendole tutta la mia ammirazione e augurandole buona fortuna per il suo lavoro.
Rispettosi saluti,
Anna
***
Zurich, 29 marzo
Cara Anna,
mi permetto di rivolgermi a te con tono affettuoso perché la freschezza che traspare dalle tue parole, per quanto curate, mi ha rimandato l’immagine di una giovane donna che da poco cammina sul sentiero della vita con le proprie forze. Forse mi sbaglio, ma non credo di molto: ormai ho raggiunto un’età in cui posso definire giovane quasi ogni donna senza temere che le mie intenzioni vengano fraintese.
Sono grato che tu abbia superato le riserve dettate dalla discrezione (come vorrei che più persone si ponessero gli stessi scrupoli), perché la tua lettera mi ha fatto un gran piacere. Innanzitutto per la sua fisicità: per la carta che hai impiegato, appena ingiallita, e che forse hai recuperato da un cassetto dove era stata dimenticata da tempo, regalo femminile dell’adolescenza; per la penna che hai stretto tra le dita, per le righe che hai tracciato sulla carta e che solo alla fine vacillano contro il margine del foglio; per il tempo e la cura che hai dedicato a ogni parola.
È una mia deformazione professionale immaginare, forse impropriamente, frammenti di scene letterarie nella vita quotidiana e tu mi hai regalato un bel paragrafo della tua vita. È stato proprio questo ad attirare la mia attenzione tra i numerosi messaggi con cui lettori e ammiratori mi assediano ogni giorno; questo e un fatto sorprendente: sei stata l’unica a scrivermi del mio libro senza sentire il bisogno di dirmi quanto fosse bello. Forse mi dirai per pudore che era sottinteso, ma io non credo che fosse così: La grotta dei narcisi ti ha chiamata, ma non ti è piaciuto. Non puoi neppure immaginare quanto ciò mi incuriosisca. La mia vanità ne è stuzzicata e la mia creatività non può che ricamare sopra le tue ragioni.
Non temere, non ti infastidirò con le indiscrete supposizioni di un vecchio: sappi solo che darei quaderni colmi di buone idee pur di scoprire cosa delle mie parole è suonato familiare alla tua anima; ma per farlo dovrei avere a disposizione molti più dettagli su di te: con che espressione disponi i fiori nei vasi del tuo negozio quando apri le serrande al mattino e che cosa dicono i tuoi occhi quando la sera conti quelli avanzati e destinati ad appassire? Dove ti siedi la sera, quando chiudi il mondo fuori dalla porta di casa e resti in tua compagnia? Con che cosa leghi i capelli quando ti scivolano sugli occhi, intralciandoti nei movimenti?
Sia ben chiaro, non ti sto chiedendo una risposta reale a queste domande (mi rendo conto di quanto possano apparire inquietanti): si tratta solo di piccoli giochi con cui passo il tempo. Dopotutto, ciò che rende un romanziere tale è proprio il fatto di porsi sciocche domande del genere e di essere sinceramente interessato alla risposta. Solo così possiamo creare vite e mondi interiori.
Credo di essermi dilungato troppo, ma le giornate di uno scrittore famoso sono molto meno frenetiche di quanto immagini, piccola Anna, e tu mi hai aiutato a intrattenere un pomeriggio altrimenti troppo lento. Di solito rispondo a queste lettere in modo che i lettori possano conservare la migliore opinione di me senza sentire l’esigenza di cercarmi di nuovo, ma sappi che per te è diverso. La tua limpidezza potrebbe essermi utile per una questione su cui mi arrovello da tempo e, se i discorsi a scatole cinesi di questo vecchio non ti hanno scoraggiata, sentiti libera di scrivermi ancora.
Nel frattempo auguro ai tuoi fiori di svettare fragranti nei mazzi di belle persone.
Sursum corda! (Ho sempre preferito questa espressione al più castigato “cordiale”.)
Arnold Ottinger
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Scherzingen, 3 aprile
Gentile professor Ottinger,
sono ancora piena di meraviglia per la precisione con cui ha indovinato così tanti dettagli dalle mie poche pagine.
In effetti ho da poco compiuto ventinove anni, che è quell’età in cui ti rendi conto di non essere più un ragazzo pur senza capire come sia potuto accadere. Quando ho terminato i miei studi sentivo il bisogno di lanciarmi in un futuro sfolgorante, sebbene non avessi le idee chiare su come raggiungerlo, e per un paio di anni ho arrancato in aziende dove tutti erano più bravi e motivati di me. Alla fine mi sono resa conto che l’idea di sfolgorare non mi diceva poi molto e ho cambiato piani: la mia madrina era una fioraia e fin da bambina mi ha trasmesso la sua passione, così quando è andata in pensione mi sono fatta insegnare il mestiere e ho rilevato il suo negozio.
Ma non è questo ciò ha più attirato la mia attenzione. Ad avermi veramente sorpresa è stata la faccenda della carta da lettera, perché mi ha aiutata a ricordare che realmente si tratta di un regalo della mia prima adolescenza: tutte le donne della mia età hanno attraversato un periodo della vita (di solito tra i dodici e i quattordici anni) in cui alle festicciole di compleanno ricevevano immancabilmente set da lettera decorati con fiori, animaletti o personaggi dei cartoni animati. Ho questa carta in casa da anni e non ricordo neppure chi me l’abbia regalata (probabilmente qualche compagna la cui frequentazione si fermava a un passo dall’amicizia), eppure quando ho deciso di scriverle, per qualche strano motivo, me ne sono ricordata e sono andata a prenderla senza quasi rendermene conto. Come se, in un tocco di romanticismo, ritenessi una busta color zucchero filato un dettaglio adatto a presentarmi.
