Il Carillon di cristallo, di Davide Gorga

Col freddo che in questi giorni s’è infilato in tutta Italia, presentiamo qui un racconto che ha il sapore ed i toni dell’inverno, dal nostro Davide Gorga.

C’era un tempo, in una stanza vuota, un carillon di cristallo. Gli ingranaggi metallici si vedevano perfettamente muoversi veloci ed elastici per forgiare una musica incantata che si effondeva lungo le pareti candide e il pavimento di marmo, sino ad arrivare alle finestre alte, chiare, limpide, votate al cielo, dalla svasatura sottile e l’ombra sfuggente.

Una porta bianca dava accesso alla sala candida dove, su un ripiano di marmo niveo, era riposto il carillon. Soltanto lui poteva afferrare l’essenza di quella stanza celeste. La musica che racchiudeva nel suo cilindro era stata scritta da un compositore famoso – capolavoro e compimento dell’arte di una vita.

A volte, nelle circostanze più eccezionali, la stanza veniva aperta, e il carillon azionato da un visitatore, che rimaneva incantato dapprima dalla perfezione degli ingegni meccanici, quindi dalla melodia inudita e sovrumana, infine dal timbro preciso, secco ed elastico al contempo, come ghiaccio di ere passate i cui margini fossero stati forgiati dal fuoco, del carillon che rapiva in estasi il visitatore, che a sua volta lo guardava fin dentro il cuore.

Poi, la musica finiva, mentre l’incanto rimaneva ancora a lungo nell’aria. E infine il visitatore usciva.

Ogni volta il carillon percepiva quella meraviglia sprigionarsi da sé, l’estasi danzare, e riconoscente benediceva la mano che l’aveva azionato, dandogli modo di manifestare appieno il suo essere; credeva che nessuno, una volta conosciuta simile bellezza, se ne sarebbe potuto distaccare. E invece, ogni volta, la persona esitava e se ne andava così com’era giunta: aveva catturato tutti i segreti del carillon, aveva scrutato la sua anima, messa a nudo, sincera, rivelata dal cristallo che la incastonava.

E il carillon, ogni volta, sperava che giungesse la persona che fosse destinata a restare per sempre con lui, per rivelarne la meraviglia che tanti conoscevano, la musica ineffabile, il timbro unico, l’incanto del mondo. E invece ogni volta gli strappava la musica dal petto trasparente, e lo lasciava lì, abbandonato.

Quella sera, nella stanza vuota, sentiva vibrare gli accordi di fuoco, le gelate in primavera, le ere dimenticate, le tempeste su passi lontani fra monti incappucciati di neve, la mistica del mondo – confinata dentro di sé, nel suo essere solo e lontano da tutti, abbandonato nella stanza più alta, senza che per lui fosse possibile riunirsi a chi avrebbe saputo trarre in continuazione così tanta bellezza – e anche di più.

Perché sapeva che, abbandonato il suo eremo, avrebbe saputo coronare le musiche con la realtà dei cieli sinora solo sognati o intravisti, con il fuoco robusto delle sere, con l’incanto dei tramonti sulle montagne – e con l’anima di una persona che si sarebbe fusa con la sua.

Eppure, il carillon di cristallo restò anche quella sera nella stanza bianca, solo e maledetto dal fato — e la sua musica rinchiusa nella trasparente pelle di cristallo. Vuoto e solo per la cecità degli esseri umani, incapaci di votarsi a una missione.

Scese la notte, e la musica tacque nonostante avrebbe potuto sondare, fiammeggiare, raccontare storie di paesi lontani.

Il carillon restò lì, nel cristallo puro e trasparente, solo, abbandonato in eterno.

Il mondo della pioggia, di Davide Gorga

Ritorniamo attivi dopo l’estate (si spera passata al meglio per tutti!) in questo giorno del cinquantaunesimo di morte di JRR Tolkien con un racconto di Davide Gorga, dal titolo intuitivamente autunnale, e che potete anche scaricare qui (o in fondo a questa pagina).

