L’anello e la spada, di Chiara Nejrotti e Stefano Giuliano

La nostra Chiara, assieme a Stefano Giuliano, per Bietti, hanno scritto due saggi su temi che ci sono molto cari. Riportiamo qui di seguito una chiacchierata che abbiamo fatto sull’argomento, e attorno.

Iniziamo facile: vorreste farci un riassunto brevissimo del tema di entrambi i saggi?

STEFANO: Nel mio scritto parlo del topos letterario e simbolico della Spada Spezzata. Si tratta di un motivo ricorrente della letteratura epica dal Beowulf ai romanzi del Graal. Andùril, la spada spezzata e riforgiata di Aragorn ha, infatti, radici profonde.

CHIARA: Io analizzo le valenze simboliche dell’ anello e approfondisco il tema dell’ anello che rende invisibili, presente sia nelle fiabe, sia nella letteratura: dall’anello di Gige, alle opere di Chretien de Troyes, mostrando come tutti questi elementi siano confluiti nell’opera di Tolkien. Affronto poi l’evoluzione dell’ anello, e degli anelli, i 3, i 7 e i 9, da Lo Hobbit a il Signore degli Anelli.

Insomma: la letteratura fantastica (ma si potrebbe dire: la letteratura), quando è grande, intercetta delle esigenze che sono incise nel cuore dell’uomo.

CHIARA: Certamente, questo riguarda tutta la grande letteratura, di cui l’ opera di Tolkien fa sicuramente parte. Il fantastico permette di esplorare e fare emergere in modo ancora più libero e ampio quelle esigenze profonde, citate dallo stesso Tolkien nel saggio Sulle fiabe. Più volte egli ha affermato che la sua opera tratta il tema della morte e dell’ immortalità. Questo emerge particolarmente proprio nell’ uso degli anelli sia per gli Elfi immortali che vorrebbero sconfiggere il decadimento del mondo, rifiutando in sostanza il cambiamento, sia per gli Uomini che rifiutano la propria condizione mortale.

STEFANO: Sì, nella letteratura fantasy, in particolare, il mito, sebbene rielaborato e rinarrato, persiste, riaffiorando, dunque, anche in un’epoca scettica, iper-razionalista e disincantata, come la nostra.

Spade e anelli, insomma, sono particolari e peculiari all’interno di una storia, eppure appartengono ad ogni storia ed ogni civiltà. Partiamo dall’anello: che è un dono, ma anche un vincolo.

CHIARA: Gli anelli sono gioielli molto antichi (risalgono almeno all’ Età del Bronzo)dalle forti valenze simboliche. La struttura circolare dell’ anello rimanda all’immagine della totalità e dell’ eternità, in una visione circolare del tempo. Viene considerato un pegno di fedeltà e di un legame indissolubile, come tra gli sposi, ma anche tra Signore e vassallo. È anche il gioiello che meglio si adatta ad essere portato addosso facilmente. Come hai detto tu, però, l’ essere pegno di un legame indissolubile ha anche un lato Ombra: il legame può essere di potere e asservimento e non di amore. Secondo i Pitagorici, l’anello che stringe il dito, stringe e incatena anche l’anima, perciò era considerato una sorta di incantesimo da cui liberarsi.

Ed infatti gli Anelli, nel corpus tolkieniano, sono insidiosi, seppure, ad una prima visione superficiale, donino a chi li possiede (e che poi, in realtà, ne sono posseduti) dei benefici.

CHIARA: Infatti… Sauron forgia gli anelli per asservire tutti. I più facili da dominare sono gli Uomini: i Nove diventano i Nazgul, non morti al servizio dell’ Oscuro Signore. Nei Nani gli anelli acuiscono l’avidità per l’ oro e benché gli anelli degli Elfi non siano stati toccati da Sauron e perciò non siano in sé malvagi, anzi, abbiano poteri difensivi e di preservazione, anch’essi rappresentano la tentazione degli Elfi di fermare il logorio del tempo, cosa che non può accadere per sempre nella Terra di Mezzo, che è il nostro mondo, ma solo nelle Terre Imperiture.