Detto questo, sono sempre più intrigata dall’intuito e dall’attenzione che richiede il mestiere di scrittore: ritengo un onore poter sbirciare un poco nei suoi pensieri ed è per questo che sono più che contenta di poterle prestare il mio aiuto, così come posso.
Rimango a sua curiosa disposizione,
Anna
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Zurich, 20 aprile
Cara Anna,
attenta a offrire il tuo aiuto prima di sapere come verrà impiegato, perché ci sarà sempre qualcuno come il sottoscritto pronto ad approfittarne.
In questo specifico caso temo che il prezzo da pagare saranno pagine e pagine non richieste di sproloqui letterari. Vorrei infatti chiedere il tuo aiuto per sviluppare una storia.
So che mi hai detto di non essere una lettrice esperta, ma non è di un lettore che ho bisogno. Quella che mi serve è una persona che abbia maggior dimestichezza con la vita che con le parole e in questo ho paura di non poter contare su alcun talento naturale. Il mondo mi è molto più chiaro quando lo ricompongo sulla mia scrivania, attraverso l’odore familiare dei libri, che quando lo devo affrontare di petto; ma la mia capacità di riordinare fatti ed eventi in un intreccio non è sufficiente per il lavoro che ho in mente.
È da un po’ di tempo, infatti, che mi solletica l’idea di un racconto in cui il protagonista faccia la sua comparsa in veste di tela bianca per diventare un essere umano poco a poco.
Mi spiego meglio. Vorrei seguire le vicende di un essere dalle origini misteriose, una creatura indefinibile dall’aspetto umano che tuttavia non ha visto la luce come noialtri. Lo immagino prendere vita dal riflesso di uno specchio o dal riverbero di una pozza d’acqua… Non ho ancora pensato ai dettagli. Quello che mi preme è che venga al mondo come una tabula rasa, senza nulla di più che una vaga coscienza di sé. Credo che sarebbe affascinante seguire il processo di formazione di tutti quegli elementi che rendono una persona tale.
Naturalmente dovrei plasmare pian piano le sue emozioni (e il solo pensare alle dinamiche potenziali insite in una simile premessa mi suscita un brivido d’avventura), ma non solo: qual è la gestualità di un infante in un corpo di adulto, come esplorerà i cinque sensi? Quale suono assumerà la sua voce nel tentativo di articolare i primi suoni e che cosa cercherà di esprimere con essi?
Fremo dalla voglia di scoprirlo, ma è un lavoro che non posso affrontare da solo. Ho bisogno di qualcuno che vigili affinché non si trasformi in un gioco intellettuale e ho scelto te perché, secondo l’idea che mi sono fatto a partire dalle tue parole, sei esattamente il tipo di persona che potrebbe comprendere il mio protagonista e prendersene cura. Lo farai per me? Te ne ringrazio.
Ti manderò ulteriori dettagli al più presto. Nel frattempo, ti prego di aprire gli occhi e il cuore in attesa della mia creatura.
Con riconoscenza,
Arnold Ottinger
P.S. Ho chiesto a te, in maniera piuttosto sfacciata, anche perché ho dato immotivatamente per scontato che il racconto ti piacerà, dato che il nostro stile è molto simile. Lo hai notato? Le nostre lettere, pur lasciando trasparire età e sessi differenti, sembrano scritte dalla stessa mano. Chi di noi due sarà l’impostore?
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Scherzingen, 29 aprile
Gentile professore,
temo che lei abbia un’opinione decisamente troppo alta di me! È vero, nelle nostre frasi ci sono alcune assonanze, ma di fronte al suo modo di esprimersi io sembro goffa e infantile. In ogni caso sono più che sicura di essere stata io a lasciarmi influenzare dal suo talento, perché non ho mai saputo scrivere così prima d’ora: è oltre le mie reali possibilità e posso solo dedurre che sia stato lei a mettermi le parole in bocca.
In ogni caso non vedo in che modo potrei esserle d’aiuto in un progetto così delicato.
Mentre ero in negozio ho riflettuto molto sulla sua idea: ammetto di non averla capita del tutto, però al tempo stesso è qualcosa di cui vorrei leggere. Credo possa esserci molta tenerezza in una storia del genere.
Anzi, le dirò di più, credo che un pubblico femminile potrebbe adorare il suo racconto: un personaggio dal cuore puro come quello di un bambino, ma al tempo stesso con un fascino incantato? Una sorta di angelo che necessita di essere accompagnato passo dopo passo nel mondo? Lo ammetta, ha inventato un simile scenario solo per far sospirare le donne come me che attraversano le loro banali giornate in compagnia di persone imbolsite.
Naturalmente non sto dicendo che la sua sia un’idea da romanzo rosa: tutti quegli spunti rigorosi di cui parlava nella sua lettera erano molto interessanti, davvero, tuttavia ha ragione quando dice che il tutto potrebbe diventare un po’ troppo complicato. Se io leggessi questo libro non vorrei perdermi in fredde architetture letterarie: vorrei trovarci la vita vera.
