Il Carillon di cristallo, di Davide Gorga

Col freddo che in questi giorni s’è infilato in tutta Italia, presentiamo qui un racconto che ha il sapore ed i toni dell’inverno, dal nostro Davide Gorga.

C’era un tempo, in una stanza vuota, un carillon di cristallo. Gli ingranaggi metallici si vedevano perfettamente muoversi veloci ed elastici per forgiare una musica incantata che si effondeva lungo le pareti candide e il pavimento di marmo, sino ad arrivare alle finestre alte, chiare, limpide, votate al cielo, dalla svasatura sottile e l’ombra sfuggente.

Una porta bianca dava accesso alla sala candida dove, su un ripiano di marmo niveo, era riposto il carillon. Soltanto lui poteva afferrare l’essenza di quella stanza celeste. La musica che racchiudeva nel suo cilindro era stata scritta da un compositore famoso – capolavoro e compimento dell’arte di una vita.

A volte, nelle circostanze più eccezionali, la stanza veniva aperta, e il carillon azionato da un visitatore, che rimaneva incantato dapprima dalla perfezione degli ingegni meccanici, quindi dalla melodia inudita e sovrumana, infine dal timbro preciso, secco ed elastico al contempo, come ghiaccio di ere passate i cui margini fossero stati forgiati dal fuoco, del carillon che rapiva in estasi il visitatore, che a sua volta lo guardava fin dentro il cuore.

Poi, la musica finiva, mentre l’incanto rimaneva ancora a lungo nell’aria. E infine il visitatore usciva.

Ogni volta il carillon percepiva quella meraviglia sprigionarsi da sé, l’estasi danzare, e riconoscente benediceva la mano che l’aveva azionato, dandogli modo di manifestare appieno il suo essere; credeva che nessuno, una volta conosciuta simile bellezza, se ne sarebbe potuto distaccare. E invece, ogni volta, la persona esitava e se ne andava così com’era giunta: aveva catturato tutti i segreti del carillon, aveva scrutato la sua anima, messa a nudo, sincera, rivelata dal cristallo che la incastonava.

E il carillon, ogni volta, sperava che giungesse la persona che fosse destinata a restare per sempre con lui, per rivelarne la meraviglia che tanti conoscevano, la musica ineffabile, il timbro unico, l’incanto del mondo. E invece ogni volta gli strappava la musica dal petto trasparente, e lo lasciava lì, abbandonato.

Quella sera, nella stanza vuota, sentiva vibrare gli accordi di fuoco, le gelate in primavera, le ere dimenticate, le tempeste su passi lontani fra monti incappucciati di neve, la mistica del mondo – confinata dentro di sé, nel suo essere solo e lontano da tutti, abbandonato nella stanza più alta, senza che per lui fosse possibile riunirsi a chi avrebbe saputo trarre in continuazione così tanta bellezza – e anche di più.

Perché sapeva che, abbandonato il suo eremo, avrebbe saputo coronare le musiche con la realtà dei cieli sinora solo sognati o intravisti, con il fuoco robusto delle sere, con l’incanto dei tramonti sulle montagne – e con l’anima di una persona che si sarebbe fusa con la sua.

Eppure, il carillon di cristallo restò anche quella sera nella stanza bianca, solo e maledetto dal fato — e la sua musica rinchiusa nella trasparente pelle di cristallo. Vuoto e solo per la cecità degli esseri umani, incapaci di votarsi a una missione.

Scese la notte, e la musica tacque nonostante avrebbe potuto sondare, fiammeggiare, raccontare storie di paesi lontani.

Il carillon restò lì, nel cristallo puro e trasparente, solo, abbandonato in eterno.

Lettere nel cassetto

C’è venuta questa cosa che i carteggi sono belli. Detto di come anche scambiarsi qualche mail, o solo semplici messaggini, sia piacevole, nella ritualità (che molti, anche non più giovani, non hanno poi provato così di frequente) di scrivere una lettera cartacea, che comporta una serie di azioni in successione, c’è qualcosa di liturgico.