Da chiunque sia dettata, e per qualunque motivo, l’alterazione del corso “naturale” di un processo è comunque vista da Tolkien come una forzatura rischiosa. Gli anelli (ed in particolare l’Anello) diventa una falsa soluzione a quello che per Tolkien è tema del Signore degli Anelli: la morte.

CHIARA: Esattamente: gli anelli e in particolare l’ Unico, vengono proposti come soluzione, da parte di Sauron, del decadimento della Terra di Mezzo per gli Elfi e della morte per gli Uomini. I nove anelli donano grandi poteri e una vita che non finisce mai, ma è una falsa immortalità poiché diventano spettri, perdendo ogni umanità e individualità. Connesso all’ anello e al mondo delle Ombre è il tema dell’ invisibilità: i portatori degli anelli, oltre a essere invisibili agli occhi degli altri, penetrano in un mondo di spiriti disincarnati, diventando essi stessi spettri.
Nella mitologia greca il potere dell’ invisibilità appartiene a Ade, Signore dei morti; anche se si tratta di un elmo e non di un anello. Non è per gli Uomini.
Comunque gli anelli e l’Unico hanno una lunga “gestazione” da parte di Tolkien. Ne lo Hobbit, l’ anello era un semplice espediente fiabesco perché Bilbo potesse compiere le sue imprese. _ Dovendo costruire un seguito, Tolkien trovò nell’ anello e nelle sue caratteristiche simboliche,che esplorò e approfondì, il collegamento ideale. La storia della forgiatura degli anelli nella seconda Era nasce proprio in questo periodo

Passiamo alle spada: la spada è qualcosa di completamente differente!

STEFANO: La spada è un simbolo polivalente: segno della condizione sovrana e della funzione guerriera, immagine della giustizia del potere, è sempre stata accompagnata da un alone di sacralità sin dai tempi più remoti. Adoperata nei riti di iniziazione guerriera e in quelli di ascesa al trono (si pensi anche alla recente cerimonia di incoronazione di Carlo d’Inghilterra), la spada possiede un grande fascino e prestigio, differenziandosi da altre armi quali l’ascia o la lancia, come dimostra anche l’abitudine di assegnarle un nome (Excalibur, Durlindana Gramr, ecc.).
In effetti, la spada è un qualcosa di completamente differente dell’Anello. Entrambi, la Spada e l’Anello si collegano al tema del Potere, un tema che nel Signore degli Anelli acquista particolare complessità. Tuttavia, se l’uno rappresenta un potere che lega e seduce, un potere tirannico e oppressivo, facendo trapelare una connotazione assai negativa del potere, l’altra rappresenta un potere che difende e protegge, un potere riconosciuto e rispettato, trasmettendo l’idea, opposta, di un potere benefico, giusto, magnanimo.

E tuttavia questo potere, che sicuramente è un onore, diventa anche un onere, per chi ne è investito.

STEFANO: Il potere è sempre accompagnato dalla responsabilità. Chi possiede l’autorità regale, come Aragorn nel Lord, ha diritto al trono perché è l’erede legittimo e la sua legittimità è confermata (come accadeva per i re del Medio Evo), dalle vittorie in battaglia, dallo ius sanguinis e dalle capacità guaritrici, nonché dal possesso della Spada Andùril, la spada che fu rotta (simbolo di una regalità infranta) e che è stata riforgiata (simbolo di una regalità restaurata). Il potere di Aragorn è un onore e una responsabilità di cui si fa carico grazie alle sue virtù guerriere, alle sue qualità umane e al suo carisma.

Approfondiamo un po’ il valore simbolico della spada spezzata, e della sua seconda forgiatura.