Buona lettura!


Pioveva ormai da non importa più quanto tempo, e il cielo era sempre grigio e pallido — eppure, continuava a piovere. Le strade si erano trasformate in ruscelli che scorrevano inevitabilmente verso il basso, eppure, le colline non erano franate, le piante avevano continuato a crescere, le radici nodose a irrobustirsi e a trattenere la terra e l’erba rorida.

Ed io continuavo a viaggiare. Sempre, sotto la pioggia.

Tornavo sulle colline che mi avevano visto bambino in giorni di sole. Era come se la coltre grigia che avvolgeva ogni cosa col battito ritmico delle gocce desse al mondo non un tempo diverso ma l’opportunità di rimediare agli errori del tempo passato. 

Pioveva da sempre ormai; i fiumi erano ingrossati e lavavano via la terra da tutto il marcio e lo sporco che gli uomini avevano accumulato – e in molti si erano chiesti perché; come fosse possibile. Le nuvole non si diradavano, il sereno non tornava, continuava a cadere quell’acqua che univa la terra al cielo. Eppure, le dighe non strariparono, i fiumi non esondarono, non vi furono alluvioni né allagamenti, soltanto lo scorrere impetuoso delle acque verso il mare. Tentarono di capire, ma non vi riuscirono. Studiarono, e non compresero. E così, dopo un tempo che ormai nessuno misurava più, smisero di tentare di capire — e intanto, continuava a piovere. 

Mi fermai alla casa in collina.

Nell’aria echeggiava la luce delle candele. Era come se il persistere di un’atmosfera opprimente avesse invitato gli animi a cercare il calore di quel fuoco che non conoscevano ormai più. Le persone che si riunivano tornavano a scoprire il piacere di stare insieme; i vicini in un’unica casa; parenti, amici, a parlare, a guardarsi ancora una volte negli occhi, giovani e vecchi; padri, madri e figli, ancora uniti, mentre fuori pioveva. Nel silenzio scrosciante di quella fitta coltre liquida.

Quella sera, il centro città splendeva di una luce interiore nell’oscurità del sole calante. Gli alberi avevano continuato la loro crescita, le foglie grondanti, le chiome ombre nel cielo senza stelle.
Chiara si avvicinò, scarponi rossi scintillanti, mantella blu, una figura colorata in tutto quel grigiore. E il sorriso della gioia.  La panchina stillava gocce grigie in ruscelli.

In silenzio. 

«Grazie per essere venuta!»

«Figurati!» rispose il sogno di sole.

«Questa pioggia, questo cielo; non sorgerà mai più il sole, vero?»

«Forse!» sospirò Chiara; «ma l’importante è il calore delle nostre famiglie, quello che abbiamo coltivato, che ci siamo meritati.»

«Ma questo è il mio dolore! Questa è la mia notte!»

L’angelo che mi sedeva affianco sorrise ancora, e parve divenire velato, quasi trasparente nell’oscurità.
«Sì, È questo. Sei pronto per lasciare andare il passato, per lasciare le foglie cadere, le acque scorrere? Devi accettare l’autunno, devi accettare la notte, o non ci sarà mai più aurora.»
Levai lo sguardo al cielo.

Erano così tanti anni, così tanti ricordi, era così tanto dolore da allontanare, che mi sembrava impossibile liberarmene, quanto un forzato non possa togliersi le catene che lo ancorano al suolo.
«Devi solo lasciare andare.» disse più fievole ma con un accento brillante come la fiamma di una candela la figura sempre più evanescente fra le brume.


Lasciare andare. 

Chiusi gli occhi e rividi la strada della scuola, le giornate grigie dell’inverno – il mio inverno – immobili, dure, ghiacciate; l’oscurità dell’anima. E le ringraziai e le benedissi. Perché mi avevano ferito. Perché mi avevano fatto del male. Perché mi avevano lasciato cicatrici da cui avevo imparato qualcosa di prezioso.

Avevo imparato ad amare.