Abbiamo così scritto una raccolta di corrispondenze letterarie, e c’è un po’ di tutto, come al solito: leggerete di due uomini che ragionano sulla sorte di molti uomini, leggerete di artisti secolari che si scambiano lettere in bello stile, leggerete di un carcerato e di una suora, leggerete di tempi antichi e tempi recenti, di mistero e di dolcezze ed anche di magia.

Sono le nostre Lettere nel cassetto, che potete ordinare già scrivendo qui: vitaeditrice@gmail.com (l’immagine di copertina è di Valentina Sardu!).

Un concorso: due cuori, un respiro.

Ci si ritrova dopo una lunga pausa estiva: e ci si ritrova con una bella novella. In collaborazione con il CAAV di Giaveno, il Centro Studi Silvio Pellico, la parrocchia di San Lorenzo di Giaveno, la Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, il Comune di Giaveno e l’UCSI Piemonte, s’è pensato questo concorso per giovani e ragazzi. Il tema, suggestivo, è quello del legame tra madre e figlio/figlia.

Per ogni informazione: caavannunciazione@gmail.com

Riportiamo anche qui il regolamento:

1. Tema del concorso

Il concorso invita giovani autrici e autori a raccontare, attraverso il linguaggio della narrativa fantasy, il legame profondo e simbolico tra madre e figlio/figlia. Il titolo scelto – Due cuori, un respiro – vuole evocare quell’unità primordiale che può essere reinterpretata nei mondi dell’immaginazione: storie ispirate a personaggi letterari già esistenti o del tutto originali, purché immerse in ambientazioni fantasy (intenso in senso ampio, come letteratura fantastica) e incentrate su questo legame affettivo e fondante.

2. Requisiti di partecipazione

Il concorso è articolato in due sezioni

A – Ragazzi: possono partecipare tutti i ragazzi residenti in Italia che non abbiano ancora compiuto 15 anni alla data di scadenza del concorso (8 dicembre 2025).

B – Giovani: possono partecipare tutti i ragazzi residenti in Italia che non abbiano ancora compiuto 30 anni alla data di scadenza del concorso (8 dicembre 2025).

Per entrambe le sezioni è possibile anche partecipare con uno scritto collettivo (due o più autori). In questo caso il modulo deve essere compilato da un referente maggiorenne che indichi il nome di tutti gli autori coinvolti.

La partecipazione è gratuita.

3. Caratteristiche del racconto

  • Il racconto deve essere inedito e in lingua italiana.
  • Lunghezza massima: 10.000 caratteri spazi inclusi.
  • Il testo va inviato in formato Word, privo di qualsiasi riferimento all’autore. Il “nomefile” deve coincidere col titolo del racconto.

4. Modalità di invio

I materiali devono essere inviati entro e non oltre l’8 dicembre 2025 alle seguenti e-mail:

L’email deve contenere:

  • Il racconto in allegato.
  • Il modulo di partecipazione compilato e firmato.
  • Il modulo per il consenso al trattamento dei dati personali (privacy) firmato (anche dai genitori per i minori di anni 18).

5. Selezione e premi

Una giuria composta da scrittori, critici ed esperti valuterà i racconti. I testi selezionati saranno pubblicati in un’antologia, insieme ad alcuni racconti realizzati dagli Inkiostri.

I primi tre classificati per ogni sezione, oltre a un attestato, riceveranno in omaggio rispettivamente tre, due e una copia del libro contenente la loro opera.

La premiazione avverrà il 31 gennaio 2026 a Giaveno, durante il convegno “Il mio tesoro”, dedicato alla vita e alla letteratura fantastica.

Gli autori selezionati saranno contattati via email entro il 15 gennaio 2026.

6. Diritti d’autore

I diritti sul racconto rimangono di proprietà degli autori. Con l’invio del testo, l’autore autorizza la pubblicazione del racconto all’interno dell’antologia (formato cartaceo e\o digitale) legata al concorso e sui canali (digitali e cartacei) degli enti promotori del concorso, senza nulla a pretendere.