STEFANO: La spada spezzata è un autentico topos mitico e letterario. Si ritrova, infatti, in molti racconti eroici: dai poemi germanici (il Beowulf, la Saga dei Volsunghi) ai romanzi medievali del Graal (il Perceval di Chrétien, le Continuations, la Queste del Saint Graal).
È possibile individuare gli elementi comuni ai diversi racconti: una spada è forgiata da un fabbro-mago oppure ha origine soprannaturale; tale arma è acquisita da un eroe predestinato dopo il superamento di una prova (si pensi all’estrazione di Excalibur); la lama permette la vittoria in battaglia o il riconoscimento della regalità; in seguito, la spada si spezza per ragioni disparate (chi la possiede perde lo status eroico oppure la usa infrangendo un divieto, oppure perché chi la impugna non ne è degno); infine la spada è riforgiata e affidata a un eroe destinato a grandi imprese (si pensi a Perceval o a Galaad).
Tolkien sembra quindi riprendere e rielaborare tale tema narrativo attraverso la spada di Aragorn. Narsil è infatti la spada del re Elendil, spezzatasi durante la battaglia di Dagorlad, riforgiata dai fabbri elfici e ribattezzata con un nuovo nome: Andúril. Intorno a essa si coagulano le profezie e le speranze del ritorno di un sovrano capace di restaurare un regno in decadenza, riportare fecondità alla terra, restituire salute, pace e benessere agli abitanti.

La “waste land”. In molti casi l’oggetto influenza non solo il suo portatore (e il suo creatore) ma anche l’ambiente che lo circonda (basta pensare, in Tolkien, a Nenya, l’anello di Galadriel), il suo potere (negativo o positivo) è diffuso.

STEFANO: Come si sa, la Waste Land è la Terre Gaste dei romanzi medievali del Graal, un regno reso sterile a causa di un evento doloroso, e che deve essere risanato dall’azione dell’eroe salvifico (Perceval).
Ora, in Tolkien, Mordor, il dominio di Sauron, è indubbiamente una rivisitazione di una Waste Land appunto. È, infatti, un luogo desertico e inaridito, soggetto alla violenza e alla forza bruta, immagine di un mondo privo di vita e di bellezza. Lo stesso può dirsi di Isengard, un territorio triste e spoglio, stravolto e impoverito. In ambedue i casi la presenza di due figure nefaste (Sauron e Saruman) altera, contamina l’ambiente provocandone l’inaridimento.

Anche Gondor può essere identificata come una terra desolata, a causa delle devastazioni della guerra e della mancanza di un re legittimo. L’arrivo di Aragorn, figura intorno a cui si condensano attese di tipo messianico, restituirà al regno il suo sovrano, riportando pace, giustizia, salute e fecondità.

CHIARA: Come ha detto Stefano, la Terra desolata non è dovuta tanto all’ Anello in sé quanto all’ azione di Sauron. Tuttavia se questi avesse riconquistato l’anello tutta la Terra di Mezzo sarebbe diventata come Mordor. È interessante inoltre che nel decimo volume della History, intitolato appunto ” Morgoth’s Ring” Tolkien dice che in un certo senso la stessa Arda è “l’ anello di Morgoth”, nel senso che Melkor, il Valar caduto, l’ ha corrotta dall’ origine ma in questo modo ha anche confinato in essa gran parte del suo potere, diventando appunto Morgoth-il nemico- ma non potendo più liberarsi da quelle sembianze. Come sappiamo, il male non può creare ma solo corrompere e la degradazione voluta e causata si ripercuote anche su chi la causa.

È interessante questo conferimento all’interno dell’oggetto di un potere, quasi fosse un “sacrificio” che comporta vantaggi, ma anche limiti ed un “impoverimento” della fonte. L’esempio più evidente, nella letteratura fantastica contemporanea, è negli Horcrux di Voldemort. È, insomma, una storia antica che si ripete, e ripete, e si ripropone continuamente nella letteratura. Insomma, piacerebbe a Jung.

CHIARA: Il tema del trasferimento di una parte essenziale di sé in un oggetto magico, fatto che amplifica il potere ma in un certo senso lo limita, è molto antico e compare in numerose fiabe. Vi accenna lo stesso Tolkien (senza parlare dell’ Anello) nel suo saggio Sulle Fiabe, citando come esempio The Giant’s Heart di George Mac Donald “che trae il suo argomento principale da racconti tradizionali ben conosciuti”. Un motivo folklorico e fiabesco universale e diffuso.

Avviamoci alla conclusione: vorreste suggerisci un saggio e un’opera narrativa ciascuno, che sfiorino (o ci siano dentro del tutto) su quanto abbiamo chiacchierato?