Socchiusi lentamente le palpebre. Il sottile cantilenare delle gocce sul selciato era svanito. Chiara non si vedeva più. Le foglie degli alberi intorno a me presero ad ingiallire e cadere una ad una, in un canto d’autunno che mi sorprese estasiato. 

Mi sollevai. Camminai fra i turbini di foglie. Ed essi cessarono. Rosse come l’autunno e sbiadite nei colori freddi dell’inverno, su un tappeto scintillante di neve fino all’orizzonte. Ed all’oriente, lontano, sul mare, sorse finalmente un sole limpido, chiaro, alto, in un cielo sereno e terso.

Mi chinai. Tra i prati indugiavano le prime sottili luci. E, tra esse, fiori tra le pietre a disegnare il cammino.

«Sentinella, quanto resta della notte?» udii lontana la voce di Chiara, ormai scomparsa nella luce.
«Più nulla, ormai», mormorai, rinato.


La soffitta, di Davide Gorga

Pubblichiamo qui un racconto del nostro Davide Gorga, dal titolo La soffitta, comparso nella raccolta Realfiabe, pubblicata da Montedit. Trovate il pdf qui, oppure anche sotto sotto. Buona lettura!

Le scale si arrampicavano nere su per i muri scrostati, fiocamente illuminati dagli ultimi raggi di una giornata grigia e spenta che entravano dai vetri sporchi; i gradini, perdendosi nel buio lungo la rampa, erano rigati di venature brune. L’immagine fuggente e indistinta di una figura attraversò il pianerottolo, dopo aver indugiato un attimo volgendo lo sguardo verso quell’ascesa nell’oscurità; aprì una porta senza colore e la richiuse alle spalle.

Il sole morì tra nuvole di polvere, lontano.

Le luci gialle dei lampioni stradali illuminavano la camera attraverso le persiane che le lasciavano filtrare in strisce acide. Sul letto in disordine, lacrime e macchie di sporco. Intorno, lattine, stracci che dovevano essere indumenti, uno walkman dimenticato. La porta si aprì con un fascio di luce; l’ombra sulla soglia non parve rivolgersi a nessuno in particolare con la sua voce roca;
– Sei lì?

Non venne risposta dalla figura a malapena distinguibile nell’oscurità; l’ombra si avvicinò:

– Elena, non fai altro che startene rinchiusa in camera tua a dormire, – proseguì la voce; – almeno potresti fare finta di farci compagnia mentre mangiamo!

La ragazza si riscosse passandosi sugli occhi una mano che risaltò bianca nel nero della notte; non vedeva nulla oltre il mare di ortensie brunite in cui navigava, come bruciate dalla luce dell’inferno. Volse il viso dalla parte della finestra, sempre in silenzio.

Un odore di sporco e solitudine si risollevò dal letto su cui si era appoggiata l’ombra;

– Fa’ quello che vuoi. – riprese la voce, – Sei una fallita da quando sei nata. – quindi scomparve nella luce malsana della porta che si richiuse cigolando sui cardini.

Sei una fallita da quando sei nata.

Con uno sforzo, Elena allungò una mano oltre la sponda del letto e raggiunse lo walkman, si mise le cuffie e dimenticò la voce; chiuse gli occhi nel cinguettio di un’alba che si andava disegnando come in un quadro sempre più luminoso nella sua mente e avvertì il sangue ritemprarle le membra, in un’aura dolce e vigorosa, mentre il mondo con le sue tempeste svaniva dietro un velo di nebbia argentea, lontano, sinché scivolò insensibilmente dalla visione in sogni scintillanti.

