Carteggio d’autore, di Maria Finello

Ed ecco qui un racconto di Maria Finello: che parla di letteratura, della sua influenza sulla realtà, e sull’essere autori (e, tra le righe, suggerisce anche molte cose in più). È un po’ lungo, così si consiglia di scaricarlo comodamente qui, oppure lo trovate anche giù in fondo!

Buona lettura!


Scherzingen, 23 marzo

Alla cortese attenzione del professor Ottinger.

Gentile professore,

mi chiamo Anna Miesch e gestisco un piccolo negozio di fiori nel Canton Turgovia. Chiedo scusa per il disturbo, immagino che le giornate di uno scrittore della sua fama siano terribilmente impegnate, ma mi sono permessa di scriverle perché ultimamente lei ha avuto una grande influenza sulla mia vita.

Qualche mese fa ho trovato tra gli scaffali della mia libreria il suo romanzo d’esordio, La grotta dei narcisi, di cui avevo sentito molto parlare. Il fatto curioso è che non ho idea di come quel libro fosse finito tra le mie cose: non ricordo che mi sia stato prestato da nessuno dei miei amici ed escludo di averlo acquistato di mia iniziativa, perché, avendo una casa poco spaziosa, compro solo titoli che già conosco e che vorrei avere con me. Incuriosita da quel volume misterioso, ne ho iniziato la lettura il pomeriggio stesso e ne sono stata catturata.

Ammetto con una punta di imbarazzo che non sono quella che si definisce una lettrice forte: mi piacciono i libri e spizzico sempre qualche pagina prima di andare a dormire o nei giorni di pioggia, ma di solito mi lascio consigliare dai librai nelle mie scelte e non ritengo di avere un gusto sofisticato: mi limito per lo più ai best-seller. Eppure, leggendo la prima pagina della Grotta dei narcisi, ho avuto l’impressione che fosse scattata una scintilla, che fosse iniziata una storia.

Lei è uno scrittore e potrebbe aiutarmi a esprimermi con parole migliori, ma ho provato la sensazione che quel racconto mi appartenesse profondamente. Non perché si riferisse a dettagli della mia storia personale, ovviamente (l’unica cosa che ho in comune con i protagonisti sono i narcisi del titolo, che vendo a pochi franchi l’uno), ma per qualcosa di indefinito nello stile che ha fatto risuonare in me uno spazio vuoto che non sapevo di avere. Nelle sue parole ho riconosciuto qualcosa di profondamente mio.

Insomma, il fatto è che nelle ultime settimane il mio pensiero torna a lei in continuazione. È per questo che ho deciso di scriverle, pur senza aver niente di reale da dirle. Mi sono fatta molti scrupoli, perché suppongo che riceva innumerevoli lettere come la mia ogni giorno (anche se, probabilmente, meno sconclusionate) e non volevo appesantire la sua giornata, ma infine mi sono decisa a prendere in mano la penna, quanto meno per rendere più concreta questa bizzarra vicenda.

In sostanza concludo esprimendole tutta la mia ammirazione e augurandole buona fortuna per il suo lavoro.

Rispettosi saluti,

Anna

***

Zurich, 29 marzo

Cara Anna,

mi permetto di rivolgermi a te con tono affettuoso perché la freschezza che traspare dalle tue parole, per quanto curate, mi ha rimandato l’immagine di una giovane donna che da poco cammina sul sentiero della vita con le proprie forze. Forse mi sbaglio, ma non credo di molto: ormai ho raggiunto un’età in cui posso definire giovane quasi ogni donna senza temere che le mie intenzioni vengano fraintese.

Sono grato che tu abbia superato le riserve dettate dalla discrezione (come vorrei che più persone si ponessero gli stessi scrupoli), perché la tua lettera mi ha fatto un gran piacere. Innanzitutto per la sua fisicità: per la carta che hai impiegato, appena ingiallita, e che forse hai recuperato da un cassetto dove era stata dimenticata da tempo, regalo femminile dell’adolescenza; per la penna che hai stretto tra le dita, per le righe che hai tracciato sulla carta e che solo alla fine vacillano contro il margine del foglio; per il tempo e la cura che hai dedicato a ogni parola.

È una mia deformazione professionale immaginare, forse impropriamente, frammenti di scene letterarie nella vita quotidiana e tu mi hai regalato un bel paragrafo della tua vita. È stato proprio questo ad attirare la mia attenzione tra i numerosi messaggi con cui lettori e ammiratori mi assediano ogni giorno; questo e un fatto sorprendente: sei stata l’unica a scrivermi del mio libro senza sentire il bisogno di dirmi quanto fosse bello. Forse mi dirai per pudore che era sottinteso, ma io non credo che fosse così: La grotta dei narcisi ti ha chiamata, ma non ti è piaciuto. Non puoi neppure immaginare quanto ciò mi incuriosisca. La mia vanità ne è stuzzicata e la mia creatività non può che ricamare sopra le tue ragioni.

Non temere, non ti infastidirò con le indiscrete supposizioni di un vecchio: sappi solo che darei quaderni colmi di buone idee pur di scoprire cosa delle mie parole è suonato familiare alla tua anima; ma per farlo dovrei avere a disposizione molti più dettagli su di te: con che espressione disponi i fiori nei vasi del tuo negozio quando apri le serrande al mattino e che cosa dicono i tuoi occhi quando la sera conti quelli avanzati e destinati ad appassire? Dove ti siedi la sera, quando chiudi il mondo fuori dalla porta di casa e resti in tua compagnia? Con che cosa leghi i capelli quando ti scivolano sugli occhi, intralciandoti nei movimenti?

Sia ben chiaro, non ti sto chiedendo una risposta reale a queste domande (mi rendo conto di quanto possano apparire inquietanti): si tratta solo di piccoli giochi con cui passo il tempo. Dopotutto, ciò che rende un romanziere tale è proprio il fatto di porsi sciocche domande del genere e di essere sinceramente interessato alla risposta. Solo così possiamo creare vite e mondi interiori.

Credo di essermi dilungato troppo, ma le giornate di uno scrittore famoso sono molto meno frenetiche di quanto immagini, piccola Anna, e tu mi hai aiutato a intrattenere un pomeriggio altrimenti troppo lento. Di solito rispondo a queste lettere in modo che i lettori possano conservare la migliore opinione di me senza sentire l’esigenza di cercarmi di nuovo, ma sappi che per te è diverso. La tua limpidezza potrebbe essermi utile per una questione su cui mi arrovello da tempo e, se i discorsi a scatole cinesi di questo vecchio non ti hanno scoraggiata, sentiti libera di scrivermi ancora.

Nel frattempo auguro ai tuoi fiori di svettare fragranti nei mazzi di belle persone.

Sursum corda! (Ho sempre preferito questa espressione al più castigato “cordiale”.)

Arnold Ottinger

***

Scherzingen, 3 aprile

Gentile professor Ottinger,

sono ancora piena di meraviglia per la precisione con cui ha indovinato così tanti dettagli dalle mie poche pagine.

In effetti ho da poco compiuto ventinove anni, che è quell’età in cui ti rendi conto di non essere più un ragazzo pur senza capire come sia potuto accadere. Quando ho terminato i miei studi sentivo il bisogno di lanciarmi in un futuro sfolgorante, sebbene non avessi le idee chiare su come raggiungerlo, e per un paio di anni ho arrancato in aziende dove tutti erano più bravi e motivati di me. Alla fine mi sono resa conto che l’idea di sfolgorare non mi diceva poi molto e ho cambiato piani: la mia madrina era una fioraia e fin da bambina mi ha trasmesso la sua passione, così quando è andata in pensione mi sono fatta insegnare il mestiere e ho rilevato il suo negozio.

Ma non è questo ciò ha più attirato la mia attenzione. Ad avermi veramente sorpresa è stata la faccenda della carta da lettera, perché mi ha aiutata a ricordare che realmente si tratta di un regalo della mia prima adolescenza: tutte le donne della mia età hanno attraversato un periodo della vita (di solito tra i dodici e i quattordici anni) in cui alle festicciole di compleanno ricevevano immancabilmente set da lettera decorati con fiori, animaletti o personaggi dei cartoni animati. Ho questa carta in casa da anni e non ricordo neppure chi me l’abbia regalata (probabilmente qualche compagna la cui frequentazione si fermava a un passo dall’amicizia), eppure quando ho deciso di scriverle, per qualche strano motivo, me ne sono ricordata e sono andata a prenderla senza quasi rendermene conto. Come se, in un tocco di romanticismo, ritenessi una busta color zucchero filato un dettaglio adatto a presentarmi.

Detto questo, sono sempre più intrigata dall’intuito e dall’attenzione che richiede il mestiere di scrittore: ritengo un onore poter sbirciare un poco nei suoi pensieri ed è per questo che sono più che contenta di poterle prestare il mio aiuto, così come posso.

Rimango a sua curiosa disposizione,

Anna

***

Zurich, 20 aprile

Cara Anna,

attenta a offrire il tuo aiuto prima di sapere come verrà impiegato, perché ci sarà sempre qualcuno come il sottoscritto pronto ad approfittarne.

In questo specifico caso temo che il prezzo da pagare saranno pagine e pagine non richieste di sproloqui letterari. Vorrei infatti chiedere il tuo aiuto per sviluppare una storia.

So che mi hai detto di non essere una lettrice esperta, ma non è di un lettore che ho bisogno. Quella che mi serve è una persona che abbia maggior dimestichezza con la vita che con le parole e in questo ho paura di non poter contare su alcun talento naturale. Il mondo mi è molto più chiaro quando lo ricompongo sulla mia scrivania, attraverso l’odore familiare dei libri, che quando lo devo affrontare di petto; ma la mia capacità di riordinare fatti ed eventi in un intreccio non è sufficiente per il lavoro che ho in mente.

È da un po’ di tempo, infatti, che mi solletica l’idea di un racconto in cui il protagonista faccia la sua comparsa in veste di tela bianca per diventare un essere umano poco a poco.

Mi spiego meglio. Vorrei seguire le vicende di un essere dalle origini misteriose, una creatura indefinibile dall’aspetto umano che tuttavia non ha visto la luce come noialtri. Lo immagino prendere vita dal riflesso di uno specchio o dal riverbero di una pozza d’acqua… Non ho ancora pensato ai dettagli. Quello che mi preme è che venga al mondo come una tabula rasa, senza nulla di più che una vaga coscienza di sé. Credo che sarebbe affascinante seguire il processo di formazione di tutti quegli elementi che rendono una persona tale.