STEFANO: Come saggio sul tema della spada, suggerisco la lettura di Francesco Marzella, “Excalibur. La spada nella roccia tra mito e storia“, Salerno Editrice.
Come opera narrativa non posso non suggerire un classico fantasy: Poul Andersono, “
La Spada Spezzata“, Fanucci.

CHIARA: Dato che la saggistica su Tolkien è ormai sterminata non saprei sceglierne uno. Nella bibliografia ho citato “Il fuoco segreto” di Caldecott, io poi ho una predilezione per gli studi di Verlyn Flieger. Per quanto riguarda la narrativa e visto che Stefano ha citato Poul Anderson, propongo dello stesso autore Tre cuori e tre leoni, anche se non c’entra con l’anello.

Grazie anche di questi consigli! Buona lettura a tutti!

C’è del buono in questi mondi

Insomma, s’è fatto un libro di saggi: e saggi sulla speranza, che una cosa nobile e sincera, e il tema del Giubileo che s’è aperto qualche giorno fa.

La copertina (bella, vero?) è di Debora Pacifico, e la prefazione è dell’autorità tolkieniana Giuseppe Pezzini. Saggiamo Tolkien, Ende, Lewis e Rowling, che è un bel quartetto. S’uscirà fra un po’, metà di gennaio o giù di lì (ma intanto se volete qualche informazione a vitaeditrice@gmail.com, e comunque vi teniamo aggiornati). Nel frattempo, ecco i titoli dei saggi!

  • Leaf by Niggle: subcreazione come pellegrinaggio di speranza – di Chiara Bertoglio
  • «Sulle fiabe»: le radici profonde della Speranza nell’opera di J.R.R. Tolkien – di Davide Gorga
  • Gioia e speranza tra il regno d’ombra dell’Anello e il grigiore dei personaggi tolkieniani – di Daniele Barale
  • Le stelle come simbolo di speranza – di Chiara Nejrotti
  • Il dono di Nienna. Lutto e speranza nel Silmarillion – di Maria Finello
  • Estel, la Speranza elfica – di Sebastiano Tassinari
  • Tomisti contro Sauron: un cammino di speranza dalla Terra di Mezzo – di Marco Casazza
  • Sam, l’Hobbit della speranza – di Ives Coassolo
  • C.S. Lewis, la speranza che vive a Narnia – di Paolo Gulisano
  • Ende e “La Storia Infinita”. La Fantasia versus il Nulla – di Luisa Paglieri
  • La riscossa degli Improbabili: Neville, Guardiano di Speranza a Hogwarts – di Marina Lenti

Il Raduno San Marino Tolkien Fest, dalle nostre inviate sul posto

Chiara Nejrotti e Luisa Paglieri erano (attivamente) presenti al Raduno San Marino Tolkien Fest (qui la pagina Facebook). Ci hanno scritto questo resoconto, che riportiamo di seguito. Se volete vedere qualche video delle conferenze, rimandiamo qui agli amici di RadioBrea!

Dal 28 al 30 luglio si è svolto anche quest’anno l’evento tolkieniano organizzato dall’associazione Titania nella Repubblica di San Marino. Il Raduno, di cui quest’anno si è festeggiato il decennale, è innanzitutto un ritrovo di amici, per questo motivo le vostre inviate speciali Chiara e Luisa vi hanno partecipato, come negli anni scorsi; ecco un breve resoconto.

Anziché nella Rocca e per le vie della città di San Marino, l’evento quest’anno si è svolto nel podere Lesignano, sempre nel territorio della Repubblica, ma in un paesaggio decisamente più bucolico. Se negli anni precedenti si era a Minas Tirith, quest’anno ci siamo spostati nella Contea: le luci, i padiglioni contornati da festoni di bandierine colorate davano proprio l’impressione di trovarsi alla Festa a lungo attesa organizzata da Bilbo.

Molti i workshop a cui era possibile partecipare: dai “classici” di tiro con l’arco e scherma storica, a quelli meno usuali di ricamo e pesca nel laghetto sovrastante, ovviamente ribattezzato “Mirolago”.