*   *   *

L’orologio sul muro segnava le tre di notte passate. Il frastuono della strada rimbombava nella stanza nera, unico rumore; le luci si rincorrevano riflettendosi sulle trasparenze della camera. Nausea. Elena si sollevò sul letto lentamente, sforzandosi di non vomitare; la camera ruotava intorno a lei come una giostra fuori controllo, le sorgenti del sogno si erano disseccate. Cercò di alzarsi, ma cadde pesantemente sul pavimento; il suo corpo leggero sembrava dolere in ogni parte quando tentò a fatica di reggersi in piedi; poi, in un incubo senza fine, un passo trascinato dietro l’altro, in un tempo dilatato come un lombo di carne tra i ganci di un invisibile macellaio, raggiunse il bagno strisciando. Mentre vomitava, la luce spenta, da oltre il tramezzo giunsero frasi incomprensibili, come bocconi di cui dovesse liberarsi, sino ad essere scossa violentemente in spasmi taglienti come spade.

Lacrime di lira sembrarono piovere visibilmente intorno a lei, gocce d’argento che risalivano la corrente dello spazio e del tempo; canti di vestali di un tempio di vetro dimenticato, fluendo in lei come il giardino di sogno dalle acque fiorenti di fuoco ghiacciato. Elena sentì gli spasmi placarsi a poco a poco. Non era la prima volta che avvertiva quella musica, come un canto di benedizione nella sua vita maledetta. Non era la prima volta che si snodava dal nulla senza preavviso, quando si era sentita sola, sperduta, a un passo dalla morte, ed era tornata indietro, come richiamata dalla forza invincibile di un incantesimo che originasse dalla potenza stessa delle stelle. Ansimò profondamente; si rimise in piedi, ora salda, viva e quasi lucente in quella tenebra. Chiuse gli occhi, come se la musica potesse abbagliarli tanto era limpida e pulita, alta come un cirro in inverno. Dopo qualche minuto, il celeste canto smise di colpo.

La ragazza rimase impietrita, travolta da un’ondata d’ineffabilità, piena di pace, e così rimase a lungo. Gli accordi ghiacciati dell’inverno su distese di neve senza fine, il cielo in laghi che piovevano sulla terra bianca. Vagabondi e girovaghi sul sentiero tra impronte fresche e foglie calcate nel cammino verso l’infinito. Occhi di luce per accogliere il mondo.

E stelle nella notte amica.

*   *   *

Il mattino si presentò con lo stesso squallore del giorno precedente, ma i primi pallidi raggi trovarono sorridenti le ciglia della giovane. Il sogno della musica, la musica che penetra ogni difesa inconscia sino all’intimo, era continuato tutta la notte, virgineo, purpureo come una cascata di fiori ghiacciati, sereno come il blu del cielo oltre le nubi.

Prima che l’ombra e la voce potessero sorprenderla, afferrò lo zaino di scuola e si precipitò fuori di casa, ebbra di felicità, sbattendo alle sue spalle la porta quasi fosse il cancello dell’inferno.

Il carnaio si snodava dinanzi al vecchio edificio. Effluvî di sudore e saliva la circondavano; la danza della bianca estasi chimica rincantucciata in un angolo era fitta di colori sgargianti. Le nubi piangevano qualche lacrima stanca e grigia. Elena chiuse gli occhi e si affrettò verso l’entrata, sempre sola, sempre maledetta.

Le ore trascorsero vuote.

Il giorno moriva lentamente prima di essere nato.

La sfilata dei corpi in saldo si esauriva in un viavai di automobili anche quella mattina; dietro una colonna, Elena, la mente stanca, si mosse per raggiungere l’uscita un istante prima che il portone chiudesse, come ogni giorno; come ogni maledetto giorno, mentre l’asfalto chiaro e sgretolato svaniva divorando sé stesso.

*   *   *

I circoli concentrici si richiudevano sulla voce mascolina della ragazzina che cantava nelle tempie, mentre Elena serrava gli occhi dinanzi alla vernice di sangue che aveva imbrattato le pareti dell’autobus, le ginocchia al petto, sorda alle urla che venivano lanciate nella sua direzione, allontanandole come miasmi di scarti che il mercato di carne morta avesse lasciato sul campo. Il corpo pesante, sempre troppo pesante, sempre di più, scese finalmente con fatica dall’autobus, fece lentamente qualche passo nel vento lieve e rientrò in casa, chiudendo la porta dietro di sé.