7. Accettazione del regolamento

La partecipazione al concorso implica la piena accettazione del presente regolamento.

L’anello e la spada, di Chiara Nejrotti e Stefano Giuliano

La nostra Chiara, assieme a Stefano Giuliano, per Bietti, hanno scritto due saggi su temi che ci sono molto cari. Riportiamo qui di seguito una chiacchierata che abbiamo fatto sull’argomento, e attorno.

Iniziamo facile: vorreste farci un riassunto brevissimo del tema di entrambi i saggi?

STEFANO: Nel mio scritto parlo del topos letterario e simbolico della Spada Spezzata. Si tratta di un motivo ricorrente della letteratura epica dal Beowulf ai romanzi del Graal. Andùril, la spada spezzata e riforgiata di Aragorn ha, infatti, radici profonde.

CHIARA: Io analizzo le valenze simboliche dell’ anello e approfondisco il tema dell’ anello che rende invisibili, presente sia nelle fiabe, sia nella letteratura: dall’anello di Gige, alle opere di Chretien de Troyes, mostrando come tutti questi elementi siano confluiti nell’opera di Tolkien. Affronto poi l’evoluzione dell’ anello, e degli anelli, i 3, i 7 e i 9, da Lo Hobbit a il Signore degli Anelli.

Insomma: la letteratura fantastica (ma si potrebbe dire: la letteratura), quando è grande, intercetta delle esigenze che sono incise nel cuore dell’uomo.

CHIARA: Certamente, questo riguarda tutta la grande letteratura, di cui l’ opera di Tolkien fa sicuramente parte. Il fantastico permette di esplorare e fare emergere in modo ancora più libero e ampio quelle esigenze profonde, citate dallo stesso Tolkien nel saggio Sulle fiabe. Più volte egli ha affermato che la sua opera tratta il tema della morte e dell’ immortalità. Questo emerge particolarmente proprio nell’ uso degli anelli sia per gli Elfi immortali che vorrebbero sconfiggere il decadimento del mondo, rifiutando in sostanza il cambiamento, sia per gli Uomini che rifiutano la propria condizione mortale.

STEFANO: Sì, nella letteratura fantasy, in particolare, il mito, sebbene rielaborato e rinarrato, persiste, riaffiorando, dunque, anche in un’epoca scettica, iper-razionalista e disincantata, come la nostra.

Spade e anelli, insomma, sono particolari e peculiari all’interno di una storia, eppure appartengono ad ogni storia ed ogni civiltà. Partiamo dall’anello: che è un dono, ma anche un vincolo.

CHIARA: Gli anelli sono gioielli molto antichi (risalgono almeno all’ Età del Bronzo)dalle forti valenze simboliche. La struttura circolare dell’ anello rimanda all’immagine della totalità e dell’ eternità, in una visione circolare del tempo. Viene considerato un pegno di fedeltà e di un legame indissolubile, come tra gli sposi, ma anche tra Signore e vassallo. È anche il gioiello che meglio si adatta ad essere portato addosso facilmente. Come hai detto tu, però, l’ essere pegno di un legame indissolubile ha anche un lato Ombra: il legame può essere di potere e asservimento e non di amore. Secondo i Pitagorici, l’anello che stringe il dito, stringe e incatena anche l’anima, perciò era considerato una sorta di incantesimo da cui liberarsi.

Ed infatti gli Anelli, nel corpus tolkieniano, sono insidiosi, seppure, ad una prima visione superficiale, donino a chi li possiede (e che poi, in realtà, ne sono posseduti) dei benefici.

CHIARA: Infatti… Sauron forgia gli anelli per asservire tutti. I più facili da dominare sono gli Uomini: i Nove diventano i Nazgul, non morti al servizio dell’ Oscuro Signore. Nei Nani gli anelli acuiscono l’avidità per l’ oro e benché gli anelli degli Elfi non siano stati toccati da Sauron e perciò non siano in sé malvagi, anzi, abbiano poteri difensivi e di preservazione, anch’essi rappresentano la tentazione degli Elfi di fermare il logorio del tempo, cosa che non può accadere per sempre nella Terra di Mezzo, che è il nostro mondo, ma solo nelle Terre Imperiture.