Molto frequentata la sala dedicata ai giochi di ruolo e da tavola, che si sono svolti durante tutti i due giorni della manifestazione.

Il punto focale, come sempre, sono state comunque le tavole rotonde, a cui hanno partecipato anche le sottoscritte come relatrici. Purtroppo alcuni degli ospiti previsti, come il “nostro” Paolo Gulisano, non hanno potuto essere presenti, tuttavia i relatori intervenuti hanno ampiamente sviluppato i temi proposti negli  incontri, che sono stati vivaci e ricchi di spunti interessanti.

Nel pomeriggio del venerdì, Federico De Renzi, filologo, turcologo e islamista, ha presentato una propria riflessione sulle lingue della Terra di Mezzo meno conosciute e sviluppate dal Professore, come la lingua Nera e la lingua dei Nani; mostrando come anch’esse possano essere ricondotte a radici di lingue antiche effettivamente esistenti.

Successivamente il Raduno ha voluto commemorare una cara amica, presente al Raduno fin dalla prima edizione, che purtroppo ci ha lasciato: Adriana Comaschi. Insieme abbiamo ricordato la sua grande bravura di scrittrice fantasy, la sua vivacità intellettuale e la sua simpatia; per chi l’ha conosciuta, come noi, lascia un grande vuoto e siamo certi che essa sia approdata nelle Terre Imperiture e oltre il Ponte dell’arcobaleno dai suoi amati gatti.

Il sabato mattina, Ivano Sassanelli è intervenuto a distanza per parlarci del rapporto di Tolkien con i figli, in particolare con il secondogenito Michael, mentre Luca Arrighini ha ripercorso il rapporto del giovane John Ronald con Padre Francis Morgan che gli fece da tutore: questo rapporto rimase per lui il modello della paternità.

Il secondo incontro della mattinata, intitolato “Il Canto di Iluvatar” si è occupato dei due capisaldi della sub creazione tolkieniana: la fede, di cui ci hanno parlato ancora Ivano e Luca, e il linguaggio, di cui ha parlato la sottoscritta Luisa.

Nel pomeriggio si è svolta la tavola rotonda: “La Casetta del Gioco Perduto, vol.II – uno sguardo aggiornato al mondo del gaming tolkieniano e fantastico”a cui hanno partecipato i relatori; H. Pu, E. Borro, G. Galli, N. Gentile, Mastro Underhill, Riviera Nerd; seguita dall’incontro dedicato al bilancio dell’importanza dell’opera di Tolkien e della sua influenza dopo 50 anni  dalla morte del Professore: “Andata e Ritorno – un punto sull’Opera e il Ricordo di Tolkien a 50 anni dalla scomparsa/Nuove Pagine Tolkieniane”.

L’incontro ha visto sia la presentazione di saggi ispirati all’universo e alla poetica tolkieniana, come quello dedicato a Tolkien e Dante di Ivano Sassanelli, quello sull’influenza della mitologia e della letteratura classica di Arianna Parissi e quello sulla guerra nella Terra di Mezzo di Marco Rubboli, sia un bilancio dell’importanza dell’opera tolkieniana sull’immaginario. A questo riguardo Armando Corridore, editore e saggista, ha parlato dell’importanza del sublime nella letteratura e in particolare nel fantastico, e di quanto questo sia sempre più assente nella narrativa attuale . La vostra  qui presente Chiara poi ha cercato di rispondere alla domanda: “perché Tolkien possa essere considerato un classico” e per quale motivo la sua opera abbia avuto e continui ad avere così tanto successo.   Alessandro Bizzarri, infine, ha presentato la sua trilogia fantasy ispirata al Signore degli Anelli e a D&D.