– Com’è andata la scuola, Elena? – chiese una voce squillante; la ragazza chiuse gli occhi.

– Bene.

– Tra cinque minuti a tavola, mi raccomando, non vorrai fare arrabbiare tuo padre, no?

Elena sorrise amaramente, fece qualche passo in direzione della sua stanza e si lasciò cadere sul letto ancora sfatto, senza rispondere. La luce del giorno sembrava troppo forte, chiuse di nuovo gli occhi e accese lo walkman.

La musica s’interruppe d’improvviso. Uno schianto secco e un bruciore lungo il viso la fecero gridare, vide le lacrime scorrere prima di accorgersi di quanto era successo. L’ombra era lì. Elena si prese il volto tra le mani.

– Ma non sai fare altro che ascoltare questo pezzo di metallo idiota?

– Lasciami stare, papà… – balbettò soltanto tra le lacrime la ragazzina. Prima che potesse raggomitolarsi su sé stessa, un colpo violento sollevò il suo fin troppo fragile corpo dalle coperte mandandola a sbattere contro la parete. A Elena parve che tutte le ossa si spezzassero come cristallo, togliendole il fiato e la vista; ricadendo udì ancora rumori confusi come in un concerto infernale, quindi rimase immobile, la gola bene in vista, le lacrime che sgorgavano a fiotti, mentre la porta della stanza si richiudeva.

Il battito del suo cuore fu la prima cosa che avvertì svegliandosi dall’incubo. Il pavimento era freddo, ma lei non tremava. Poi, come invisibili mani che la sorreggessero, dolci note l’avvolsero in un vortice bianco come neve, quasi risollevandola contro la sua stessa volontà, sinché Elena non si ritrovò in piedi; stava male, aveva voglia di vomitare e non riusciva a muoversi ma inspiegabilmente era riuscita a rialzarsi; e allora, lentamente, un passo dopo l’altro, si diresse verso l’unico luogo che potesse prometterle ormai riposo.

La soffitta era oscura, ma la luce che filtrava dai grandi finestroni limpidi illuminava ampi squarci di pavimento lindo; profumi di fiori si levavano da ogni parte, senza che la ragazza sapesse riconoscerne l’origine, ed ovunque la musica, sempre più alta e dolce, la circondava. Come una sonnambula, arrivò sino alle finestre, le aprì e guardò in basso il selciato lontano, e si lasciò andare.

Come una mano vibrante, le note della lira la trassero indietro, sospingendola verso il centro della stanza.

– Che stai facendo!? – chiese una voce alta e limpida come le note, mentre queste si spegnevano senza che tuttavia l’incantesimo sembrasse rompersi. Era una voce alta, maschile e femminile, sottile e tesa come l’argento. Elena si volse. Dinanzi a lei un ragazzo dagli occhi color del cielo, vestito solo di una pesante tunica bianca sulla quale ricadevano lunghi capelli corvini, la osservava. La ragazza non rispose, sentendo gli occhi severi immobilizzarla in quella posizione, mentre il dolore poco per volta scompariva dal suo volto e dalle sue membra; – Allora? – chiese nuovamente la voce.

– Chi sei? – rispose Elena.

– Siediti. – ordinò dolcemente l’altro, mentre rimaneva in piedi dinanzi a lei; – Se sei così decisa a suicidarti, cerca un altro posto e non interrompere la mia musica. Oppure, spiegati.

Nonostante il giovane avesse lasciato il suo strumento nell’ombra, parve a Elena di udire ancora le note dell’incantesimo dipanarsi come una melodia albeggiante su una vetta di paradiso; eppure, udì la sua voce rispondere in tono sommesso:

– Non volevo.