Naturalmente dovrei plasmare pian piano le sue emozioni (e il solo pensare alle dinamiche potenziali insite in una simile premessa mi suscita un brivido d’avventura), ma non solo: qual è la gestualità di un infante in un corpo di adulto, come esplorerà i cinque sensi? Quale suono assumerà la sua voce nel tentativo di articolare i primi suoni e che cosa cercherà di esprimere con essi?

Fremo dalla voglia di scoprirlo, ma è un lavoro che non posso affrontare da solo. Ho bisogno di qualcuno che vigili affinché non si trasformi in un gioco intellettuale e ho scelto te perché, secondo l’idea che mi sono fatto a partire dalle tue parole, sei esattamente il tipo di persona che potrebbe comprendere il mio protagonista e prendersene cura. Lo farai per me? Te ne ringrazio.

Ti manderò ulteriori dettagli al più presto. Nel frattempo, ti prego di aprire gli occhi e il cuore in attesa della mia creatura.

Con riconoscenza,

Arnold Ottinger

P.S. Ho chiesto a te, in maniera piuttosto sfacciata, anche perché ho dato immotivatamente per scontato che il racconto ti piacerà, dato che il nostro stile è molto simile. Lo hai notato? Le nostre lettere, pur lasciando trasparire età e sessi differenti, sembrano scritte dalla stessa mano. Chi di noi due sarà l’impostore?

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Scherzingen, 29 aprile

Gentile professore,

temo che lei abbia un’opinione decisamente troppo alta di me! È vero, nelle nostre frasi ci sono alcune assonanze, ma di fronte al suo modo di esprimersi io sembro goffa e infantile. In ogni caso sono più che sicura di essere stata io a lasciarmi influenzare dal suo talento, perché non ho mai saputo scrivere così prima d’ora: è oltre le mie reali possibilità e posso solo dedurre che sia stato lei a mettermi le parole in bocca.

In ogni caso non vedo in che modo potrei esserle d’aiuto in un progetto così delicato.

Mentre ero in negozio ho riflettuto molto sulla sua idea: ammetto di non averla capita del tutto, però al tempo stesso è qualcosa di cui vorrei leggere. Credo possa esserci molta tenerezza in una storia del genere.

Anzi, le dirò di più, credo che un pubblico femminile potrebbe adorare il suo racconto: un personaggio dal cuore puro come quello di un bambino, ma al tempo stesso con un fascino incantato? Una sorta di angelo che necessita di essere accompagnato passo dopo passo nel mondo? Lo ammetta, ha inventato un simile scenario solo per far sospirare le donne come me che attraversano le loro banali giornate in compagnia di persone imbolsite.

Naturalmente non sto dicendo che la sua sia un’idea da romanzo rosa: tutti quegli spunti rigorosi di cui parlava nella sua lettera erano molto interessanti, davvero, tuttavia ha ragione quando dice che il tutto potrebbe diventare un po’ troppo complicato. Se io leggessi questo libro non vorrei perdermi in fredde architetture letterarie: vorrei trovarci la vita vera.

Ha presente quel genere di vita che ogni tanto sembra cristallizzare la realtà e sommergerla, come se fosse illuminata da un sole limpido al di là del cielo? È qualcosa che provo spesso e quando accade ho l’impressione che le giornate siano più lunghe, quasi più “abitate”.

Quando posso vado a passeggiare sulle colline dietro casa durante la pausa pranzo (che è piuttosto lunga, lo ammetto, dal momento che nessuno compra fiori quando è ancora appesantito dalla digestione): nelle mie intenzioni dovrebbe trattarsi di camminate agili per portare benefici alla schiena, ma per quante promesse abbia fatto a medici e fisioterapisti finisco sempre per rallentare lungo il percorso e rimirare il paesaggio che mi circonda. La verità è che ci sono troppe cose belle attorno a me per non esserne avvolta: ci sono i fiori della villa patronale, che variano di settimana in settimana in un incantesimo di petali (prima le regali peonie, poi, nascosto dietro ai padiglioni di ferro battuto, il sognante lillà e infine la multicolore esplosione delle ortensie); c’è il rumore dell’acqua che scorre nel canale lungo la pista ciclabile, che ha il suono fresco delle fonti incantate di Shehrazade e fa danzare l’erba filiforme cresciuta lungo i bordi; ci sono le mucche che allattano i vitellini oltre il crinale della collina, nel grande prato dove il sole supera appena la linea montuosa dell’orizzonte sfiorando le loro schiene bionde.

E non solo la natura: il balcone del vicino a cui è appesa una bandiera così scolorita da non essere ancora riuscita a identificarla in tutti questi anni, l’imponente casa di inizio secolo con i segnavento a forma di draghi e che secondo alcuni è abitata dai fantasmi (attenzione, questa è materia da scrittori!), la coppia di anziani che trascorre il suo tempo allevando con amore un pony il cui unico scopo è giocare con i nipotini quando vengono in visita… Quando osservo questi e altri innumerevoli dettagli, amici vecchi e nuovi, mi sento riempire di vita. È una sensazione fisica, simile a un bagno frizzante.

In quei momenti mi sento colma di gioia: non di allegria, attenzione, perché le fatiche e le preoccupazioni restano là (le ombre sono sempre in agguato, non ci lasciano mai completamente), ma è come se si disperdessero in un mare vasto, sereno e grato.

Chiedo perdono per la mia digressione, in realtà i miei esempi divaganti servivano solo per dire questo: io sono una persona comune e riesco a percepire solo piccoli scorci di questa gioia presente nelle cose, ma credo che un personaggio venuto al mondo all’improvviso dovrebbe vivere così ogni singolo istante. Di sicuro sarebbe turbato da alcune cose, spaventato da altre, ma sono certa che resterebbe immerso in quel “bagno di realtà” che ho cercato di descriverle con parole confuse.

Acciderboli, mi sono resa conto di aver scritto tantissimo e non voglio portarle via tempo che potrebbe usare per scrivere. Mi permetto soltanto di farle un’ultima domanda: quale aspetto avrà il suo protagonista? Vorrei riuscire a visualizzarlo meglio.

Grazie per avermi permesso di volare con la fantasia, è un piacere che mi mancava.

Le auguro un buon lavoro,

Anna

P.S. Più ci ripenso più mi sento di dover intervenire: fra le due idee che ha proposto per la nascita del nostro eroe, preferisco quella della pozza d’acqua. L’immagine di uno specchio è troppo appesantita dalla personalità di chi vi si affaccia, mentre il riflesso di un ruscello è accidentale, fluttuante e mitigato dal mistero impersonale della natura.

***

Zurich, 7 maggio

Carissima Anna,

credo che tu possegga un dono grande senza saperlo. Quella che descrivi è una sovrabbondanza di ciò che io chiamo “momenti assoluti”, brevi istanti in cui l’uomo è in grado di trascendere lo spaziotempo.

Si tratta di una sorta di “istantanea” in cui l’anima viene impressionata come una pellicola fotografica, ricevendo in eredità il mondo interiore insito in ciò che la circonda. E come ben sai, i mondi interiori si estendono solo esplorando e inglobando altre collisioni.

Ti rivelerò un segreto: gli scrittori sono continuamente a caccia di momenti assoluti, perché senza di essi sanno di non essere altro che nullità con una penna in mano. Macchine che sfornano sbiaditi stereotipi della realtà, simili alla letteratura così come il motivetto di una sala d’attesa lo è a un preludio di Debussy.

E adesso ti consegnerò un segreto ancora più grande, impronunciabile: nel corso della mia ormai lunga vita io ho vissuto pochissimi istanti simili, forse una manciata in tutto, e quasi esclusivamente durante l’infanzia.

Ecco, ho confessato l’inconfessabile e nominato l’innominabile: sono uno scrittore da sala d’attesa.

Posseggo uno studio con una bella scrivania di mogano scanalato, una lampada d’ottone e pareti tappezzate di prime edizioni, uno scenario che fa notevolissima impressione nella foto sulle quarte di copertina ma che mi marchia come scrittore mediocre. Il genio non ha bisogno di costruirsi un laboratorio. Maupassant non aveva bisogno di scanalature di mogano.

Ecco spiegato il perché di questa caccia grossa, di questo safari del significato e della permanenza. La verità è che, così come il nostro personaggio rappresenta per te il principe azzurro dal cuore puro, per me è una pallida occasione di vedere il mondo con gli occhi che ho sempre desiderato, per la durata di qualche pagina. Un mondo che tu mi mostri.

La verità è che sono così assetato di momenti assoluti da spingermi a ricrearne di fittizi negli occhi di un personaggio immaginario, nella speranza di potermi almeno abbeverare a questi riflessi. Ed è per questo che, ora che ho trovato in te un simile serbatoio, non ti lascerò più andare. Perdonami.

Ma non credere che nella nostra amicizia vi sia solo bieco opportunismo: la nostra corrispondenza è un vero piacere e gli anziani come me hanno la tendenza ad affezionarsi ai giovani come te con la tenerezza di potenziali nonni.

Dopo averti investita di una simile autorità, eccomi pronto ad ascoltare i tuoi consigli: nuntio vobis… e fonte sia!

In realtà non sono del tutto persuaso che le tue ragioni siano imparziali: posso immaginare che per una giovane donna come te, che si emoziona di fronte a un bocciolo di peonia (o meglio, “di regale peonia”), uno scenario naturale eserciti molte più attrattive di un oggetto d’arredamento.

Eppure continuo a pensare che anche l’idea dello specchio avesse il suo fascino. Certo, il problema di un “originale” di cui tener conto non è da nulla perché,  in un modo o nell’altro, pretenderà sempre di rubare la scena, ma non è certo con uno scenario bucolico che scongiureremo il rischio. Dopotutto Narciso si è specchiato in una pozza d’acqua e, come tutti sappiamo, aveva una personalità piuttosto ingombrante.

Ciò che mi ha convinto delle tue ragioni, alla fine, è il “mistero impersonale della natura” che hai saggiamente evocato. Mi piace l’idea di una forza insondabile che scompiglia le azioni umane facendone emergere dimensioni inattese (e non solo perché il caso mi evita molti fastidi narrativi). Per questo motivo, credo, riporrò specchi e specchietti nei ripostigli della mia mente e seguirò il tuo consiglio. Come vedi sono molto determinato, quindi risparmiati la fatica di giustificarti nella prossima lettera. You won.

Talvolta gli scrittori hanno bisogno di staccarsi dalle loro creature e di lasciare che siano altri a prendere le decisioni. Il nostro sogno più grande sarebbe quello di poter ascoltare l’opinione di un personaggio, in modo da osservare le vicende dal lato giusto della storia.

Se non ricordo male, nella prefazione di un vecchio libro ho scritto che “la persona migliore a cui chiedere consiglio è il proprio protagonista”. Al momento il nostro protagonista non è ancora nato e per qualche capitolo ancora non sarà in grado di parlare, per cui chiedo a te. Sei tu, bambina mia, che stai dando forma a questo racconto modellandolo su di te.