La domenica mattina si è svolta l’interessantissima tavola rotonda dal titolo “Le Fondamenta del Fantastico – Viaggio nella letteratura e Folklore del Medioevo”: Carla Iacono Isidoro, antropologa e studiosa degli aspetti storico-antropologici dell’opera di Tolkien, ci ha parlato del Green Man  ovvero l’Uomo Selvatico, dal punto di vista antropologico e folklorico (anche se i due personaggi non sono proprio la stessa cosa, secondo  Luisa), figura che Tolkien conosceva bene avendo curato l’edizione di Gawain e il Cavaliere Verde, e che si può ritrovare in Barbalbero, ma anche in Tom Bombadil. Ferruccio Cortesi, archeologo e antropologo, è risalito indietro nel tempo per rintracciare i Berserkr, i guerrieri-orso, di cui Beorn è un perfetto esemplare. Errico Borro, archeologo e coautore del gioco di ruolo Il tempo della spada ha trattato il tema della magia, così come si è strutturata nel corso dei secoli fino al Rinascimento; Alessandro Astolfi, laureato in linguistica e filologia, ci ha parlato delle radici etnolinguistiche dell’opera tolkieniana e della figura del drago (facendo tra l’altro un interessante excursus sulle lingue italiane perché non solo il toscano ebbe una notevole produzione letteraria). La conclusione è stata lasciata a Annarita Guarnieri, notissima traduttrice di narrativa fantasy, che ci ha detto come questa si sia modificata negli ultimi tempi e ha poi sviluppato alcune suggestioni tratte dagli interventi precedenti.

Il secondo incontro della domenica mattina è stato dedicato alla traduzione della History of Middle Earth. Pierluigi Cucitto ci ha spiegato  quanto la History sia fondamentale per comprendere meglio le dinamiche del processo sub creativo tolkieniano e le profonde implicazioni filosofiche e metafisiche su cui il Professore si è soffermato, non sempre evidenti nelle opere conosciute.

Le vostre inviate hanno poi dovuto ripartire per tornare a Torino, perciò non abbiamo potuto seguire gli interventi della domenica pomeriggio. Il bilancio è stato come sempre positivo, sia per la qualità e la ricchezza degli interventi ascoltati, sia per il clima di amicizia che ha caratterizzato le due giornate. Come ogni anno si parte con un pizzico di dispiacere nel dover lasciare gli amici e con la speranza di poter dire: alla prossima!

Due altri audioracconti

Abbiamo pubblicato sul nostro canale Youtube altri due racconti da ascoltare mentre fate cose (o mentre riposate, se caso): il primo, Capitan Tory, ha un ambiente marinaro (perfino piratesco), e ci racconta quello che accade ad un irlandese, quando ha molto tempo a disposizione. Quindi Oscar ed Alphonse di Patrizio Righero, letto da Erica Gavazzi: dove la speranza e il desiderio di una bambina, con tratto delicato, si dimostrano una realtà profonda.

Buon ascolto!

Capitan Tory, di Chiara Nejrotti
Oscar e Alphonse, di Patrizio Righero, letto da Erica Gavazzi

C’eravamo, a Sentieri!

Grazie a tutti quelli che sono passati da noi alla presentazione del Nizhar a Sentieri Tolkieniani (come sono andati? Benissimo)!

Belli ma belli belli. Non siamo tutti eh!

Consueta carrellata di fotografie (un po’ del nostro intervento e degli interventi nostri, ed un po’ della giornata), grazie a Luca, Patrizio e Simona. Occhio che tra un po’ facciamo un’altra presentazione!

A San Bernardino, a Torino

In questo tempo di Quaresima, noi Inkiostri partecipiamo a un’iniziativa organizzata dalla Parrocchia di S. Bernardino, dei Frati Minori, a Torino. Si tratta di un percorso in quattro serate più una conclusiva, che si tengono nei martedì dal 28 febbraio al 28 marzo compresi, alle ore 21. Nei primi quattro incontri, alcuni nostri sodali creeranno e presenteranno delle meditazioni che, a partire da “oggetti” che si incontrano nelle narrazioni evangeliche della Passione di Cristo, possano aiutarci a entrare più profondamente nel mistero pasquale, anche in dialogo con la letteratura e l’arte che caratterizzano la nostra in modo più evidente. Le serate sono aperte dall’intervento di uno dei frati francescani della parrocchia, che a sua volta individua un elemento del Crocifisso di San Damiano legato alla tematica della serata.