– Lo vuoi da molto tempo. – rispose il ragazzo, quasi senza muovere le labbra; dinanzi allo sguardo attonito dell’altra, riprese: – Tanto nessuno sentirà la tua mancanza, vero? Sei una fallita da quando sei nata. – Elena abbassò gli occhi, ma non riuscì a tenere lo sguardo basso a lungo, una volontà più forte della sua si era impadronita del suo corpo; gli occhi color del cielo la fissavano ancora. Dietro al ragazzo apparve fugacemente una figura di donna, giovane, castana, eterea, della sostanza dei sogni; – Mamma! – gridò Elena slanciandosi in avanti, ma la visione scomparve con la stessa fugacità con la quale era apparsa, lasciandola con il cuore gonfio di collera, rimpianto, nostalgia, mentre un pianto dirotto prorompeva, ancora; ma questa volta sembrava che ogni lacrima la lavasse del veleno che le corrodeva le membra.

– Vedo che hai deciso di reagire. – riprese il ragazzo senza mutare espressione, – Combatti, se non per te, almeno per lei, per questo mondo malato che tanto ti disgusta; lo vomiti ogni giorno ma non fai nulla per cambiarlo. – continuò con voce dolce; – Puoi vivere una vita splendente come un arcobaleno, oppure spegnerti. Dunque? –

La ragazza singhiozzava senza capire, eppure sentiva la vita rinascere in lei in ogni vena, in ogni parte del suo corpo martoriato; e udì la sua stessa voce rispondere: – Non ce la faccio.

Il ragazzo non lasciò il suo sguardo, gli occhi azzurri divennero ancora più penetranti; – Allora, muori. – disse.

In quell’attimo, la musica che sembrava vibrare nella stanza cessò all’istante, la luce del giorno si oscurò dietro una nube grigia, la soffitta parve vuota e buia, priva del profumo e dell’incanto che avevano accolto la ragazza, simile ad un baratro oscuro come oscuri erano stati gli anni della sua vita; la figura stessa del ragazzo che le stava davanti parve scomparire; – No!– gridò con una voce talmente acuta da far vibrare i vetri delle finestre; il ragazzo le parlò ancora una volta; – Dunque?

– Voglio vivere, – urlò Elena, – voglio vivere per sempre così!

Il giovane la guardò con dolcezza, sorridendo; la luce rischiarò nuovamente la stanza e musica, profumi e suoni si mescolarono ancora una volta in quell’angolo di paradiso così vicino al cielo.

Il sorriso del ragazzo illuminò il suo volto, quindi, chiudendo gli occhi, questi si volse e fece per andarsene; – Addio – mormorò soltanto.

– Aspetta! Dove vai? – ma l’altro sembrava allontanarsi quietamente, quasi sfiorasse appena il terreno; – Come farò senza la tua musica!? – gridò ancora Elena in lacrime. Fu solo in quell’istante che la figura si arrestò e, sempre sorridendo, chiese, di rimando: – La mia musica? Ti sbagli, quella era la tua. Altrimenti perché la sentiresti anche ora che ho smesso di suonare? –

Poi, il giovane sembrò sfuggire nell’ombra della soffitta; Elena lo cercò, nella stanza, per le scale, per le strade, senza trovarlo. Ma la musica era rimasta.

Aveva ragione lui.

*   *   *

Il sole calava lento indorando di riflessi multicolori gli aghi degli abeti che svettavano intorno al cimitero, e la lastra bianca dinanzi alla quale non aveva mai voluto inginocchiarsi risplendeva come un arcobaleno, come un dono del cielo sulla terra. Elena depose le ortensie sulla tomba della madre accarezzandole, come se ognuna fosse una nota di quella musica, ora sottile, dolce, nostalgica eppure di una bellezza infinita che non aveva mai smesso di vibrare da quel giorno, in soffitta, donandole il coraggio di risorgere alla vita.

Elena si alzò, fece pochi passi indietro e notò una lapide screpolata dal tempo, senza fiori, su cui campeggiava il ritratto di un giovane corvino dagli occhi color del cielo.

Una nota si levò più alta nella musica di Elena. Prese una delle ortensie che ancora reggeva in grembo e la depose sulla pietra.

Il vento sembrò carezzarle il viso.