Ha presente quel genere di vita che ogni tanto sembra cristallizzare la realtà e sommergerla, come se fosse illuminata da un sole limpido al di là del cielo? È qualcosa che provo spesso e quando accade ho l’impressione che le giornate siano più lunghe, quasi più “abitate”.
Quando posso vado a passeggiare sulle colline dietro casa durante la pausa pranzo (che è piuttosto lunga, lo ammetto, dal momento che nessuno compra fiori quando è ancora appesantito dalla digestione): nelle mie intenzioni dovrebbe trattarsi di camminate agili per portare benefici alla schiena, ma per quante promesse abbia fatto a medici e fisioterapisti finisco sempre per rallentare lungo il percorso e rimirare il paesaggio che mi circonda. La verità è che ci sono troppe cose belle attorno a me per non esserne avvolta: ci sono i fiori della villa patronale, che variano di settimana in settimana in un incantesimo di petali (prima le regali peonie, poi, nascosto dietro ai padiglioni di ferro battuto, il sognante lillà e infine la multicolore esplosione delle ortensie); c’è il rumore dell’acqua che scorre nel canale lungo la pista ciclabile, che ha il suono fresco delle fonti incantate di Shehrazade e fa danzare l’erba filiforme cresciuta lungo i bordi; ci sono le mucche che allattano i vitellini oltre il crinale della collina, nel grande prato dove il sole supera appena la linea montuosa dell’orizzonte sfiorando le loro schiene bionde.
E non solo la natura: il balcone del vicino a cui è appesa una bandiera così scolorita da non essere ancora riuscita a identificarla in tutti questi anni, l’imponente casa di inizio secolo con i segnavento a forma di draghi e che secondo alcuni è abitata dai fantasmi (attenzione, questa è materia da scrittori!), la coppia di anziani che trascorre il suo tempo allevando con amore un pony il cui unico scopo è giocare con i nipotini quando vengono in visita… Quando osservo questi e altri innumerevoli dettagli, amici vecchi e nuovi, mi sento riempire di vita. È una sensazione fisica, simile a un bagno frizzante.
In quei momenti mi sento colma di gioia: non di allegria, attenzione, perché le fatiche e le preoccupazioni restano là (le ombre sono sempre in agguato, non ci lasciano mai completamente), ma è come se si disperdessero in un mare vasto, sereno e grato.
Chiedo perdono per la mia digressione, in realtà i miei esempi divaganti servivano solo per dire questo: io sono una persona comune e riesco a percepire solo piccoli scorci di questa gioia presente nelle cose, ma credo che un personaggio venuto al mondo all’improvviso dovrebbe vivere così ogni singolo istante. Di sicuro sarebbe turbato da alcune cose, spaventato da altre, ma sono certa che resterebbe immerso in quel “bagno di realtà” che ho cercato di descriverle con parole confuse.
Acciderboli, mi sono resa conto di aver scritto tantissimo e non voglio portarle via tempo che potrebbe usare per scrivere. Mi permetto soltanto di farle un’ultima domanda: quale aspetto avrà il suo protagonista? Vorrei riuscire a visualizzarlo meglio.
Grazie per avermi permesso di volare con la fantasia, è un piacere che mi mancava.
Le auguro un buon lavoro,
Anna
P.S. Più ci ripenso più mi sento di dover intervenire: fra le due idee che ha proposto per la nascita del nostro eroe, preferisco quella della pozza d’acqua. L’immagine di uno specchio è troppo appesantita dalla personalità di chi vi si affaccia, mentre il riflesso di un ruscello è accidentale, fluttuante e mitigato dal mistero impersonale della natura.
***
Zurich, 7 maggio
Carissima Anna,
credo che tu possegga un dono grande senza saperlo. Quella che descrivi è una sovrabbondanza di ciò che io chiamo “momenti assoluti”, brevi istanti in cui l’uomo è in grado di trascendere lo spaziotempo.
Si tratta di una sorta di “istantanea” in cui l’anima viene impressionata come una pellicola fotografica, ricevendo in eredità il mondo interiore insito in ciò che la circonda. E come ben sai, i mondi interiori si estendono solo esplorando e inglobando altre collisioni.
Ti rivelerò un segreto: gli scrittori sono continuamente a caccia di momenti assoluti, perché senza di essi sanno di non essere altro che nullità con una penna in mano. Macchine che sfornano sbiaditi stereotipi della realtà, simili alla letteratura così come il motivetto di una sala d’attesa lo è a un preludio di Debussy.
E adesso ti consegnerò un segreto ancora più grande, impronunciabile: nel corso della mia ormai lunga vita io ho vissuto pochissimi istanti simili, forse una manciata in tutto, e quasi esclusivamente durante l’infanzia.
Ecco, ho confessato l’inconfessabile e nominato l’innominabile: sono uno scrittore da sala d’attesa.
Posseggo uno studio con una bella scrivania di mogano scanalato, una lampada d’ottone e pareti tappezzate di prime edizioni, uno scenario che fa notevolissima impressione nella foto sulle quarte di copertina ma che mi marchia come scrittore mediocre. Il genio non ha bisogno di costruirsi un laboratorio. Maupassant non aveva bisogno di scanalature di mogano.