Da chiunque sia dettata, e per qualunque motivo, l’alterazione del corso “naturale” di un processo è comunque vista da Tolkien come una forzatura rischiosa. Gli anelli (ed in particolare l’Anello) diventa una falsa soluzione a quello che per Tolkien è tema del Signore degli Anelli: la morte.

CHIARA: Esattamente: gli anelli e in particolare l’ Unico, vengono proposti come soluzione, da parte di Sauron, del decadimento della Terra di Mezzo per gli Elfi e della morte per gli Uomini. I nove anelli donano grandi poteri e una vita che non finisce mai, ma è una falsa immortalità poiché diventano spettri, perdendo ogni umanità e individualità. Connesso all’ anello e al mondo delle Ombre è il tema dell’ invisibilità: i portatori degli anelli, oltre a essere invisibili agli occhi degli altri, penetrano in un mondo di spiriti disincarnati, diventando essi stessi spettri.
Nella mitologia greca il potere dell’ invisibilità appartiene a Ade, Signore dei morti; anche se si tratta di un elmo e non di un anello. Non è per gli Uomini.
Comunque gli anelli e l’Unico hanno una lunga “gestazione” da parte di Tolkien. Ne lo Hobbit, l’ anello era un semplice espediente fiabesco perché Bilbo potesse compiere le sue imprese. _ Dovendo costruire un seguito, Tolkien trovò nell’ anello e nelle sue caratteristiche simboliche,che esplorò e approfondì, il collegamento ideale. La storia della forgiatura degli anelli nella seconda Era nasce proprio in questo periodo

Passiamo alle spada: la spada è qualcosa di completamente differente!

STEFANO: La spada è un simbolo polivalente: segno della condizione sovrana e della funzione guerriera, immagine della giustizia del potere, è sempre stata accompagnata da un alone di sacralità sin dai tempi più remoti. Adoperata nei riti di iniziazione guerriera e in quelli di ascesa al trono (si pensi anche alla recente cerimonia di incoronazione di Carlo d’Inghilterra), la spada possiede un grande fascino e prestigio, differenziandosi da altre armi quali l’ascia o la lancia, come dimostra anche l’abitudine di assegnarle un nome (Excalibur, Durlindana Gramr, ecc.).
In effetti, la spada è un qualcosa di completamente differente dell’Anello. Entrambi, la Spada e l’Anello si collegano al tema del Potere, un tema che nel Signore degli Anelli acquista particolare complessità. Tuttavia, se l’uno rappresenta un potere che lega e seduce, un potere tirannico e oppressivo, facendo trapelare una connotazione assai negativa del potere, l’altra rappresenta un potere che difende e protegge, un potere riconosciuto e rispettato, trasmettendo l’idea, opposta, di un potere benefico, giusto, magnanimo.

E tuttavia questo potere, che sicuramente è un onore, diventa anche un onere, per chi ne è investito.

STEFANO: Il potere è sempre accompagnato dalla responsabilità. Chi possiede l’autorità regale, come Aragorn nel Lord, ha diritto al trono perché è l’erede legittimo e la sua legittimità è confermata (come accadeva per i re del Medio Evo), dalle vittorie in battaglia, dallo ius sanguinis e dalle capacità guaritrici, nonché dal possesso della Spada Andùril, la spada che fu rotta (simbolo di una regalità infranta) e che è stata riforgiata (simbolo di una regalità restaurata). Il potere di Aragorn è un onore e una responsabilità di cui si fa carico grazie alle sue virtù guerriere, alle sue qualità umane e al suo carisma.

Approfondiamo un po’ il valore simbolico della spada spezzata, e della sua seconda forgiatura.