Tuttavia ci sono ambiti in cui è bene che anche lo scribacchino dica la sua, perché conosce qualche espediente e mezzuccio tecnico che permette all’opera di funzionare. Perciò, come da richiesta, ti descriverò il nostro eroe nel modo in cui, a mio parere, potrebbe rendere meglio.

La parola d’ordine è neutralità. Un personaggio che non è nulla e che al tempo stesso è tutto deve avere un aspetto il più possibile neutro, in modo che scivoli nell’immaginazione del lettore il più silenziosamente possibile. Banditi i nasi importanti, i nei d’amore e i menti volitivi. Al tempo stesso, però, il nostro protagonista non può lasciare indifferenti: deve far voltare le teste al suo passaggio, altrimenti, privo di personalità com’è, per lui diventerebbe troppo arduo reggere il peso di una storia. E qual è l’espediente, vecchio come il mondo, per rendere qualcuno anonimo e al tempo stesso indimenticabile? La bellezza, ovviamente. Gli antichi hanno scoperto per primi questa gradevole forma di impersonalità e i pubblicitari l’hanno portata alla perfezione. Per cui sì, mia cara Anna, il nostro eroe (lancio un ahimé a nome di tutte  le persone che, come me, non sono nate con i favori di Venere e Apollo) è costretto a essere bello. Bello come un’idea che, pur non avendo tratti propri, incarna l’aspirazione dell’umanità intera.

Immagino che non ti strapperai i capelli di fronte a questo annuncio. E, in effetti, per quanto possa storcere il naso di fronte a questa emergenza, in quanto imprenditore di me stesso non posso che approvarla perché attirerà un maggior numero di lettori (e di lettrici).

Io mi limiterò a fornire un contenitore ben sagomato, ma sarà il mio pubblico a renderlo man mano più reale, aggiungendo pagina dopo pagina quei dettagli che lo renderanno più vicino alla loro esperienza: per alcuni la bellezza sono labbra carnose, per altri lineamenti aguzzi o clavicole ben definite… ed ecco che i lettori si assumeranno inconsapevolmente parte del mio compito di renderlo umano, dando vita a infinite declinazioni di un’unica perfezione.

Sempre in nome della neutralità, il ragazzo dovrà avere un’età compresa tra i venticinque e i trent’anni (l’età che, secondo alcuni teologi medievali, avranno i corpi dopo la resurrezione finale). Più giovane e renderebbe impossibile immedesimarsi con lui a una larga parte di pubblico, soprattutto del mio, più vecchio e l’assenza di un passato inizierebbe a intaccare la possibilità stessa di essere un uomo (perché, mia cara, crescere è essenzialmente una questione di stratificazioni).

Dal momento che il racconto sarà ambientato nelle nostre terre, per lo più in una cittadina di provincia come la tua, il ragazzo dovrà essere caucasico perché (e mi sento di aggiungere purtroppo) un qualsiasi confronto tra culture comporterebbe un bagaglio storico difficile da gestire nella narrazione. Ovviamente spostando lo scenario le cose cambierebbero, facendosi particolarmente complesse in una grande metropoli, ma come avrai iniziato a capire sono uno scrittore pigro, per cui la mia storia non vedrà grandi città se non sui tabelloni dei treni di piccole stazioni rurali.

Dunque carnagione chiara, ma non come quella di tutti gli altri: il suo aspetto deve mantenere qualche dettaglio che ricordi le sue origini incantate e un pallore lunare sarà perfetto allo scopo. Gli occhi possono permettersi un po’ più di personalità, perché devono mostrare in anticipo ciò che il personaggio saprà diventare (e quindi devono promettere meraviglie): sebbene non sia sempre stato così (nell’Ottocento l’unico colore d’iride degno di nota era il nero), ai nostri giorni sono gli occhi chiari a catturare l’attenzione. Tra le varie sfumature possibili credo che sceglierò il grigio, il più raro.

A questo punto non ci rimane che acconciarlo. Ormai avrai capito il meccanismo: abbiamo bisogno di estremi, un biondo argenteo o un nero lucente, senza vie di mezzo. Entrambe le opzioni comportano piccole sfumature di impressioni, ma, per una pura questione di gusto personale, mi permetto di scegliere il nero. Petrolio e carbone.

Et voila! Pezzo dopo pezzo abbiamo assemblato il nostro protagonista ideale. Forse non particolarmente originale, ma di sicuro effetto.

Scusa, concedimi di giocare un po’. In realtà spero con timore e tremore di non aver ucciso il tuo interesse con questa prolissa descrizione in perfetto stile Frankestein. Ti confesso che tengo immensamente al fatto che il nostro eroe possa piacerti.

Per ripagarti della pazienza mi riprometto di mandarti già con questa lettera alcune scene abbozzate per farti un’idea più organica (motivo per cui queste pagine potrebbero raggiungerti in ritardo rispetto alla data che portano).

Nel frattempo resto il tuo ammirato

Arnold Ottinger

***

Scherzingen, 24 maggio

Gentile professore,

chiedo scusa per il ritardo nel rispondere, ma negli scorsi giorni ho avuto un brutto raffreddore primaverile. Nulla di così grave da costringermi a chiudere il negozio, ma abbastanza da costiparmi il cervello impedendomi di sedermi a un tavolo con carta e penna.

Tuttavia volevo ringraziarla, perché nelle lunghe serate che ho passato chiusa in casa (particolarmente opprimenti in un periodo della mia vita già piuttosto incerto) le pagine che mi ha inviato mi hanno tirata più su dell’aspirina. Sto leggendo altri libri nel frattempo, tra cui, senza offesa, alcuni di autori più accreditati di lei (dopo che ha citato Maupassant sono andata in biblioteca a prendere Une vie: ah, quanta solidarietà nei confronti di un cuore così intimamente sofferente!), eppure non riescono a darmi lo so stesso gusto di quella che ormai considero, mi perdoni, la mia storia.

Conoscere ciò che avviene dietro le quinte di un libro gli dà un peso diverso e permette di affezionarsi maggiormente ai dettagli. Tanto più che ho trovato le sue bozze realmente convincenti: la scena in cui il protagonista inizia a camminare incespicando nel bosco, mettendo in bocca ciò che capita come un bimbo appena svezzato, è molto suggestiva e anche l’incontro con il pensionato che gli offre i suoi vestiti da festa è carica di tenerezza. Sebbene si tratti di un personaggio secondario, l’anziano è tratteggiato con molta umanità; anzi, la cosa curiosa è che la sua descrizione calza a pennello con quella di un signore che vive in una casetta nelle colline dietro al mio paese. Ho trovato questa coincidenza sorprendente e sono sempre più convinta che lei sia già stato nelle mie terre, perché più il protagonista avanza nel suo viaggio, più le descrizioni dei luoghi divengono familiari. Il fiume dell’ultimo paragrafo sembra seguire lo stesso corso di quello che attraversa la mia frazione e ho l’impressione di conoscere da sempre l’ansa in cui il ragazzo si lava per la prima volta: è vero che tutte le pozze d’acqua si assomigliano su carta, ma il paesaggio coincide in maniera impressionante con il posto dove mia zia portava me e i miei cuginetti a fare il bagno da bambini. Sembra quasi che il nostro eroe si stia avvicinando.

Non so se è grazie ai suoi “espedienti e mezzucci” da scrittore, ma sono bastati pochi paragrafi per rendere il nostro giovane amico, così puro e al tempo stesso così forte, il mio nuovo e personale mr. Darcy (sono dell’idea che, approssimando un po’, ogni donna sia attratta o da Darcy o da Heathcliff e, anche se io protendo nettamente per il primo, da qualche anno sto assieme a un turbolento emulatore del secondo: si può essere più stupidi?). Insomma, mi sono innamorata! Sono caduta vittima di quel sentimento vibrante, vivificante, totalizzante e al tempo stesso sereno che è possibile provare soltanto per una creazione letteraria.

Quanto è bello sentirsi parte di una storia! La ringrazio per avermi permesso di entrare nella sua mente, di seguirne i meccanismi creativi, perché è una delle cose più elettrizzanti che mi sia mai capitata. Eppure, sotto all’ironia, nelle sue parole mi è sembrato di leggere anche un’eccessiva severità. Lei è molto meno mediocre di quanto crede, per il semplice fatto che nessuno può essere all’altezza delle sue aspettative.

Non vorrei averle dato l’impressione di saper cogliere “momenti assoluti” ogni istante della mia vita: le assicuro che non sono tutte rose e fiori. Ci sono giorni in cui, anche nelle difficoltà, mi sento immersa in qualcosa di più grande che mi dà pace e giorni in cui non riesco a vedere al di là del mio naso perché ho la testa immersa in una bufera di preoccupazioni.

Questo, per esempio, è uno di quei periodi in cui la mia attitudine contemplativa è scoraggiata dalle contrarietà: un fidanzato stupido a cui voglio ancora troppo bene (ma che se non si dà una svegliata rischia di diventare uno stupido ex), certezze che si incrinano e che non voglio veder crollare, troppe domande su di me. Inoltre è da settimane che nella mia zona non cade una goccia d’acqua e questo caldo fuori stagione non fa bene al negozio: i fiori arrivano da me già affaticati e appassiscono prima ancora che arrivino i clienti, i quali non hanno voglia di comprare mazzi sgualciti. È una tristezza passare le giornate accanto a quelle creaturine che si ripiegano su se stesse minuto dopo minuto… mi sento appassire anch’io.

Ma basta annoiarla con le piccolezze di una vita qualsiasi: mi viene istintivo confidarmi con lei perché le sue lettere hanno il potere d farmi sentire meno male, di dare un ordine alla mia vita, ma dopotutto lei mi sta scrivendo per ricevere un parere letterario, non per curare la posta del cuore di un giornaletto. Per cui ora la lascio in pace, lo prometto, e torno a immergermi nel regno sorprendente e al tempo stesso familiare della sua immaginazione.

La sua sgualcita ammiratrice,

Anna

P.S. A proposito, il nostro eroe ha un nome? Mi piacerebbe pensare a lui in modo più personale.

***

Zurich, 30 maggio

Mia piccola Anna,

questo nostro legame d’inchiostro si è stretto al punto che l’idea che tu sia infelice mi toglie l’appetito. Ho iniziato a pensare a te come a un piccolo dono scovato tra le pieghe di una storia e una parte di me desidera proteggerti così come uno scrittore custodisce il proprio personaggio preferito.