Ecco spiegato il perché di questa caccia grossa, di questo safari del significato e della permanenza. La verità è che, così come il nostro personaggio rappresenta per te il principe azzurro dal cuore puro, per me è una pallida occasione di vedere il mondo con gli occhi che ho sempre desiderato, per la durata di qualche pagina. Un mondo che tu mi mostri.
La verità è che sono così assetato di momenti assoluti da spingermi a ricrearne di fittizi negli occhi di un personaggio immaginario, nella speranza di potermi almeno abbeverare a questi riflessi. Ed è per questo che, ora che ho trovato in te un simile serbatoio, non ti lascerò più andare. Perdonami.
Ma non credere che nella nostra amicizia vi sia solo bieco opportunismo: la nostra corrispondenza è un vero piacere e gli anziani come me hanno la tendenza ad affezionarsi ai giovani come te con la tenerezza di potenziali nonni.
Dopo averti investita di una simile autorità, eccomi pronto ad ascoltare i tuoi consigli: nuntio vobis… e fonte sia!
In realtà non sono del tutto persuaso che le tue ragioni siano imparziali: posso immaginare che per una giovane donna come te, che si emoziona di fronte a un bocciolo di peonia (o meglio, “di regale peonia”), uno scenario naturale eserciti molte più attrattive di un oggetto d’arredamento.
Eppure continuo a pensare che anche l’idea dello specchio avesse il suo fascino. Certo, il problema di un “originale” di cui tener conto non è da nulla perché, in un modo o nell’altro, pretenderà sempre di rubare la scena, ma non è certo con uno scenario bucolico che scongiureremo il rischio. Dopotutto Narciso si è specchiato in una pozza d’acqua e, come tutti sappiamo, aveva una personalità piuttosto ingombrante.
Ciò che mi ha convinto delle tue ragioni, alla fine, è il “mistero impersonale della natura” che hai saggiamente evocato. Mi piace l’idea di una forza insondabile che scompiglia le azioni umane facendone emergere dimensioni inattese (e non solo perché il caso mi evita molti fastidi narrativi). Per questo motivo, credo, riporrò specchi e specchietti nei ripostigli della mia mente e seguirò il tuo consiglio. Come vedi sono molto determinato, quindi risparmiati la fatica di giustificarti nella prossima lettera. You won.
Talvolta gli scrittori hanno bisogno di staccarsi dalle loro creature e di lasciare che siano altri a prendere le decisioni. Il nostro sogno più grande sarebbe quello di poter ascoltare l’opinione di un personaggio, in modo da osservare le vicende dal lato giusto della storia.
Se non ricordo male, nella prefazione di un vecchio libro ho scritto che “la persona migliore a cui chiedere consiglio è il proprio protagonista”. Al momento il nostro protagonista non è ancora nato e per qualche capitolo ancora non sarà in grado di parlare, per cui chiedo a te. Sei tu, bambina mia, che stai dando forma a questo racconto modellandolo su di te.
Tuttavia ci sono ambiti in cui è bene che anche lo scribacchino dica la sua, perché conosce qualche espediente e mezzuccio tecnico che permette all’opera di funzionare. Perciò, come da richiesta, ti descriverò il nostro eroe nel modo in cui, a mio parere, potrebbe rendere meglio.
La parola d’ordine è neutralità. Un personaggio che non è nulla e che al tempo stesso è tutto deve avere un aspetto il più possibile neutro, in modo che scivoli nell’immaginazione del lettore il più silenziosamente possibile. Banditi i nasi importanti, i nei d’amore e i menti volitivi. Al tempo stesso, però, il nostro protagonista non può lasciare indifferenti: deve far voltare le teste al suo passaggio, altrimenti, privo di personalità com’è, per lui diventerebbe troppo arduo reggere il peso di una storia. E qual è l’espediente, vecchio come il mondo, per rendere qualcuno anonimo e al tempo stesso indimenticabile? La bellezza, ovviamente. Gli antichi hanno scoperto per primi questa gradevole forma di impersonalità e i pubblicitari l’hanno portata alla perfezione. Per cui sì, mia cara Anna, il nostro eroe (lancio un ahimé a nome di tutte le persone che, come me, non sono nate con i favori di Venere e Apollo) è costretto a essere bello. Bello come un’idea che, pur non avendo tratti propri, incarna l’aspirazione dell’umanità intera.
Immagino che non ti strapperai i capelli di fronte a questo annuncio. E, in effetti, per quanto possa storcere il naso di fronte a questa emergenza, in quanto imprenditore di me stesso non posso che approvarla perché attirerà un maggior numero di lettori (e di lettrici).
Io mi limiterò a fornire un contenitore ben sagomato, ma sarà il mio pubblico a renderlo man mano più reale, aggiungendo pagina dopo pagina quei dettagli che lo renderanno più vicino alla loro esperienza: per alcuni la bellezza sono labbra carnose, per altri lineamenti aguzzi o clavicole ben definite… ed ecco che i lettori si assumeranno inconsapevolmente parte del mio compito di renderlo umano, dando vita a infinite declinazioni di un’unica perfezione.