STEFANO: La spada spezzata è un autentico topos mitico e letterario. Si ritrova, infatti, in molti racconti eroici: dai poemi germanici (il Beowulf, la Saga dei Volsunghi) ai romanzi medievali del Graal (il Perceval di Chrétien, le Continuations, la Queste del Saint Graal).
È possibile individuare gli elementi comuni ai diversi racconti: una spada è forgiata da un fabbro-mago oppure ha origine soprannaturale; tale arma è acquisita da un eroe predestinato dopo il superamento di una prova (si pensi all’estrazione di Excalibur); la lama permette la vittoria in battaglia o il riconoscimento della regalità; in seguito, la spada si spezza per ragioni disparate (chi la possiede perde lo status eroico oppure la usa infrangendo un divieto, oppure perché chi la impugna non ne è degno); infine la spada è riforgiata e affidata a un eroe destinato a grandi imprese (si pensi a Perceval o a Galaad).
Tolkien sembra quindi riprendere e rielaborare tale tema narrativo attraverso la spada di Aragorn. Narsil è infatti la spada del re Elendil, spezzatasi durante la battaglia di Dagorlad, riforgiata dai fabbri elfici e ribattezzata con un nuovo nome: Andúril. Intorno a essa si coagulano le profezie e le speranze del ritorno di un sovrano capace di restaurare un regno in decadenza, riportare fecondità alla terra, restituire salute, pace e benessere agli abitanti.

La “waste land”. In molti casi l’oggetto influenza non solo il suo portatore (e il suo creatore) ma anche l’ambiente che lo circonda (basta pensare, in Tolkien, a Nenya, l’anello di Galadriel), il suo potere (negativo o positivo) è diffuso.

STEFANO: Come si sa, la Waste Land è la Terre Gaste dei romanzi medievali del Graal, un regno reso sterile a causa di un evento doloroso, e che deve essere risanato dall’azione dell’eroe salvifico (Perceval).
Ora, in Tolkien, Mordor, il dominio di Sauron, è indubbiamente una rivisitazione di una Waste Land appunto. È, infatti, un luogo desertico e inaridito, soggetto alla violenza e alla forza bruta, immagine di un mondo privo di vita e di bellezza. Lo stesso può dirsi di Isengard, un territorio triste e spoglio, stravolto e impoverito. In ambedue i casi la presenza di due figure nefaste (Sauron e Saruman) altera, contamina l’ambiente provocandone l’inaridimento.

Anche Gondor può essere identificata come una terra desolata, a causa delle devastazioni della guerra e della mancanza di un re legittimo. L’arrivo di Aragorn, figura intorno a cui si condensano attese di tipo messianico, restituirà al regno il suo sovrano, riportando pace, giustizia, salute e fecondità.

CHIARA: Come ha detto Stefano, la Terra desolata non è dovuta tanto all’ Anello in sé quanto all’ azione di Sauron. Tuttavia se questi avesse riconquistato l’anello tutta la Terra di Mezzo sarebbe diventata come Mordor. È interessante inoltre che nel decimo volume della History, intitolato appunto ” Morgoth’s Ring” Tolkien dice che in un certo senso la stessa Arda è “l’ anello di Morgoth”, nel senso che Melkor, il Valar caduto, l’ ha corrotta dall’ origine ma in questo modo ha anche confinato in essa gran parte del suo potere, diventando appunto Morgoth-il nemico- ma non potendo più liberarsi da quelle sembianze. Come sappiamo, il male non può creare ma solo corrompere e la degradazione voluta e causata si ripercuote anche su chi la causa.

È interessante questo conferimento all’interno dell’oggetto di un potere, quasi fosse un “sacrificio” che comporta vantaggi, ma anche limiti ed un “impoverimento” della fonte. L’esempio più evidente, nella letteratura fantastica contemporanea, è negli Horcrux di Voldemort. È, insomma, una storia antica che si ripete, e ripete, e si ripropone continuamente nella letteratura. Insomma, piacerebbe a Jung.