Non posso fare molto per te dal mio studio polveroso, ma ho scritto qualche pagina nella speranza di rallegrarti un poco nel tuo isolamento. A volte le parole sanno consolare. È una storia che racconta della casa con i segnavento a forma di drago e dei suoi fantasmi (ho raccolto la tua sfida) ed è piena di pioggia, per attirarla fino a te.

Per quanto riguarda il nostro protagonista, temo che un nome sia fuori discussione: qualunque insieme di lettere, reale o immaginario, sarebbe troppo connotato. Dovrà conquistarselo passo dopo passo e con fatica, come un tesoro. Forse al termine della sua avventura incontrerà una persona che riconoscerà in lui ciò che ancora non esiste e che lo chiamerà per nome. Non riesco a immaginare conclusione più lieta.

Non ti appesantisco con ulteriori pensieri, avrai bisogno di riposo e distrazione, ma ti mando altro materiale da giudicare.

Sursum corde (ancora una volta e con ancora più affetto),

Arnold Ottinger

***

Scherzingen, 22 giugno

Cortese professor Ottinger,

la sua lettera mi ha stupita, non tanto per il suo interessamento ma perché a prima vista è sproporzionata. Io le ho scritto soltanto di un raffreddore, un fidanzato inadeguato e qualche petalo appassito (piccole seccature, certo, ma nulla che lasciasse intendere che io fossi infelice), eppure lei ha saputo cogliere tra le mie parole qualcosa di più, una solitudine profonda a cui neppure io ho dato nome e che sembra isolarmi dal resto del mondo. Non ne ho mai parlato con nessuno, ma a quanto pare non sono riuscita a tenergliela nascosto.

Ormai ho l’impressione che lei mi conosca più di me stessa e, se devo essere sincera con lei, la cosa inizia a spaventarmi. So che leggere tra le righe è il mestiere degli scrittori e che non c’è nulla di male, ma lei mi conosce più di me stessa, per davvero, e io inizio a chiedermi se non sia stato così fin dall’inizio.

Tempo fa mi ha domandato scherzosamente chi fra noi due fosse l’impostore e ora la sua provocazione torna a risuonare in me come un’eco inquietante. Torna nelle mie parole che, contro la mia volontà, sono sempre più simili alle sue. Torna nelle inverosimili corrispondenze che, ora me ne rendo conto, mi circondano come ombre dissimulate dalla notte.

Stanno succedendo cose strane, cose di cui forse mi sarei dovuta accorgere prima.

Stavo leggendo il racconto che mi ha inviato e nel momento stesso in cui è caduta la prima goccia nel suo mondo di carta, anche qui è arrivata la pioggia. Lei dirà che si è trattata di una semplice coincidenza, e forse ha ragione, ma converrà che si è trattata di una coincidenza tale da risvegliare la mia attenzione ed è così che ho cominciato ad accorgermi del resto.

Pochi giorni dopo stavo passeggiando accanto alla villa dei segnavento e ho sentito le note ovattate di un pianoforte privo di suonatore; per un attimo ho trattenuto il fiato, emozionata all’idea che per la prima volta anch’io potevo sentire quella musica fantasma di cui tanto avevo sentito parlare, poi però mi sono ricordata che nessuno aveva mai accennato a un pianoforte. Nessuno al di fuori di lei e del suo racconto. Eppure nella mia memoria quello strumento esisteva ormai da sempre, si era conquistato un posto scavandosi la strada fin nel principio della mia coscienza. Ho cercato di risalire a chi per la prima volta mi avesse raccontato la leggenda della casa fantasma e tra i miei ricordi non ho trovato altro che una nebbia informe e impersonale. Questa storia l’ho sempre saputa senza che nessuno me l’abbia consegnata.

Perché per me sta diventando sempre più difficile distinguere quanto leggo dalla realtà?

Turbata da questa scoperta, ho iniziato a prestare più attenzione alla mia vita quotidiana ed è stato allora che le cose hanno iniziato a sfuggirmi di mano. Più prendo lucidità, più tutto attorno a me diventa confuso. Più permetto al velo che avevo posto davanti ai miei occhi di cadere, più la mia esistenza perde senso.

Da quando ho iniziato a collegare tra loro gli indizi, non posso fare a meno di vedere le incongruenze di cui sono fatta. Sono continuamente avvolta da una leggera sensazione di irrealtà che mi separa dal mondo, come se mi trovassi sotto a un sottile strato di cera. Ed è proprio di cera che mi sento fatta: fragile, vuota. Una bambola.

Chi sono io? Quando ho iniziato a naufragare in questa illusione come in una pozza d’acqua gelida, come Eco che si disperde inseguendo la caduta di Narciso?

No. Queste non possono essere le mie parole, io non sarei in grado di cercare nel mito le mie metafore… Lo sto facendo di nuovo. Perché non riconosco più la mia voce?

No, peggio, ormai non sono neanche sicura di aver mai parlato per davvero. Perlomeno non da quando, spinta da qualcosa che non era la mia volontà, le ho scritto per la prima volta.

È stato lei. La nostra corrispondenza è diventata un punto di luce, la finestra attraverso cui mi affaccio sul tempo, e il resto ha cominciato a evaporare. Come se non fosse mai esistito. Come se ogni volta, nello spazio amorfo tra le nostre lettere, io smettessi di esistere.

Io sono venuta alla luce il giorno in cui l’incipit della Grotta dei narcisi ha iniziato a riverberare in me e a modellarmi. Non è forse così?

Faccio fatica a esprimermi, a trovare parole che oltrepassino queste righe a me sempre più estranee. Ho vuoti di memoria sempre più frequenti. La mia mente segue lo stesso meccanismo dei sogni: mi ritrovo immersa in una situazione, mi muovo al suo interno con fin troppa libertà, ma non sono in grado di distinguere il momento in cui tutto è iniziato.

Mi aggiro in un labirinto di specchi, entrando e uscendo da immagini replicate all’infinito come una moderna Alice. Una tazza di tè accanto alla finestra della cucina, l’ultimo tocco a un bouqet da sposa… Frammenti di vetro che si riflettono a vicenda, camei senza trame perfetti per essere raccontati in queste lettere.

Non ricordo i nomi dei miei amici, anche se ho detto di averne; non distinguo il volto del fidanzato che tanto mi sta facendo soffrire. Narrazioni discontinue, senza radici, coriandoli di coscienza in pasto alla carta. Gli unici istanti in cui sento realmente di esistere sono i momenti assoluti delle mie passeggiate e le ho consegnato anche quelli.

E poi c’è lui. Ho cercato tregua nel nostro romanzo, nella quiete familiare del nostro esperimento letterario, ma ormai sono consapevole di esserne io stessa la cavia. Ogni frase e ogni descrizione me lo dicono.

Il nostro protagonista sta percorrendo le strade delle mie colline, sta incontrando le comparse della mia quotidianità frammentata. Lui sta venendo da me, lo so. Che cosa dovrei fare? Una parte di me, quella che ha paura, quella che vuole essere consolata, attende con ansia questo incontro: in questo momento la sua esistenza è la cosa più reale che ho e forse il suo arrivo mi darà pace. Eppure c’è una parte che continua a ribellarsi a questo destino.

Voglio autonomia, la pretendo.

Perché mi sta accadendo tutto questo?

Forse sono solo pazza, forse la novità che lei ha portato nella mia vita mi ha suggestionata a tal punto da farmi perdere il contatto con la realtà.

Se è così la prego di aver compassione di una povera folle che spera di esserlo, che prega di poter essere curata dalla sua inquietudine.

Dopotutto ciò che temo non può essere reale, non è così?

Mi risponda, la scongiuro, mi parli. Non mi lasci sola. Non voglio impazzire, non voglio scomparire.

Sono nelle sue mani,

Anna

***

Scherzingen, 24 giugno

Lui è arrivato da me.

Questa mattina sono uscita di casa per andare in negozio e lui era lì, seduto sul bordo di una fontana. Un ragazzo con i capelli neri e il volto perfetto con cui ci si immagina un personaggio prima che venga descritto.

Non mi ha vista. Guardava il cielo e chiamava gli uccelli con la sua voce che ancora fatica ad articolare. Aveva il sorriso di un bambino e lo sguardo immerso nell’eternità.

Era così bello. Così terribilmente reale.

Sono scappata via terrorizzata e mi sono rinchiusa nel negozio. Una parte di me avrebbe voluto correre tra le sue braccia e abbeverarsi a quella serenità, ma non potevo fare a meno di chiedermi se quei sentimenti mi appartenessero davvero.

Sono caduta in ginocchio e tutte le emozioni che tenevo rinchiuse nel petto si sono sciolte in lacrime. Ho pianto senza controllo, le braccia strette al petto.

Era la scena perfetta per un libro. Bel lavoro.

Non voglio spiegazioni, non vedo a che cosa potrebbero servirmi, ma le scrivo questa lettera, l’ultima, per chiederle un favore.

So che non c’è bisogno di imbustare queste pagine, perché lei le riceverà comunque. So che verrà a conoscenza delle mie parole nel momento stesso in cui apporrò l’ultimo punto, per cui non perdiamo tempo. Appena avrò terminato di scrivere uscirò dal negozio e andrò da lui.

Lei mi deve la mia libertà. Non chiuda gli occhi di fronte alla mia richiesta.

La prego, la imploro, posi la penna affinché io possa parlargli con la mia voce.

Sua, e mai parola fu più bruciante,

Anna

***

Zurich, 24 giugno

Mia piccola Anna, bambina mia,

temo di doverti delle scuse.

Sarebbe dovuto essere solo un gioco, non ti saresti accorta di nulla: una sagoma di carta che scrive su carta. Eppure questo gioco ha iniziato a sovrapporre strati inaspettati e, inavvertitamente, ha fatto di te qualcosa che non dovevi essere.

Non avrei mai voluto che tu soffrissi, credimi. Tu sei il personaggio migliore della mia storia migliore.

Inizialmente volevo solo interrogarti attraverso l’inchiostro, perché, come ti ho confessato una volta,  il mio sogno più grande era quello di ascoltare l’opinione di un mio personaggio, in modo da osservare le vicende dal lato giusto della storia. Ma mentre parlavo con te, per mezzo di te, ho iniziato a inseguire il mia chimera.

Te l’ho detto, uno scrittore rincorre il momento assoluto per tutta la vita e per ottenerlo è disposto a sovvertire l’ordine del mondo.

Quando in te ho intravisto questo dono, riflesso del mio desiderio più profondo, l’ho incoraggiato e ho lasciato emergere una sorgente di vita fuori luogo, che si è infiltrata tra noi al di là di ogni nostro potere.

Perdonami, non doveva andare così, ma da tempo non ho più controllo su questo mistero: non ho potuto fare altro che assecondare la piega presa dalla storia per non abbandonarti. E non lo farò, a ogni costo.