Croficisso di Santa Chiara
Basilica di Santa Chiara, Assisi

Il primo incontro si è tenuto il 28 febbraio: Chiara Bertoglio ha parlato del contrasto fra le “vesti regali” di Cristo e il grembiule (o meglio l’asciugamano) della lavanda dei piedi. La sua meditazione, che potete trovare qui, è stata introdotta da una presentazione in cui fra Francesco Grassi ha spiegato il significato e l’importanza del linteum, il “panno” indossato dal Cristo crocifisso nell’icona di San Damiano.


Il prossimo appuntamento è previsto per martedì 7 marzo, in cui il tema sarà quello del “gallo” che annuncia il rinnegamento di Pietro; a presentarlo saranno Ives Coassolo, Davide Gorga e Giovanni Soppelsa, mentre la fraternità di S. Bernardino sarà rappresentata da Fra Dario Fucilli. Gli appuntamenti successivi si concentreranno sullo sguardo femminile (a cura di Maria Finello ed Erica Gavazzi, il 14 marzo) e sulla lancia del soldato (Daniele Barale, Valentina D’Antona, Chiara Nejrotti e Patrizio Righero), con la partecipazione di Fra Raffaele Casiraghi.

Infine, il 28 marzo, un “concerto-meditazione” animato dalla nostra sezione junior, i “Creativi”: brani musicali fra cui pezzi dallo Stabat Mater di Pergolesi, l’Ave verum di Mozart, brani di Bach, Palestrina e Tallis saranno suonati e cantati da un giovane ensemble, in alternanza a meditazioni tratte dai Vangeli della Passione. Vi aspettiamo numerosi, e nel frattempo ecco qui il video del primo incontro!

Il potere delle storie


A tutti noi piacciono le storie (siamo qui per questo, in fondo). Riportiamo qui un breve saggio della nostra Chiara Nejrotti, tratto da una conferenza tenuta al Raduno – San Marino Tolkien Fest, nel 2017.

“Voi siete le vostre storie. Siete il prodotto di tutte le storie che avete ascoltato e vissuto … Hanno modellato la vostra visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate.”[1]

Ne Il Signore degli Anelli, nel capitolo intitolato Le scale di Cirith Ungol[2], si svolge un dialogo tra Sam e Frodo sul potere delle storie.  I due Hobbit si trovano in un paesaggio desolato e maledetto, su una via  che appare sempre più senza speranza e a questo punto Sam ripensa agli antichi racconti ed ai loro protagonisti: storie di coraggio e di valore ma soprattutto di perseveranza, poiché gli eroi non sono tali in quanto vanno in cerca di avventure e di glorie ma perché, pur trovandosi coinvolti in qualcosa che non hanno cercato, non tornano indietro, non si sottraggono, pur avendone magari l’occasione. Si accorge poi che la loro vicenda non è che l’ultimo episodio di un’unica grande storia che si dipana nel tempo e che continuerà anche dopo di loro.

Oltre a distruggere anelli, trovano il tempo anche di parlare del senso delle storie

Parlare delle antiche saghe e dei loro eroi e riconoscersi come parte di un unico grande racconto dà ai due hobbit la forza e la speranza  di continuare il cammino; in precedenza, a Colle Vento, Aragorn aveva cantato per la Compagnia il Lay di Beren e Luthien, perché avrebbe potuto infondere coraggio di fronte alla paura suscitata dai Nazgul; in entrambi i casi si evidenzia come i racconti abbiano un grande potere su chi li ascolta.

Noi siamo perciò anche l’esito delle storie che abbiamo ascoltato e che abbiamo letto; il racconto infatti permette l’immedesimazione, raggiunge la nostra componente emotiva, oltre a quella razionale e così facendo forma il carattere, ossia la volontà e la coscienza morale, ossia la capacità di compiere delle scelte che non siano delle semplici reazioni.

Secondo Bruno Bettelheim, psicoanalista freudiano che per primo ha rivalutato le fiabe tradizionali nell’educazione  infantile, il bambino non si domanda che cosa sia giusto o sbagliato, ma “A chi voglio assomigliare?”[3]  Per questo la narrazione che mostra le conseguenze delle azioni dei personaggi e le loro scelte  è molto più educativa di qualsiasi morale esplicita.