CHIARA: Il tema del trasferimento di una parte essenziale di sé in un oggetto magico, fatto che amplifica il potere ma in un certo senso lo limita, è molto antico e compare in numerose fiabe. Vi accenna lo stesso Tolkien (senza parlare dell’ Anello) nel suo saggio Sulle Fiabe, citando come esempio The Giant’s Heart di George Mac Donald “che trae il suo argomento principale da racconti tradizionali ben conosciuti”. Un motivo folklorico e fiabesco universale e diffuso.

Avviamoci alla conclusione: vorreste suggerisci un saggio e un’opera narrativa ciascuno, che sfiorino (o ci siano dentro del tutto) su quanto abbiamo chiacchierato?

STEFANO: Come saggio sul tema della spada, suggerisco la lettura di Francesco Marzella, “Excalibur. La spada nella roccia tra mito e storia“, Salerno Editrice.
Come opera narrativa non posso non suggerire un classico fantasy: Poul Andersono, “
La Spada Spezzata“, Fanucci.

CHIARA: Dato che la saggistica su Tolkien è ormai sterminata non saprei sceglierne uno. Nella bibliografia ho citato “Il fuoco segreto” di Caldecott, io poi ho una predilezione per gli studi di Verlyn Flieger. Per quanto riguarda la narrativa e visto che Stefano ha citato Poul Anderson, propongo dello stesso autore Tre cuori e tre leoni, anche se non c’entra con l’anello.

Grazie anche di questi consigli! Buona lettura a tutti!

Un paio di presentazioni

Come si diceva, il 16 maggio abbiamo presentato il nostro La Bibbia che non c’è al Salone del Libro: qui sotto trovate un video (l’audio non è il massimo, ma il Salone, si sa, è un posticino rumoroso).

Pochi giorni dopo, il 23 maggio, alla chiesa di Santa Teresa d’Avila di Torino (che chic), una bella serata di presentazione di C’è del buono in questi mondi. Guarda belle le foto!

La Bibbia che non c’è

Le riscritture bibliche sono un tema nobile e d’effetto: da Mann a Twain, a Yourcenar sono tanti i grandi autori che hanno preso spunto dalla Bibbia, per la loro opera; e c’è così venuto in mente di avventurarci in questa ventura, con rispettosa (ma gagliarda) circospezione.

Ne è uscita una antologia di racconti, che sarà a breve pubblicata da Tau Editrice. Potrete leggere sia delle rielaborazioni narrative di alcuni episodi biblici, calati nel loro tempo, ma anche delle riletture un po’ bizzarrone (chi l’avrebbe detto che l’Antico Testamento si sarebbe potuto intravedere nella luce di un racconto di fantascienza? O di una parodia?).

Presenteremo il libro il giorno 16 maggio, ore 14.00, al Salone del Libro, Stand UELCI (Padiglione Oval, stand W21). Venite a trovarci, ci facciamo pure una chiacchierata!

S’è fatto a tempo

Mesi fa, inviavamo il nostro ultimo lavoro “giubilare”, C’è del buono in questi mondi, all’attenzione di Papa Francesco (c/o Santa Sede – Citta del Vaticano).

Mons. Roberto Campisi ci risponde così

Ci piace un po’ pensare (è una fantasia) che uno degli ultimi libri che sono capitati sotto gli occhi di Francesco sia stato il nostro. Sono giorni (ore) di conclave: ed un nostro pensiero va a Jorge Mario Bergoglio.

Il Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto

Vi accennavamo dell’uscita del Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto: ci abbiamo fatto pure due chiacchiere!

Dunque, Cuatto, iniziamo con una riassunto senza spoiler della trama.

La storia raccontata nel Cantico delle Ceneri si svolge tra il 1358 e il 1359, attorno alla Sacra di San Michele, nei boschi e nei villaggi raccolti ai suoi piedi. Sono due storie che si incrociano e si toccano, spesso senza saperlo, per poi confluire nell’ultimo atto, ovvero la terza parte del libro. Le due storie seguono le vicende di Artemisia e Clovis, due personaggi completamente opposti. L’una è una giovane donna di umile origine che si troverà a conoscere il mondo antico e misterioso delle Masche (volgarmente, diciamo che sono streghe). L’altro è un monaco francese, un talentuoso miniatore che da lontano giunge a San Michele in cerca di un baluardo di fede in un mondo sconvolto. Entrambi i protagonisti, come tutti gli altri personaggi, dovranno fare i conti con qualcosa di più potente di loro, un antico patto sepolto nell’oscurità dei boschi, che rischia di distruggere le glorie dell’abbazia e la sacra tradizione dei boschi.