Anna, io mi prenderò sempre cura di te. Adesso fa paura, ma ti assicuro che non farà male. Non aver timore.

Per ripagare il mio debito non avevo altro tra le mani che un personaggio abbozzato, ma l’ho plasmato perché prendesse la forma giusta per te. Ho iniziato a scrivere un racconto in cui poteste rifugiarvi uno accanto all’altra ed essere felici.

È vero, ho commesso qualche errore: sono entrato con troppa prepotenza nelle tue parole, scegliendo un lessico spesso inadatto, e sono arrivato al colpo di scena in maniera precipitosa, turbandoti. Ma cerca di capire… Prima o poi avrei dovuto dirti la verità, ma avevo talmente paura di affrontarti che, nonostante tutti gli anni di esperienza, l’ho fatto in modo goffo.

Ti prometto che non succederà più, fidati di me. Fidati dell’uomo a cui abbiamo dato un volto assieme: quel ragazzo è stato creato per essere puro, tu per essere viva. Non credi che insieme possiate dare vita a qualcosa di meraviglioso?

Io sono convinto di sì e vi presterò la mia mano, perché non vedo l’ora di scoprire che cosa sceglierete di fare. Ti giuro che mi farò da parte: sarò un narratore silenzioso, in ascolto dei suoi eroi.

Anna, lui ti sta aspettando. Il mio dono, il mio risarcimento, è là fuori seduto sul bordo di una fonte d’acqua limpida come quella da cui è nato, con i suoi occhi privi di ombre, e aspetta che tu ti prenda cura di lui. Perché tu sei l’unica che puoi dargli un nome. È tuo diritto.

Vai, prendi la sua mano senza colpe e accompagnalo dentro alla vita.

Andate, tenetevi stretti e scrivete la vostra storia.

Ti prometto che sarà gentile.

Arnold Ottinger


La Stella, di Davide Gorga

Il nostro Davide ci regala un racconto di Natale: speriamo possa piacere a voi quanto è piaciuto a noi. Lo potete anche scaricare qui.


Il lampione splendeva lucido e specchiante a lato del ponte in pietra grigia che varcava tranquillo l’Adige fluente tra oscurità e veli di nebbia. Il lieve mormorio delle acque era interrotto dal suono dei passi della ragazzina che camminava in silenzio, gli abiti rossi confusi tra il nero della notte, al centro delle mura merlate, lo sguardo fisso dinanzi a sé che talvolta vagava inquieto verso le poche luci che si disegnavano nel buio, una qui, una là, tra macchie d’ombra fitta. Una luna fragile splendeva a tratti fra veli di nuvole viola, nessun vento e nessuna voce. Affrettò il passo; la via era deserta, il mormorio del fiume lieve.

D’improvviso, come apparso da un favoloso sogno, vivace e multicolore nella nebbia quasi rinato da miriadi di goccioline di pioggia splendenti, appoggiato noncurante con le spalle al parapetto, un giovane alto, vestito d’ogni colore, rilucente nell’oscurità, comparve dinanzi ai suoi occhi. Al suo fianco, un bastone. Un cane grigio argento dagli occhi azzurri e le zampe agili gli saltellava intorno. La bisaccia mezza vuota gli penzolava da una spalla, un flauto era nella sua mano destra, canterellante sulle pieghe dei pantaloni verdi e gialli, sgargianti come raggi di sole tra i prati.

La ragazza si arrestò, incapace di proseguire. Al centro del selciato rimase immobile, stringendo i pugni, finché le dita non divennero bianche.

L’uomo parve finalmente accorgersi di lei. Volse lo sguardo sulla sua persona, quasi incredulo, come se un fantasma fosse apparso ai suoi occhi. Ergendosi nel mezzo della via, esclamò:

«Lucia, tu mi vedi!?» — la sua voce fu musicale come una campana d’argento;

«Sarebbe difficile non vederti! Sei sotto un lampione!» — fece di rimando la ragazzina; — «E tu come sai il mio nome?»

Il giovane dai vestiti sgargianti rise con una voce forte e gentile; portò il flauto alle sue labbra e accennò un inizio di melodia triste e allegra, senza tempo, quindi riprese ad alta voce: «Sei davvero tu! E allora, vieni, andiamo!» — estrasse un libro dalla borsa a tracolla, aprendolo a metà: i caratteri parvero illuminarsi di luce propria; quindi lo sfogliò rapidamente e sembrò che un arcobaleno di luce si riversasse sulla via; infine, con gesto senza suono che echeggiò nel fondo dell’anima di Lucia, si arrestò a una pagina dal disegno confuso, nero e oro.

«Dove!?» — chiese Lucia, ma l’altro le tese la mano e a lei parve che ogni paura si dileguasse. Non più il timore della notte scura, della nebbia, della solitudine. E seguì solo quella scia di colori che pareva aver preso una scala d’aria arrampicandosi veloce nel cielo notturno, tanto che presto si trovarono oltre le nuvole basse che aleggiavano sulla città e videro scintillare le stelle come diamanti in cielo; eppure, non avevano freddo. Anche il cane li accompagnava, danzando festosamente intorno a loro, quasi fossero stati sul fianco solido di una montagna. Sempre più in alto e sempre più lontano salivano, e presto una musica d’argento prese forma dallo strumento del compagno che li guidava. Oltrepassarono la notte scura e diversi cieli si avvicendarono intorno a loro, nell’eterno movimento delle stelle.

Tra le vallate e le città sparse, Lucia iniziò a vedere scintillare un bagliore d’oro simile a un filo che le attraversasse tutte, l’una dopo l’altra. A un certo punto, fu silenzio.

«Chi sei?» — chiese ancora Lucia al suo accompagnatore in quel viaggio aereo.

Gli occhi azzurri del giovane scintillarono: «Sono una Stella, quella che da sempre abita nel profondo della tua anima. O la tua luce, se preferisci.» — concluse sorridendo e indicando la terra lontana sotto di loro: «Vedi qualcosa oltre il buio?»

«Vedo una sottile linea di luce.»

«E hai ancora paura come quando ci siamo incontrati sul ponte? Paura dell’oscurità, della solitudine.»

«Ora sono con te.» — obiettò Lucia.

«Giusto!» — rispose l’altro; «E ora, guarda una Stella nella sua essenza!»

Il flauto riprese a suonare lieve, e dall’oriente giunse una luna piena in un freddo cielo distante: sembrava enorme. Di fronte a lei, all’ovest, una luce intensa ardeva bianca nel cielo, come se stesse catturando voci d’angeli pure e chiare, fredde, possenti, riverberanti nel cuore luminoso. Al di sotto, lo splendore s’irradiava su un deserto varcato da tre figure ammantate. Incedevano maestose, nel chiaro di luna, indicando la stella. Il tempo passava, il flauto tacque. Infine, la Stella fu così vicina che parve di poterla toccare, e gli abiti multicolori del ragazzo si ghiacciarono in un’unica luce bianca.

Una delle figure uscì dall’ombra: additava agli altri una costruzione inondata dal chiarore. Le grida di gioia degli altri fecero eco e musica. Dinanzi a loro, attraverso una piccola apertura, giaceva un bambino in fasce, deposto nella mangiatoria degli animali. Una donna e un uomo lo vegliavano. Il tempo si fermò.

Vento inclemente e nero riprese a soffiare intorno a Lucia. «Quando siamo ripartiti?» — tentò di domandare alla sua guida — ma le sue parole si dissolsero nel turbine della corsa. Sempre più veloce la Stella viaggiava e suonava; una musica dura, ritmata, allegra come rosso albeggiare nell’inverno. Giunti a un valico videro una catena di monti rischiarata qua e là da fiamme ondeggianti; al passo più alto si fermarono, in lontananza giganteggiava nero un castello. Il cane si avvicinò a Lucia, guardandola e scodinzolando. Ed entrambi scesero. Oltre le macchie di abeti neri si apriva un villaggio, le case in pietra, le strade di terra; ogni cosa immersa nel silenzio. Il cane si volse verso di lei, e Lucia lo seguì mentre saliva proprio in cima al crinale. Giunsero alla sommità. I bambini correvano. Le donne ridevano. Gli uomini suonavano e mangiavano intorno al fuoco. Le ombre oscillavano. Una ragazza alta si avvicinò al falò più grande, un giovane contadino la prese per mano. E insieme danzarono come cigni di fiamma, rivoli di vita. Il cane saltò di fianco a loro e iniziò a guaire e latrare, nessuno se ne accorse. E poi bambini, donne, uomini, proruppero in una grande risata: era il calore del mondo che entrava dentro Lucia, come un fuoco amichevole.

In breve, la Stella fu di nuovo presso di lei; «Vieni!» — disse ancora, e, nonostante Lucia non volesse abbandonare quel luogo, lei e il cane furono di nuovo in viaggio.

Dinanzi alle vetrate di un grande magazzino, videro un ragazzo urlare e correre. Le luci al neon si alternavano al silenzio nero. La corsa a perdifiato si concluse sotto un ponte, dove solo l’ansimare si materializzava come fiato bianco dinanzi a lui. La Stella gli si avvicinò e indicò a Lucia un luccichio per terra, come quello che le era parso di intravedere dall’alto. Lo seguì, provò a toccarlo con una mano e avvertì un calore immenso dentro il palmo — e poi dentro l’anima. Era come il calore della festa di pochi minuti prima (di molti secoli addietro) danzante tra le fronde, eppure cento volte più intenso, tanto che le veniva da piangere tanto era bella e dolce e forte la sensazione. Si sentì traboccare, come un fiume che esca dagli argini, e toccò il ragazzo tremante davanti a lei.

Questi sembrò non vederla, eppure, poco per volta, si calmò. Si sedette prendendosi il capo tra le mani. Quindi, l’asfalto fu bagnato dalle sue lacrime. Lucia lo vide rialzarsi, allontanarsi lungo la strada, fino a una casa da cui uscivano luce e un calore simile a quello che sentiva dentro di lei. Una donna dall’aria altera si disegnava all’ingresso. Non appena vide tornare il ragazzo, gli corse incontro piangendo, abbracciandolo e stringendolo a sé, riportandolo a casa, figlio amato e restituito.

La Stella riprese con sé Lucia. Percorsero le più alte vie del cielo, e ora agli occhi di Lucia era visibile una scia dorata, sempre più grande, sempre più bella, che attraversava città, borghi, prati, mentre il calore e l’affetto crescevano dentro di lei. E infine capì. Era il suo animo a disegnare la strada — era la strada a richiamare il suo animo. Ed entrambi erano una cosa sola.