Sempre in nome della neutralità, il ragazzo dovrà avere un’età compresa tra i venticinque e i trent’anni (l’età che, secondo alcuni teologi medievali, avranno i corpi dopo la resurrezione finale). Più giovane e renderebbe impossibile immedesimarsi con lui a una larga parte di pubblico, soprattutto del mio, più vecchio e l’assenza di un passato inizierebbe a intaccare la possibilità stessa di essere un uomo (perché, mia cara, crescere è essenzialmente una questione di stratificazioni).
Dal momento che il racconto sarà ambientato nelle nostre terre, per lo più in una cittadina di provincia come la tua, il ragazzo dovrà essere caucasico perché (e mi sento di aggiungere purtroppo) un qualsiasi confronto tra culture comporterebbe un bagaglio storico difficile da gestire nella narrazione. Ovviamente spostando lo scenario le cose cambierebbero, facendosi particolarmente complesse in una grande metropoli, ma come avrai iniziato a capire sono uno scrittore pigro, per cui la mia storia non vedrà grandi città se non sui tabelloni dei treni di piccole stazioni rurali.
Dunque carnagione chiara, ma non come quella di tutti gli altri: il suo aspetto deve mantenere qualche dettaglio che ricordi le sue origini incantate e un pallore lunare sarà perfetto allo scopo. Gli occhi possono permettersi un po’ più di personalità, perché devono mostrare in anticipo ciò che il personaggio saprà diventare (e quindi devono promettere meraviglie): sebbene non sia sempre stato così (nell’Ottocento l’unico colore d’iride degno di nota era il nero), ai nostri giorni sono gli occhi chiari a catturare l’attenzione. Tra le varie sfumature possibili credo che sceglierò il grigio, il più raro.
A questo punto non ci rimane che acconciarlo. Ormai avrai capito il meccanismo: abbiamo bisogno di estremi, un biondo argenteo o un nero lucente, senza vie di mezzo. Entrambe le opzioni comportano piccole sfumature di impressioni, ma, per una pura questione di gusto personale, mi permetto di scegliere il nero. Petrolio e carbone.
Et voila! Pezzo dopo pezzo abbiamo assemblato il nostro protagonista ideale. Forse non particolarmente originale, ma di sicuro effetto.
Scusa, concedimi di giocare un po’. In realtà spero con timore e tremore di non aver ucciso il tuo interesse con questa prolissa descrizione in perfetto stile Frankestein. Ti confesso che tengo immensamente al fatto che il nostro eroe possa piacerti.
Per ripagarti della pazienza mi riprometto di mandarti già con questa lettera alcune scene abbozzate per farti un’idea più organica (motivo per cui queste pagine potrebbero raggiungerti in ritardo rispetto alla data che portano).
Nel frattempo resto il tuo ammirato
Arnold Ottinger
***
Scherzingen, 24 maggio
Gentile professore,
chiedo scusa per il ritardo nel rispondere, ma negli scorsi giorni ho avuto un brutto raffreddore primaverile. Nulla di così grave da costringermi a chiudere il negozio, ma abbastanza da costiparmi il cervello impedendomi di sedermi a un tavolo con carta e penna.
Tuttavia volevo ringraziarla, perché nelle lunghe serate che ho passato chiusa in casa (particolarmente opprimenti in un periodo della mia vita già piuttosto incerto) le pagine che mi ha inviato mi hanno tirata più su dell’aspirina. Sto leggendo altri libri nel frattempo, tra cui, senza offesa, alcuni di autori più accreditati di lei (dopo che ha citato Maupassant sono andata in biblioteca a prendere Une vie: ah, quanta solidarietà nei confronti di un cuore così intimamente sofferente!), eppure non riescono a darmi lo so stesso gusto di quella che ormai considero, mi perdoni, la mia storia.
Conoscere ciò che avviene dietro le quinte di un libro gli dà un peso diverso e permette di affezionarsi maggiormente ai dettagli. Tanto più che ho trovato le sue bozze realmente convincenti: la scena in cui il protagonista inizia a camminare incespicando nel bosco, mettendo in bocca ciò che capita come un bimbo appena svezzato, è molto suggestiva e anche l’incontro con il pensionato che gli offre i suoi vestiti da festa è carica di tenerezza. Sebbene si tratti di un personaggio secondario, l’anziano è tratteggiato con molta umanità; anzi, la cosa curiosa è che la sua descrizione calza a pennello con quella di un signore che vive in una casetta nelle colline dietro al mio paese. Ho trovato questa coincidenza sorprendente e sono sempre più convinta che lei sia già stato nelle mie terre, perché più il protagonista avanza nel suo viaggio, più le descrizioni dei luoghi divengono familiari. Il fiume dell’ultimo paragrafo sembra seguire lo stesso corso di quello che attraversa la mia frazione e ho l’impressione di conoscere da sempre l’ansa in cui il ragazzo si lava per la prima volta: è vero che tutte le pozze d’acqua si assomigliano su carta, ma il paesaggio coincide in maniera impressionante con il posto dove mia zia portava me e i miei cuginetti a fare il bagno da bambini. Sembra quasi che il nostro eroe si stia avvicinando.