Una medievista che racconta di Medioevo: come si approccia allo scrivere una storia ambientata in un contesto che si conosce, ma di cui si è anche consapevoli di non conoscere molte cose?

La ricostruzione storica, nel libro, è stata la base di tutto, prima ancora di voler dare una storia con elementi fantastici era mio desiderio dare un quadro, manzonianamente parlando, verosimile. Ho giocato in casa, scrivendo dell’epoca che ho studiato affrontando ambiti molto conosciuti, come ad esempio la vita in un’abbazia, ma anche poco testimoniati, come la quotidianità delle classi più umili. Ma conoscere bene l’epoca, il modo di agire e di pensare, liberandosi dai comuni pregiudizi, permette anche di tentare ricostruzioni che ben si inseriscono sia nel flusso del racconto sia nella Storia. Le licenze inevitabilmente ci sono, sopperiscono alla mancanza di informazioni, così come gli elementi fantastici con l’intenzione di dare al libro l’aspetto di una ricostruzione verosimile godibile, senza voler essere un trattato puntiglioso.

E d’altra parte, nella tua storia, rientra il soprannaturale: sia ‘pagano’ (diciamo così in assenza di un termine più centrato), sia cristiano.

Il soprannaturale è il vero fulcro della storia, quel qualcosa di più potente, sia esso sotto la forma del Dio cristiano, delle antiche tradizioni della civiltà druidica, del sogno premonitore, della magia o del destino inevitabile. E nel soprannaturale si consumano l’incontro e scontro che muovono le vicende della storia, senza voler essere la classica immagine di una Chiesa medioevale, oscurantista e persecutrice contro un tipo di religiosità antica e popolare. C’è sì il soprannaturale ma chi agisce nella storia è umano, su entrambi i fronti si trovano santi e peccatori che difficilmente si incasellano nella rigida dicotomia bene/male. La sfera del religioso ha richiesto ampie ricerche, soprattutto per la parte “pagana” che si perde laddove storia e leggenda non hanno confini particolarmente netti.

Il Cantico delle Ceneri, con la sua autrice. È quella nella parte alta dell’immagine

Nel romanzo si legge dello “scontro” tra le due tradizioni, ma, mi pare, che la tesi di fondo (se di tesi si può parlare) sia che ci possa essere una via se non di commistione, almeno di reciproca comprensione.

Nel periodo in cui si svolge il romanzo, questa convivenza esiste da 360 anni circa, da quando fu sigillato questo accordo attorno al quale ruota la narrazione. Non c’è esattamente pace, c’è una tregua ben nascosta, della quale pochi sono a conoscenza, che viene infranta da un atto violento che distrugge la quiete. Rimando qui al titolo, alla parola “ceneri”, che accomuna i due mondi i quali viaggiano entrambi, e convergono, verso la propria fine, l’uno a completare l’altro. L’abbazia si trova a vivere fuori dal proprio tempo, in un contesto storico che non è più il proprio, ha un aspetto dorato e benestante ma sta lentamente marcendo; l’antico culto dei boschi è ridotto a pochissimi testimoni, la storia lo sta inghiottendo dopo secoli di dominio. Questi due mondi hanno conosciuto la prosperità insieme e conosceranno la decadenza insieme, per quanto sembrino diametralmente opposti, sono la stessa cosa.

D’altra parte (lo si dice puramente come constatazione sociologica) nella nostra contemporaneità languida e scettica, entrambe queste tradizioni sembrano essere percepite al crepuscolo.