Il ponte sull’Adige li riaccolse lieve, il cane prese a fissare Lucia, la Stella smise di suonare e la fissò con aria allegra, antica; «Hai ancora paura?» domandò lieve.

La ragazzina parve non capire; l’altro riprese: «Quando ci siamo incontrati temevi l’oscurità, il silenzio, le cose che si potevano celare, perché non le conoscevi. Ora non sembrerebbe davvero. Non più almeno.» — Lucia annuì. La Stella riprese — «Hai respirato la Gioia. Quella che rimane dentro, e non scompare. Sei diventata sensibile al mondo che vedevi ma non interpretavi, e nonostante sia sempre più raro vedere ciò che si nasconde oltre i muri di mattoni e di pianto, tu ne sei ancora in grado: per questo stasera hai potuto incontrarmi.»

Lucia rimase un attimo in silenzio, quindi rispose lentamente: «Dovrò viaggiare molto, vero?»

«Il viaggio più grande lo farai dentro te stessa.» rispose con voce più grave la Stella.

«Vedo dinanzi a me una scia d’oro, come una luce!» esclamò Lucia — «O forse no, più che vederla la sento! Calda e forte.»

«Ricordi la danza intorno al fuoco, le risa, le canzoni? Ecco, quella è un’infinitesima parte dell’amore che è dentro di te. E con esso, potrai risvegliare i cuori freddi nella notte di gelo e condurli alla salvezza.»

Il cane guaì lieve; il paesaggio iniziò a tremolare, come in una giornata troppo calda, la nebbia ad avvolgere di nuovo gli abiti multicolori della Stella.

«La tua Via conoscerà molti momenti diversi,» — continuò il ragazzo, «eppure l’amore ti guiderà attraverso essi, dovrai solo seguirla senza esitare, e non avrai più paura: né dell’oscurità, né del dolore, perché sarai più forte, fiera, coraggiosa. Anche nel più oscuro dei cieli la gioia vince sempre, come una musica eterna.»

Lucia annuì ancora. Sentiva dentro di sé una felicità che niente, in futuro, sarebbe riuscito a cancellare. Né la fatica, né l’ignoto — perché ora sapeva di poter vedere l’invisibile, afferrare ciò che si cela oltre i cuori. Nulla vi era più di nascosto. Tutto era rivelato. E la Via si snodava dinanzi a lei. Infine disse: «Ora devi andare via, vero, Stella?»

La consistenza degli abiti del ragazzo, sempre più simili a gocce in via di evaporazione, i margini della sua figura, il suo cane, il bastone, la bisaccia, parevano ondeggiare tra i confini del Tempo; in questo sorrise: «Hai imparato bene, Lucia! Ama, e sarai felice!» esclamò la Stella prima di svanire.

Lucia si ritrovò sola sul ponte, tra il mormorio del fiume e qualche velo di nebbia. Avanzò decisa, senza più curarsi degli angoli oscuri e dei rumori sconosciuti. Dentro di sé udiva una gioia che non avrebbe mai dimenticato.

Camminò senza esitare fino a casa. Qui sorrise a sua madre e al fratello: poi si mise a guardare dalla finestra. Le domandarono se le fosse accaduto qualcosa. Ma Lucia rispose: «Nulla!»

Era un’esperienza troppo importante, e riservata solo a lei.

Ma l’amore e la conoscenza di cui aveva preso conoscenza le riversò interamente su di loro.

E quando la sera le capitava di osservare una stella che sembrava scintillare di fuoco bianco, ricordava l’incontro sul ponte e sentiva più forte il richiamo della Via e della gioia.


Anoressia, di Davide Gorga

Davide Gorga ci regala un altro racconto: lo potete leggere di seguito, oppure scaricarlo da qui, oppure ancora più sotto. Buona lettura!


Iniziò a piovere lentamente, come in un accordo triste; le gocce scurivano il bordo dei marciapiedi, velavano la strada, piangevano dalle foglie scure degli alberi, intrecciavano il canto infuocato dell’alba con i tramonti dell’inverno, oscurando il sole sorgente in una nuvolaglia viola sul mare, indaco fino all’orizzonte lontano.

Gli edifici sfrecciavano veloci nell’aria fresca, sulle colline, sino alle alture da cui le montagne parevano potersi toccare con mano. E poi, sull’infinito nastro grigio dell’autostrada, il ragazzo e l’ombra blu che cavalcava furono un tutt’uno, trascinati via contro il vento della corsa.

«Come stai?»
«Secondo te?»
«Coraggio! Esci, godi dell’aria pura, il mondo non è poi così male!»
«Sì, lo so.»
«Serena, posso fare qualcosa per te?»
«Scusa Dario, non ho voglia di parlare.»
Lo scatto secco del telefono aveva chiuso ogni possibilità di riprendere il leggero legame che si era instaurato. Non avrebbe risposto di nuovo, questo il ragazzo lo sapeva. Si portò sul terrazzo; le stelle erano velate da una fitta coltre di pennellate violette, mentre all’occidente l’oscurità sembrava una belva acquattata, compatta, spessa, nera. Era il preannuncio di una tempesta. Serena non sarebbe uscita dalla sua stanza, non prima di aver consumato ogni briciolo di energia nel suo corpo, di aver estirpato la vita fisica e materiale, disseccata la fonte illusoria, estratto il coltello che le avvelenava l’anima. Non era la prima volta – ma ognuna di esse la avvicinava a quella che sarebbe potuta essere l’ultima.

Mentre le curve rompevano il ritmo veloce e il motore riprendeva il canto allegro e regolare nel vento, il ragazzo si lasciava trapassare dalle voci del presente e del passato – e da quelle del mondo, incantate, fiere, forti e sincere come i tronchi degli alberi che scurivano le cime.

Nero e bianco, bianco e oro, il casco rispose a un timido bagliore stilettante tra le nubi, come una speranza iridata che ancora non si era compiuta. Il vascello accelerò ancora. La luce non si alzò, e la pioggia iniziò a frustare inclemente la strada, le mani e la carena.

Neve bianca e d’argento risplendeva ai lati della piazzola in cui il ragazzo si fermò a indossare la tuta impermeabile, sottile e robusta. Viaggiava leggero. Come un desiderio inciso nel metallo incandescente.
In breve le nuvole scomparvero, sostituite da una semioscurità violacea e venata di malinconia. Dario le osservava in piedi, il volto deciso, addensarsi in massa dinanzi a lui, affianco alla sua motocicletta blu notte, al bordo di una piazzola tra il bianco ormai invisibile della tarda mattina. Trasse un sospiro, e ripartì.
Presto la pioggia si rovesciò in torrenti sulla carreggiata; muri d’acqua ghiacciata si levavano improvvisi e, passati come a guado, investivano il guidatore sino alla cintura. Infine il sole del primo pomeriggio fece capolino tra le nubi, quasi il maltempo avesse rallentato durante la corsa attraverso la pianura, ed illuminò come un gioiello Vicenza, le sue borgate e i suoi boschi sparsi. Dario guidò sicuro sino ad una chiesa al centro di un paesello, piccolo, angusto, dall’aspetto medievale. Si tolse gli abiti da viaggio e si asciugò alla meno peggio, avviandosi poi a passo svelto verso l’abitazione di Serena.

Lontana da occhi indiscreti, quasi cercasse di nascondersi a sguardi troppo insistenti, la casa ad un piano era circondata da bassi alberi, tra i quali un esile cancello dava acceso ad un passaggio lastricato. Il ragazzo suonò, ed una voce gracchiante rispose. Era la madre della ragazza. Dovette dare parecchie risposte sul perché si trovasse lì, che cosa volesse, che cosa cercasse; non gli fu aperto. Suonò di nuovo:

«Serena non vuol vedere nessuno! Neanche me! Si è chiusa in camera!»

«Va bene. Mi faccia solo provare. Se non mi vuole vedere me ne andrò, la prego.»

Infine il cancello non troppo amichevole si aprì ed il ragazzo percorse le pietre d’ardesia tra il prato di un verde abbagliante sino alla la porta di casa. Senza troppi complimenti, fu fatto entrare. Conosceva la strada.

«Sono giorni che non mangia.» esclamò la madre a mo’ di congedo. Dario non mosse un muscolo. Quando la donna si fu allontanata, bussò alla porta di legno castano.

«Chi è?» domandò una voce familiare.

«Sono io, Dario».

Il rumore della serratura che scattò secco fu uno dei momenti più importanti della vita del ragazzo. In confronto ai pericoli, alle gioie, ai dolori che aveva affrontato, rappresentava la speranza. La vita.

Entrò nella stanza illuminata solo dal chiarore del meriggio che entrava a fiotti dalle finestre prive di tende; oltre i vetri, una tuia cresceva solitaria inondata dalla luce del giorno. Sul letto al fianco della parete, jeans, un maglione blu, una cascata di capelli corvini – ed un volto affondato nel cuscino.

«Ciao, mi avevi fatto preoccupare», esordì Dario; «che ne dici di farmi almeno usare il bagno? Sono stanco e ho bisogno di darmi una rinfrescata!»

Serena, finalmente, si voltò. Era pallida come neve, emaciata, gli occhi spenti che covavano una scintilla di collera verso il mondo, inespressa, velata, come un pugnale. Si levò a sedere e si alzò, quindi gli fece strada.
Dario chiuse la porta dietro di sé. Si accasciò al suolo e contò fino a dieci. “Trova la forza, accada quel che accada, ma trova la forza!” – lontano, nei ricordi confusi, un leone alato lo fissava ad occhi chiusi. Uscì dopo qualche minuto, un lieve sorriso e l’aria seria e leggera: «Hai da fare oggi?»

«Non devo fare più nulla. Assolutamente nulla. Perché sei qui?»

«Avevo voglia di fare un giro, e poi nell’ultima lettera mi avevi promesso che mi avresti fatto conoscere la città. Allora, usciamo?»

Serena lo guardò interrogativa, il fuoco nello sguardo sembrò mutarsi leggermente, come se una sfumatura di allegria – leggera e labile – si fosse insinuata nella melodia funebre che la incatenava.

Il paese era grigio e rosa, e verde e odoroso di fumo di legna e umidità e prati lontani e nuvole d’autunno nel cielo che si scuriva. E le parole cantavano come un controcanto e una melodia, una voce e una chitarra che danzassero intorno al fuoco. Lontano, la chiesa sorrideva.

E giunse il tramonto, come una benedizione insperata nella pioggia di foglie che le ventate frequenti portavano lungo i viali deserti e colmi d’essenze fragranti. E risa e sguardi e voci calde come un riparo in una notte d’inverno.

«Mi porti a mangiare qualcosa? Stamattina sono partito presto!» esclamò Dario.

«Se vuoi c’è un ristorante, qui vicino.» rispose esitante Serena.