Non so se è grazie ai suoi “espedienti e mezzucci” da scrittore, ma sono bastati pochi paragrafi per rendere il nostro giovane amico, così puro e al tempo stesso così forte, il mio nuovo e personale mr. Darcy (sono dell’idea che, approssimando un po’, ogni donna sia attratta o da Darcy o da Heathcliff e, anche se io protendo nettamente per il primo, da qualche anno sto assieme a un turbolento emulatore del secondo: si può essere più stupidi?). Insomma, mi sono innamorata! Sono caduta vittima di quel sentimento vibrante, vivificante, totalizzante e al tempo stesso sereno che è possibile provare soltanto per una creazione letteraria.
Quanto è bello sentirsi parte di una storia! La ringrazio per avermi permesso di entrare nella sua mente, di seguirne i meccanismi creativi, perché è una delle cose più elettrizzanti che mi sia mai capitata. Eppure, sotto all’ironia, nelle sue parole mi è sembrato di leggere anche un’eccessiva severità. Lei è molto meno mediocre di quanto crede, per il semplice fatto che nessuno può essere all’altezza delle sue aspettative.
Non vorrei averle dato l’impressione di saper cogliere “momenti assoluti” ogni istante della mia vita: le assicuro che non sono tutte rose e fiori. Ci sono giorni in cui, anche nelle difficoltà, mi sento immersa in qualcosa di più grande che mi dà pace e giorni in cui non riesco a vedere al di là del mio naso perché ho la testa immersa in una bufera di preoccupazioni.
Questo, per esempio, è uno di quei periodi in cui la mia attitudine contemplativa è scoraggiata dalle contrarietà: un fidanzato stupido a cui voglio ancora troppo bene (ma che se non si dà una svegliata rischia di diventare uno stupido ex), certezze che si incrinano e che non voglio veder crollare, troppe domande su di me. Inoltre è da settimane che nella mia zona non cade una goccia d’acqua e questo caldo fuori stagione non fa bene al negozio: i fiori arrivano da me già affaticati e appassiscono prima ancora che arrivino i clienti, i quali non hanno voglia di comprare mazzi sgualciti. È una tristezza passare le giornate accanto a quelle creaturine che si ripiegano su se stesse minuto dopo minuto… mi sento appassire anch’io.
Ma basta annoiarla con le piccolezze di una vita qualsiasi: mi viene istintivo confidarmi con lei perché le sue lettere hanno il potere d farmi sentire meno male, di dare un ordine alla mia vita, ma dopotutto lei mi sta scrivendo per ricevere un parere letterario, non per curare la posta del cuore di un giornaletto. Per cui ora la lascio in pace, lo prometto, e torno a immergermi nel regno sorprendente e al tempo stesso familiare della sua immaginazione.
La sua sgualcita ammiratrice,
Anna
P.S. A proposito, il nostro eroe ha un nome? Mi piacerebbe pensare a lui in modo più personale.
***
Zurich, 30 maggio
Mia piccola Anna,
questo nostro legame d’inchiostro si è stretto al punto che l’idea che tu sia infelice mi toglie l’appetito. Ho iniziato a pensare a te come a un piccolo dono scovato tra le pieghe di una storia e una parte di me desidera proteggerti così come uno scrittore custodisce il proprio personaggio preferito.
Non posso fare molto per te dal mio studio polveroso, ma ho scritto qualche pagina nella speranza di rallegrarti un poco nel tuo isolamento. A volte le parole sanno consolare. È una storia che racconta della casa con i segnavento a forma di drago e dei suoi fantasmi (ho raccolto la tua sfida) ed è piena di pioggia, per attirarla fino a te.
Per quanto riguarda il nostro protagonista, temo che un nome sia fuori discussione: qualunque insieme di lettere, reale o immaginario, sarebbe troppo connotato. Dovrà conquistarselo passo dopo passo e con fatica, come un tesoro. Forse al termine della sua avventura incontrerà una persona che riconoscerà in lui ciò che ancora non esiste e che lo chiamerà per nome. Non riesco a immaginare conclusione più lieta.
Non ti appesantisco con ulteriori pensieri, avrai bisogno di riposo e distrazione, ma ti mando altro materiale da giudicare.
Sursum corde (ancora una volta e con ancora più affetto),
Arnold Ottinger
***
Scherzingen, 22 giugno
Cortese professor Ottinger,
la sua lettera mi ha stupita, non tanto per il suo interessamento ma perché a prima vista è sproporzionata. Io le ho scritto soltanto di un raffreddore, un fidanzato inadeguato e qualche petalo appassito (piccole seccature, certo, ma nulla che lasciasse intendere che io fossi infelice), eppure lei ha saputo cogliere tra le mie parole qualcosa di più, una solitudine profonda a cui neppure io ho dato nome e che sembra isolarmi dal resto del mondo. Non ne ho mai parlato con nessuno, ma a quanto pare non sono riuscita a tenergliela nascosto.
Ormai ho l’impressione che lei mi conosca più di me stessa e, se devo essere sincera con lei, la cosa inizia a spaventarmi. So che leggere tra le righe è il mestiere degli scrittori e che non c’è nulla di male, ma lei mi conosce più di me stessa, per davvero, e io inizio a chiedermi se non sia stato così fin dall’inizio.
Tempo fa mi ha domandato scherzosamente chi fra noi due fosse l’impostore e ora la sua provocazione torna a risuonare in me come un’eco inquietante. Torna nelle mie parole che, contro la mia volontà, sono sempre più simili alle sue. Torna nelle inverosimili corrispondenze che, ora me ne rendo conto, mi circondano come ombre dissimulate dalla notte.