Silvana De Mari in Il Drago come realtà sostiene che i poemi epici, che sono il proseguimento delle narrazioni orali delle gesta degli dei e degli eroi dopo la nascita della scrittura, «servono a dare coraggio nei momenti bui»[4] perché ricordano l’appartenenza ad una comunità e ad un popolo; nell’antica Grecia, ad esempio l’educazione dei giovani alle virtù si basava sui poemi omerici.

In secondo luogo, proprio come Sam, ciascuno di noi può riconoscere di far parte di una trama che ci precede e continuerà dopo di noi e che perciò la nostra esistenza, che ci conduca a realizzare grandi imprese o che si svolga in modo apparentemente nascosto, acquisisce comunque un significato, riconoscendosi come un frammento del vasto arazzo della storia umana.

Secondo l’antropologo Levi-Strauss il mito struttura la realtà, poiché le attribuisce un ordine ed un senso, laddove ci sarebbe soltanto disordine e caos, ma ciascuno di noi ha bisogno di crearsi il proprio “mito” personale e la propria visione del mondo: le storie con cui siamo cresciuti ci aiutano a costruirli.

Nel saggio Sulle Fiabe[5] Tolkien espone teoricamente il valore della narrazione ed in particolare di quella che si serve della fantasia come risposta ad alcuni bisogni fondamentali dell’umanità: Riscoperta, Evasione, Consolazione, per concludere con il diritto alla “subcreazione” , in quanto creiamo miti, fiabe e racconti imitando il Creatore ed in essi tralucono e baluginano frammenti dell’unica Verità da cui proveniamo e a cui aspiriamo.

On Fairy-Stories, di J.R.R. Tolkien

Le popolazioni arcaiche hanno fondato la propria esistenza sui miti, ossia sui racconti che hanno per protagonisti gli dei e gli eroi fondatori; le loro gesta compiute in un Tempo Sacro che precede ogni temporalità storica devono essere continuamente rinarrate per far riaccadere quegli eventi e sacralizzare il tempo profano. Ma i bardi, i cantastorie e i grìot trasmettevano ai loro uditori anche un ricco patrimonio di storie umoristiche, fiabe e aneddoti, altrettanto importanti poiché fondativi della comunità, da un punto di vista psicologico oltre che sociale.  

Negli ultimi decenni l’uso dei racconti ed in particolare delle fiabe in psicoterapia, ha avuto un notevole sviluppo, non soltanto nella cura dell’infanzia. Molte terapie di matrice junghiana e/o derivanti dalla psicologia umanistica e transpersonale ritengono che la narrativa fantastica costituisca un luogo dove conscio ed inconscio possono incontrarsi; il linguaggio simbolico delle fiabe risveglia l’esperienza individuale e la tramuta in atto spirituale, in una conoscenza della realtà che sappia oltrepassare l’apparenza, La narrativa, e quella fantastica in modo privilegiato, mette in scena gli archetipi, ossia i modelli ancestrali della psiche presenti nell’inconscio collettivo, ed in tal modo sviluppa le possibilità di guarigione della psiche stessa. Inoltre i racconti sviluppano il pensiero simbolico e  analogico che ci consente di immaginare ed essere creativi.

L’Autore della citazione iniziale, Daniel Taylor, nel suo saggio Le storie ci prendono per mano  ci ricorda come il più grande desiderio umano sia che la vita abbia un senso: questo desiderio di significato è l’impulso che dà origine a ogni storia; e Clarissa Pinkola Estés , psicoanalista e  cantadora, afferma: “ alle grandi questioni esistenziali, soprattutto se riguardano il cuore e l’anima, il più delle volte si risponde narrando una storia”[6].


[1] D.Taylor, Le storie ci prendono per mano,Frassinelli, Milano 1999

[2] J.R.R.Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani Milano 2003

[3] B.Bettelheim, Il Mondo incantato, Feltrinelli  Milano 1980

[4] S. De Mari, Il Drago come realtà, Salani, Milano 2007

[5] J.R.R.Tolkien, Sulle Fiabe, in Albero e foglia, Bompiani, Milano 2004.

[6] C.Pinkola Estés, storie di Donne selvagge, Sperling & Kupfer, Milano 2008, p.11