«Perfetto! Andiamo!»

Al tavolo bianco nella sera sempre più scura, i due sedevano l’uno di fronte all’altra. Il cameriere tornò abbastanza in fretta dopo averli lasciati scegliere la cena.

«Per me una pizza “inverno”. Direi che è adatta alla stagione! O quasi! Ah, e per te, Serena? Un’altra “Inverno”, d’accordo? O preferisci una “margherita”?»

«Una “margherita”, grazie.» mormorò decisa Serena.

La cena fu condita dai racconti del ragazzo, dalle sue letture, le fiabe, gli amici, le sere sempre più vicine, e terminò in un attimo.

Al termine, la ragazza aveva lasciato un pezzetto di cibo nel piatto; «Lo mangi?» chiese Dario, ed al diniego, allora, chiamò il cameriere e ordinò due gelati; «Ti va, vero? Fragola?»

«Vaniglia, grazie.» rispose l’altra, il viso severo su cui traspariva un lieve sorriso.

Scese la notte. La piazza della chiesa era deserta. I ragazzi si avvicinarono alla motocicletta; Serena era rossa in viso ed emozionata. Si salutarono. Un bacio sognato sospirò nell’aria scura.

Presto l’autostrada accolse il ragazzo e il vento lo inghiottì. Lampi neri nella notte. – le ciglia del leone si sollevarono lente, splendendo alte nel cielo scuro; ali di luce sventagliarono nell’oscurità.

Le luci arancio dell’area di servizio lo accolsero in un’atmosfera irreale; il mondo non fuggiva più intorno a lui ma, nell’anima, una cascata si era risvegliata e ruggiva possente.

Mentre si apprestava a fare rifornimento, un ragazzo muscoloso gli si avvicinò, guardandolo dall’alto in basso;

«Senti, io devo tornare a Roma, ho finito i soldi. Non è che puoi darmi qualcosa?»

Dario sospirò, estrasse il portafoglio e gli allungò una banconota di piccolo taglio. L’altro insistette:
«Ehi, tutto qui!? Guarda che io devo tornare a Roma, hai capito? Che ci faccio con questa merda?»

«Mi spiace, il resto mi serve per tornare a casa. E vai a sacramentare da un’altra parte.»
L’altro gli si avventò contro: «Chi ti credi di essere? Molla quei soldi!»

Un calcio laterale svelto come un fulmine lo colpì in piena pancia prima che potesse rendersene conto. Indietreggiò di alcuni metri, barcollò e cadde. Quando si rialzò, tenendosi una mano sul ventre, era furibondo, ma non riusciva a reggersi in piedi. «Questa la paghi!» esclamò.

Dario si mise in guardia, una gamba avanti, l’altra dietro. Non disse nulla. Ora anche i suoi occhi ruggivano.
Presto una ragazzina tatuata si avvicinò all’altro, lo sostenne e lo trascinò via.

Dario terminò il rifornimento con cautela, quindi ripartì, solo, nell’oscurità.

A notte fonda, giunse a casa, buttò le chiavi della moto su un comodino, e si gettò sul letto.

Passarono i mesi. Al telefono, la voce di Serena era viva e cantante come un albero che rifiorisca al sole. E le sue lettere erano incastonate di amici, di passeggiate nella luce, di vita.

Si rividero dopo poco; il tempo sembrava volato, e Serena fu una guida eccellente per le meraviglie artistiche di Venezia. – La criniera del leone luccicava al vento. Risa di bambini, canti di chitarre, echi del futuro, leggende del passato in una pioggia di foglie verdi che carezzavano il mare; vele, navi ed infiniti sguardi e lame d’argento che trapassavano lo spirito. Si alzavano rinascenti le fiamme del sole sull’acqua, le corde squillanti nel cielo terso incantavano la città fresca e tersa come un cielo d’inverno precipitato nella promessa di fioritura; maggesi lucenti di pietra e muraglie di marmi azzurrati nell’abbraccio dell’orizzonte. Una danza gentile viveva intorno a loro, prendendoli delicatamente per mano. – La musica iniziava il viaggio senza sentiero oltre i confini della terra. Palazzi di sogno sull’acqua, cembali e saltimbanchi nella visione d’ebano armonico sotto un canto d’angeli possenti in esili petali di cristallo.

Giunse la primavera.

Non c’era più traccia di neve sporca e pioggia inclemente sull’animo di Serena, solo il candore era rimasto intatto. Dario decise d’incontrarla di nuovo. Ora la ragazza sapeva riconoscere le meraviglie dentro di sé, e, mentre camminavano lungo i viali e si fermavano a pranzare nel solito ristorante, il ragazzo le chiese:

«Sicura di non dovermi dire altro?»

L’altra arrossì: «Che cosa?»

«Niente. Meglio così. Allora, ascolta.» – ed in un incantevole giorno in cui i mandorli erano in piena fioritura, le confidò il suo amore.

Serena trasalì; «Dario, non puoi parlare sul serio.»

«Perché?»
«Perché per me sei un amico… »

«D’accordo, non preoccuparti. Lo sapevo da quando ho visto la foto sulla tua scrivania. Dimmi almeno come si chiama.»

Serena era ammutolita.

«Ha importanza!?» chiese d’impeto la ragazza.

«In verità, no.»

Il silenzio frusciava come un sussurro gentile.

«Ascolta, io rimarrò tuo amico per sempre. E se avrai bisogno di me, ci sarò. D’accordo?»

Serena accennò di sì con la testa. Dura, decisa, inflessibile. Eppure, forte e dolce insieme.

Il sole calava lento oltre il capo del golfo; Dario, le mani appoggiate alla ringhiera, gli occhiali da sole nonostante l’ora tarda, lo osservava immergersi nel buio e lasciare spazio ad una notte limpida.

Una giovane esile, castana, camminava canterellando lungo il marciapiede della strada del mare, e lo salutò con un cenno della mano. Il suo sorriso sembrava un’alba nascente contro il tramonto.
La musica della notte crebbe. I ragazzi parlavano ancora, soli, nel suono della risacca.

«Allora, un altro due di picche, non è vero!? Mi dispiace!»

«Due di picche?» rise l’altro di rimando, una di quelle rare risate lucenti come il sole; «Dopo tanti anni non mi conosci ancora, Chiara?»

L’altra sgranò gli occhi.

«Va bene, ascolta.» ora pareva la voce di un vecchio a parlare, bassa e grave, dimentica della spensieratezza di poco prima; «Serena aveva bisogno di qualcuno che l’amasse, di qualcuno che le parlasse il linguaggio dell’anima. All’inizio era solo un’amica, poi divenne la mia missione. Era quello che ero chiamato a fare. Non c’era nessun altro che lo potesse fare, lo capisci?»

Chiara fece cenno di no: «No, non lo capisco. Sei strano. Come sempre del resto. Di certo normale non lo sei mai stato.»

Il ragazzo guardò il viso accigliato ed accennò un sorriso: «Questa te la perdono giusto perché sei tu!», riprese, nuovamente giovane come un bambino; quindi proseguì: «Comunque sia, quando un fuoco è prossimo a spegnersi, ha bisogno di legna. Così, un’anima ha bisogno di amore. E una ragazza di sapere che può piacere come qualsiasi altra.»

«Almeno lui com’è?» riprese l’altra, con tono per nulla convinto.

«Non so, sembra il solito laureatino saccente, ma l’ho visto solo in fotografia.» rispose distratto il ragazzo.

«Insomma un bastardo. E che accadrà quando tra i due piccioncini finirà?»

«Serena soffrirà un po’, piangerà, ma avrà la forza e la certezza di valere. Una volta acquisita, non è qualcosa che perdi per strada. È questo l’importante, non capisci?»

Chiara rimase un attimo interdetta. Sospirò forte. Appoggiò entrambe le mani sulla ringhiera, e il mento su di esse. Quindi concluse con una vena di stizza: «Per cui, in definitiva, per tutti questi sette anni sei sempre stato innamorato di quella piccola stronza di Emanuela!?»

«Non chiamarla così!» protestò debolmente il ragazzo; «Non è come appare.»

«Hai ragione. È peggio! Ma con te è inutile discuterne.»

«Non capisci…» protestò il ragazzo, mentre l’altra osservava l’orizzonte;

«Capisco fin troppo…» poi, Chiara s’interruppe e guardò l’amico con occhi lucenti: «Dario, sei un adorabile matto da legare!» esclamò infine, rifilandogli una sonora pacca sulla schiena. Il suo riso fu oro nel più profondo cielo.

Lontano, un fiore d’argento guardava la Luna. Serena sentiva germogliare l’amore dentro sé, e, per una volta, era convinta di potercela fare. Perché sì, il mondo poteva essere alieno e difficile, ma in ogni caso, lei non sarebbe stata più sola.

Mai più.


Frate Fosco, di Luisa Paglieri

La nostra Luisa (l’avete letto Fantaxy?) ci regala qui un racconto: corredato di nota storica a seguito. Per chi vuole, lo trovate anche qui da scaricare in pdf, ed a fondo pagina.

“Fra Fiusch! Fra Fiusch!”

Le grida dei monelli, appostati dietro l’angolo di una casa, accompagnavano il passaggio dell’uomo e poi si spensero lentamente. Egli affrettò i suoi passi verso il bosco.

Era alto e magro, quasi emaciato. I lunghi capelli castani incorniciavano il suo volto affilato, sul quale un’ombra di barba metteva una sfumatura di colore scuro.

Filippo dei Conti di Parpaglia, signori di Revigliasco e di molti altri luoghi, però non era un frate e nemmeno un ecclesiastico, era un nobile. I conti di Parpaglia avevano possedimenti qua e là per tutto il Piemonte.

Tuttavia Filippo era molto diverso dagli altri nobili del suo tempo e della sua famiglia, trascurava la caccia e la vita brillante della nobiltà e il suo principale interesse era l’alchimia.

Chiuso nel suo castello a Revigliasco si dedicava a quegli studi profondi e misteriosi e si era guadagnato la fama che lo accompagnava, quella di un misterioso erudito, quasi un eremita. I ragazzi del paese, per cui un uomo istruito era generalmente un religioso, gli avevano appioppato quel nomignolo, “Fra Fiusch” ossia “Frate Fosco”.

Il grido scherzoso echeggiava nel vicolo. Filippo fece un gesto nervoso con il braccio e i monelli corsero via. Sapevano che non sarebbero stati puniti, Filippo non era vendicativo né altezzoso, pur possedendo una grande dignità.

Egli si affrettò ad entrare nel boschetto al limite del paese.

Gli alberi erano suoi vecchi amici e lo accolsero nel loro fresco abbraccio.