Stanno succedendo cose strane, cose di cui forse mi sarei dovuta accorgere prima.
Stavo leggendo il racconto che mi ha inviato e nel momento stesso in cui è caduta la prima goccia nel suo mondo di carta, anche qui è arrivata la pioggia. Lei dirà che si è trattata di una semplice coincidenza, e forse ha ragione, ma converrà che si è trattata di una coincidenza tale da risvegliare la mia attenzione ed è così che ho cominciato ad accorgermi del resto.
Pochi giorni dopo stavo passeggiando accanto alla villa dei segnavento e ho sentito le note ovattate di un pianoforte privo di suonatore; per un attimo ho trattenuto il fiato, emozionata all’idea che per la prima volta anch’io potevo sentire quella musica fantasma di cui tanto avevo sentito parlare, poi però mi sono ricordata che nessuno aveva mai accennato a un pianoforte. Nessuno al di fuori di lei e del suo racconto. Eppure nella mia memoria quello strumento esisteva ormai da sempre, si era conquistato un posto scavandosi la strada fin nel principio della mia coscienza. Ho cercato di risalire a chi per la prima volta mi avesse raccontato la leggenda della casa fantasma e tra i miei ricordi non ho trovato altro che una nebbia informe e impersonale. Questa storia l’ho sempre saputa senza che nessuno me l’abbia consegnata.
Perché per me sta diventando sempre più difficile distinguere quanto leggo dalla realtà?
Turbata da questa scoperta, ho iniziato a prestare più attenzione alla mia vita quotidiana ed è stato allora che le cose hanno iniziato a sfuggirmi di mano. Più prendo lucidità, più tutto attorno a me diventa confuso. Più permetto al velo che avevo posto davanti ai miei occhi di cadere, più la mia esistenza perde senso.
Da quando ho iniziato a collegare tra loro gli indizi, non posso fare a meno di vedere le incongruenze di cui sono fatta. Sono continuamente avvolta da una leggera sensazione di irrealtà che mi separa dal mondo, come se mi trovassi sotto a un sottile strato di cera. Ed è proprio di cera che mi sento fatta: fragile, vuota. Una bambola.
Chi sono io? Quando ho iniziato a naufragare in questa illusione come in una pozza d’acqua gelida, come Eco che si disperde inseguendo la caduta di Narciso?
No. Queste non possono essere le mie parole, io non sarei in grado di cercare nel mito le mie metafore… Lo sto facendo di nuovo. Perché non riconosco più la mia voce?
No, peggio, ormai non sono neanche sicura di aver mai parlato per davvero. Perlomeno non da quando, spinta da qualcosa che non era la mia volontà, le ho scritto per la prima volta.
È stato lei. La nostra corrispondenza è diventata un punto di luce, la finestra attraverso cui mi affaccio sul tempo, e il resto ha cominciato a evaporare. Come se non fosse mai esistito. Come se ogni volta, nello spazio amorfo tra le nostre lettere, io smettessi di esistere.
Io sono venuta alla luce il giorno in cui l’incipit della Grotta dei narcisi ha iniziato a riverberare in me e a modellarmi. Non è forse così?
Faccio fatica a esprimermi, a trovare parole che oltrepassino queste righe a me sempre più estranee. Ho vuoti di memoria sempre più frequenti. La mia mente segue lo stesso meccanismo dei sogni: mi ritrovo immersa in una situazione, mi muovo al suo interno con fin troppa libertà, ma non sono in grado di distinguere il momento in cui tutto è iniziato.
Mi aggiro in un labirinto di specchi, entrando e uscendo da immagini replicate all’infinito come una moderna Alice. Una tazza di tè accanto alla finestra della cucina, l’ultimo tocco a un bouqet da sposa… Frammenti di vetro che si riflettono a vicenda, camei senza trame perfetti per essere raccontati in queste lettere.
Non ricordo i nomi dei miei amici, anche se ho detto di averne; non distinguo il volto del fidanzato che tanto mi sta facendo soffrire. Narrazioni discontinue, senza radici, coriandoli di coscienza in pasto alla carta. Gli unici istanti in cui sento realmente di esistere sono i momenti assoluti delle mie passeggiate e le ho consegnato anche quelli.
E poi c’è lui. Ho cercato tregua nel nostro romanzo, nella quiete familiare del nostro esperimento letterario, ma ormai sono consapevole di esserne io stessa la cavia. Ogni frase e ogni descrizione me lo dicono.
Il nostro protagonista sta percorrendo le strade delle mie colline, sta incontrando le comparse della mia quotidianità frammentata. Lui sta venendo da me, lo so. Che cosa dovrei fare? Una parte di me, quella che ha paura, quella che vuole essere consolata, attende con ansia questo incontro: in questo momento la sua esistenza è la cosa più reale che ho e forse il suo arrivo mi darà pace. Eppure c’è una parte che continua a ribellarsi a questo destino.
Voglio autonomia, la pretendo.
Perché mi sta accadendo tutto questo?
Forse sono solo pazza, forse la novità che lei ha portato nella mia vita mi ha suggestionata a tal punto da farmi perdere il contatto con la realtà.