Quante volte aveva percorso quel sentiero cercando erbe sconosciute ai più per i suoi studi e le sue distillazioni!

Quel giorno però attendeva una persona.

E questa non tardò ad arrivare. Un passo leggero fece appena scricchiolare rametti e foglie calpestate, poi una mano sottile scostò un ramo e la persona attesa apparve.

Era una ragazza esile, con un bel viso ovale e due teneri occhi azzurri, avvolta in un semplice abito color lavanda. Ma il bellissimo gioiello che le brillava al collo, le maniere raffinate e l’elegante portamento facevano capire che si trattava di una fanciulla appartenente a una famiglia altolocata.

Al lieve rumore, Filippo si voltò e corse verso di lei.

“Violetta! Sei venuta, finalmente!”

La giovane donna sorrise.

“Nonostante la mia indipendenza (diciamo pure la mia insubordinazione), non riesco spesso ad uscire sola. I miei genitori non vedono di buon occhio le mie passeggiate senza neanche la compagnia di una damigella…”

“E porta con te una damigella, allora! Poi la allontaneremo gentilmente, con qualche pretesto… magari la manderemo a cogliere fiori… io vorrei vederti più spesso, ogni giorno!”

“Filippo, la colpa è tua che non frequenti la gente, non vai alle feste…”

“Non ho tempo per queste sciocchezze”, ribattè Filippo.

“Ti isoli troppo con i tuoi studi, sei un eremita…”

“Gli eremiti non si innamorano, Violetta, pensano esclusivamente a Dio.”

I due innamorati erano troppo felici di essere insieme per aver voglia di impelagarsi in una delle loro solite discussioni. La bella giornata, i fiori, tutto parlava loro di felicità.

Tenendosi per mano, uscirono dal folto del boschetto e percorsero un piacevole sentierino che si snodava nei prati. Le colline in primavera erano bellissime, poco lontano scorreva il fiume Po, invisibile da quel luogo ma apportatore di freschezza.

La contessina Violetta Passalado era di una famiglia nobile (benché meno famosa dell’illustre schiatta dei Parpaglia di Revigliasco) e brillava nella società aristocratica per la sua bellezza e gentilezza.

Alle feste dove Violetta era invitata si parlava (e sparlava) di Filippo: “Si dedica all’alchimia!” “Ci sono stati e ancora ci sono parecchi studiosi nella sua famiglia…” “Questo sì, ma si trattava di giuristi. L’alchimia è uno studio pericoloso, può spingere verso l’eresia!”

Le chiacchiere circolavano impietose.

I Passalado volevano che Violetta si sposasse ma lei rifiutava tutti i corteggiatori.

“Ti prego, Filippo” chiese al suo innamorato durante una delle loro passeggiate “ti prego, chiedi la mia mano!”

“Non sei felice così?” chiedeva lui, sorridendo.

“Lo sono, caro, ma la nostra felicità è precaria, segreta… se fossimo sposati tutto sarebbe più facile.”

“Nessuno è sicuro al mondo… e io sono così felice di amarti, anche senza sapere ciò che porterà il domani…”

“Ora ho un altro pretendente… si tratta di un parente dei Malabayla, una potente famiglia  astigiana. Non potrò tenerlo a bada a lungo.”

“Io non sono più giovanissimo, Violetta. Ho parecchi anni più di te e mi dedico solo agli studi. Forse i tuoi genitori non mi giudicheranno un pretendente adeguato” diceva Filippo.

Era vero. La gioventù l’aveva passata a combattere, il mestiere delle armi lo aveva impegnato a lungo come accadeva a tutti i giovani rampolli dei rissosi signori del Nord. In seguito, trascorsa la prima gioventù, si era immerso nei suoi studi.

“E cosa credi, che io sia una bambina?” ribatteva Violetta “La gente comincia a chiedersi perchè non mi sposo! E poi ascolta, amore… smettila con questi studi così tenebrosi, mi fanno paura! Non evocherai mica i demoni, vero?”

Filippo gettò la testa indietro e rise.

“No, cara, nulla del genere! Io studio le proprietà delle pietre, dei minerali… penso che quello che oggi studiamo con tanta difficoltà domani potrà servire a curare le malattie e ad alleviare la fatica degli uomini.”

Violetta, un poco rassicurata, tornava però, ogni tanto, a intavolare la questione del loro matrimonio.

*

La fama di Filippo cresceva, i suoi scritti circolavano in molti degli stati italiani. Ma quell’alchimista misterioso cominciava a dare un po’ troppo nell’occhio anche se di certo non lo avrebbe voluto. Un suo testo sulla Grande Opera fu pubblicato a Lione. E cominciarono a levarsi voci che lo accusavano di magia nera, di negromanzia.

Un giorno la contessina Violetta, che era particolarmente di buon umore perchè aveva convinto Filippo a chiedere la sua mano di lì a qualche giorno, fu avvicinata da una cameriera che le diede un biglietto. “Che cos’è questo, Anna?” chiese Violetta.

“Non lo so, signorina, io non so leggere!” rispose ingenuamente la donna “Un servo del conte Filippo lo ha portato e sa cosa le dico? Aveva una gran fretta!”

Con un cupo presentimento, Violetta aprì il biglietto e lesse. In poche righe confuse Filippo le raccontava che l’inquisizione lo aveva preso di mira: stava facendo ricerche e accertamenti su di lui. La cosa poteva rivelarsi peggiore del previsto, avrebbe potuto essere processato… Aveva quindi deciso di allontanarsi e le chiedeva un ultimo appuntamento per dirle addio.

Violetta si precipitò nel boschetto. Vide Filippo cupo più che mai, finito e ansioso.

Si abbracciarono con disperazione e Filippo disse che non poteva fare a meno di andarsene ma avrebbe fatto avere a Violetta sue notizie prima possibile. Violetta insisteva perchè lui restasse e si offriva di nasconderlo ma fu inutile: Filippo riteneva che la fuga fosse la soluzione più sicura.

“Vuoi che ci sposiamo adesso Filippo? Troverò io un prete disposto a sposarci in segreto, facendo a meno delle formalità!”

Lui le baciò la fronte. “No, cara, non posso sacrificare una donna giovane, le sue speranze…”

“Sacrificare? Ma cosa dici? Io sono disposta ad aspettarti con gioia!”

“Se un’attesa è troppo lunga o senza speranza, può presentarsi un nuovo amore, Violetta.”

“No, mai…” disse lei fra le lacrime.

Ma Filippo fu irremovibile, si sciolse dall’abbraccio, promise di scrivere e si allontanò, una figura grigia che sfumava nella bruma del mattino.

*

Passarono gli anni.

Violetta non ebbe mai più notizie di Filippo e anzi una voce si diffuse: Filippo si era spento in una località della Toscana, dove aveva passato, ritiratissimo, gli ultimi anni.

Violetta qualche tempo dopo accettò di sposarsi con un nobile che era anche un suo lontano cugino, Michele. Egli era un uomo assai sensibile, conosceva la storia dell’amore per Filippo e rispettava l’animo complesso e ferito di sua moglie.

Violetta con quell’uomo intelligente e comprensivo aveva trovato una specie di felicità, la felicità un po’ melanconica di chi ha molto sofferto ed è approdato ad un porto sicuro e tranquillo.

A volte la coppia effettuava lunghi viaggi per visitare parenti e amici e lo spirito di Violetta era rinfrancato da quelle scoperte di nuovi paesi e città. 

Un’estate attraversarono la Francia diretti verso una città dell’ovest di quel paese dove avevano degli interessi.

Attraversarono anche la regione dell’Alvernia dove il dolce suono della lingua d’oc sembrava familiare a Michele, cresciuto nel sud del Piemonte.

Si diceva che quella regione fosse terra di briganti eppure l’aspetto selvaggio di quei luoghi poco popolati affascinò Violetta.

Sentì anche parlare di un famoso monastero dove viveva un monaco famoso per la sua scienza medica. Colpita da uno strano presentimento, fu presa dal desiderio di visitarlo. Giunsero al monastero, una bellissima costruzione: nella chiesa un affresco effigiava un Cristo benedicente.

Violetta chiese il permesso di visitare il sant’uomo di cui le avevano parlato. Le fu risposto che l’uomo era molto malato ma gli sarebbe stato chiesto se intendeva ricevere la signora. Violetta disse il suo nome tremando. Era convinta che si trattasse di Filippo. La risposta affermativa del malato arrivò poco dopo.

Fu ammessa nella cella del frate, poco luminosa ma ben riscaldata. Non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere nell’uomo coricato in un lettino, pallidissimo e dal volto sciupato, il suo antico amore.

“Sei tu, Filippo”, disse piano.

“Ora mi chiamo frate Pietro”, rispose lui in un soffio, “ma un tempo sì, sono stato Filippo dei conti di Parpaglia”

Le lacrime annebbiavano la vista di Violetta.

“Non sei tornato” disse.

“No, qui ho trovato la pace vicino a Dio. Ma tu sei stata il più bel ricordo. Va’ in pace anche tu, Violetta. Di certo non ho mai amato un’altra donna. In questo, ti sono stato fedele.”

*

Così finì la storia di Filippo. Ma a Revigliasco torinese il misterioso alchimista che si aggirava nei boschi è diventato la maschera ufficiale del paese, il protagonista del carnevale locale. Ancora oggi i giovani festeggiano Fra Fiusch, il Frate Fosco.


Ed ecco di seguito, la nota storica:

Il cosiddetto Frate Fosco è un personaggio storico. Non era un frate né un ecclesiastico, ma un nobile della famiglia Parpaglia che aveva vari castelli e feudi sparsi per il Piemonte. Si chiamava Filippo dei conti di Parpaglia di Revigliasco, detti così per distinguerli da altri rami della nobile schiatta.

Era un profondo alchimista e visse nella seconda metà del Cinquecento.

Si aggirava, si dice, nei boschi, incappucciato, spesso di notte, per raccogliere erbe che poi distillava nei sotterranei e nei cunicoli del castello. Si dice che cercasse il famoso oro filosofale, lavorando anche con minerali e altre sostanze.

La gente del popolo lo soprannominò per questo frate Fosco. (La gente spesso assimilava l’uomo colto al chierico).

Suo opere dovrebbero trovarsi in molte biblioteche anche all’estero.

Filippo ebbe una storia d’amore con la contessina Violetta Passavado, anche lei esistita, ma non la sposò mai perché, temendo l’Inquisizione, si trasferì in Toscana o secondo altri in Francia.

Si dice che negli ultimi anni della sua vita si ritirò in un monastero consacrandosi interamente a Dio.

Fin qui le poche notizie storiche. Il successivo matrimonio della Passavado e la sua visita a Filippo morente sono una mia invenzione.