Se è così la prego di aver compassione di una povera folle che spera di esserlo, che prega di poter essere curata dalla sua inquietudine.
Dopotutto ciò che temo non può essere reale, non è così?
Mi risponda, la scongiuro, mi parli. Non mi lasci sola. Non voglio impazzire, non voglio scomparire.
Sono nelle sue mani,
Anna
***
Scherzingen, 24 giugno
Lui è arrivato da me.
Questa mattina sono uscita di casa per andare in negozio e lui era lì, seduto sul bordo di una fontana. Un ragazzo con i capelli neri e il volto perfetto con cui ci si immagina un personaggio prima che venga descritto.
Non mi ha vista. Guardava il cielo e chiamava gli uccelli con la sua voce che ancora fatica ad articolare. Aveva il sorriso di un bambino e lo sguardo immerso nell’eternità.
Era così bello. Così terribilmente reale.
Sono scappata via terrorizzata e mi sono rinchiusa nel negozio. Una parte di me avrebbe voluto correre tra le sue braccia e abbeverarsi a quella serenità, ma non potevo fare a meno di chiedermi se quei sentimenti mi appartenessero davvero.
Sono caduta in ginocchio e tutte le emozioni che tenevo rinchiuse nel petto si sono sciolte in lacrime. Ho pianto senza controllo, le braccia strette al petto.
Era la scena perfetta per un libro. Bel lavoro.
Non voglio spiegazioni, non vedo a che cosa potrebbero servirmi, ma le scrivo questa lettera, l’ultima, per chiederle un favore.
So che non c’è bisogno di imbustare queste pagine, perché lei le riceverà comunque. So che verrà a conoscenza delle mie parole nel momento stesso in cui apporrò l’ultimo punto, per cui non perdiamo tempo. Appena avrò terminato di scrivere uscirò dal negozio e andrò da lui.
Lei mi deve la mia libertà. Non chiuda gli occhi di fronte alla mia richiesta.
La prego, la imploro, posi la penna affinché io possa parlargli con la mia voce.
Sua, e mai parola fu più bruciante,
Anna
***
Zurich, 24 giugno
Mia piccola Anna, bambina mia,
temo di doverti delle scuse.
Sarebbe dovuto essere solo un gioco, non ti saresti accorta di nulla: una sagoma di carta che scrive su carta. Eppure questo gioco ha iniziato a sovrapporre strati inaspettati e, inavvertitamente, ha fatto di te qualcosa che non dovevi essere.
Non avrei mai voluto che tu soffrissi, credimi. Tu sei il personaggio migliore della mia storia migliore.
Inizialmente volevo solo interrogarti attraverso l’inchiostro, perché, come ti ho confessato una volta, il mio sogno più grande era quello di ascoltare l’opinione di un mio personaggio, in modo da osservare le vicende dal lato giusto della storia. Ma mentre parlavo con te, per mezzo di te, ho iniziato a inseguire il mia chimera.
Te l’ho detto, uno scrittore rincorre il momento assoluto per tutta la vita e per ottenerlo è disposto a sovvertire l’ordine del mondo.
Quando in te ho intravisto questo dono, riflesso del mio desiderio più profondo, l’ho incoraggiato e ho lasciato emergere una sorgente di vita fuori luogo, che si è infiltrata tra noi al di là di ogni nostro potere.
Perdonami, non doveva andare così, ma da tempo non ho più controllo su questo mistero: non ho potuto fare altro che assecondare la piega presa dalla storia per non abbandonarti. E non lo farò, a ogni costo.
Anna, io mi prenderò sempre cura di te. Adesso fa paura, ma ti assicuro che non farà male. Non aver timore.
Per ripagare il mio debito non avevo altro tra le mani che un personaggio abbozzato, ma l’ho plasmato perché prendesse la forma giusta per te. Ho iniziato a scrivere un racconto in cui poteste rifugiarvi uno accanto all’altra ed essere felici.
È vero, ho commesso qualche errore: sono entrato con troppa prepotenza nelle tue parole, scegliendo un lessico spesso inadatto, e sono arrivato al colpo di scena in maniera precipitosa, turbandoti. Ma cerca di capire… Prima o poi avrei dovuto dirti la verità, ma avevo talmente paura di affrontarti che, nonostante tutti gli anni di esperienza, l’ho fatto in modo goffo.
Ti prometto che non succederà più, fidati di me. Fidati dell’uomo a cui abbiamo dato un volto assieme: quel ragazzo è stato creato per essere puro, tu per essere viva. Non credi che insieme possiate dare vita a qualcosa di meraviglioso?
Io sono convinto di sì e vi presterò la mia mano, perché non vedo l’ora di scoprire che cosa sceglierete di fare. Ti giuro che mi farò da parte: sarò un narratore silenzioso, in ascolto dei suoi eroi.
Anna, lui ti sta aspettando. Il mio dono, il mio risarcimento, è là fuori seduto sul bordo di una fonte d’acqua limpida come quella da cui è nato, con i suoi occhi privi di ombre, e aspetta che tu ti prenda cura di lui. Perché tu sei l’unica che puoi dargli un nome. È tuo diritto.
Vai, prendi la sua mano senza colpe e accompagnalo dentro alla vita.
Andate, tenetevi stretti e scrivete la vostra storia.
Ti prometto che sarà gentile.
Arnold Ottinger