Le ceneri a cui fa riferimento il titolo del libro sono la fine di qualcosa che ormai è bruciato, ha fatto luce e si è spento. Ma dalle ceneri, di ieri e di oggi, può rinascere qualcosa se viene dato combustibile e se vengono attizzate nel modo giusto. Tempora bona veniant, è una storia si di decadenza ma anche di speranza, l’abbazia di San Michele dopo cinquecento anni torna a risplendere, le leggende delle Masche ancora sono raccontate. Non è certo un romanzo che vuole fare la morale e criticare il mondo contemporaneo lontano secoli dall’epoca in cui è ambientato, assolutamente, vuole solo raccontare una storia, ma si possono leggere anche questi messaggi tra le sue righe.

Ogni autore che ha a che fare con il soprannaturale si impone, di solito, delle regole: hai fatto anche tu lo stesso?

Anche il soprannaturale e la magia richiedono regole, certo. Innanzitutto la scelta di quali figure fantastiche inserire in un romanzo a base storica, ho cercato personaggi che non andassero troppo a intaccare la storicità (per dire potevo metterci i draghi, bellissimi, ma un po’ ingombranti). Trovate le figure delle Masche, tra leggenda e realtà, esistendo processi a queste donne, le ho studiate e a dir la verità ho apportato poche modifiche alla loro natura. Per intenderci, le Masche, le streghe del folklore piemontese, sono talvolta descritte come donne, talvolta come spiriti, ora come personaggi pacifici ma dispettosi, ora come entità maligne e vendicative; io le ho rese donne semplici, donne del popolo eredi di questa antica tradizione, capaci di incanalare le forze della natura, senza sconvolgerle. Le regole, quindi, le ha imposte la natura stessa, una magia non sensazionale e distruttiva ma ben inserita nelle cose del mondo. In quanto umane, le ho dovute dotare anche di debolezze, non sarebbe stato credibile il contrario.

La Sacra di San Michele. Certo come ambientazione è meglio di un parcheggio multipiano

Come hai conciliato l’esigenza di mettere assieme un tema di folklore locale (le Masche appunto) con un respiro ed un indirizzo più ampio?

L’obiettivo primo di questo libro è raccontare non solo una storia, ma anche un luogo rimasto uguale a sé stesso nonostante i secoli che ci separano dal XIV secolo. Desideravo un romanzo corale nel quale la gente che vive quelle stesse terre potesse riconoscersi: attraverso i luoghi che sono tutti reali, attraverso la lingua che ricalca il dialetto moderno, attraverso la leggenda delle Masche che tutti conoscono e attraverso l’immagine della Sacra di San Michele che vediamo ogni giorno affacciandoci dalla finestra. La val di Susa, la terra che è raccontata e che racconta questa storia, è tutto questo, storia e leggenda insieme, inserita nella famosa Storia con la S maiuscola. È venuto tutto abbastanza naturale, senza che il fantastico forzasse la storia o il contrario.
Mi sono trovata, tra l’altro, a vedere come della parte più strettamente storica relativa alla Sacra è davvero poco conosciuta da chi ci vive direttamente sotto, questo dona al romanzo anche una sfumatura “divulgativa”, pur sempre rimanendo una storia da leggere e raccontare
.

La pro loco valsusina dovrebbe farti un contratto almeno a tempo determinato! Raccontaci il tuo rapporto con la Sacra, dai.

La Sacra c’è sempre stata, è sempre stata lì ad osservare con attenzione tutto quanto. Ho iniziato a conoscerla meglio, però, durante il liceo fino a diventare una guida volontaria all’interno del monumento, mansione svolta per qualche anno. È un rapporto, se si può dire parlando di un edificio, di stretta amicizia e di arricchimento, una continua scoperta di storia, di arte e di cultura, che ha portato fino alla redazione della tesi triennale in beni culturali proprio su alcune sculture presenti nella Chiesa abbaziale. Ora sono lontana da Lei, ma tornare in valle e vederla dalla strada comparire tra le nubi è sempre un’emozione che sa di casa, una meraviglia come se fosse la prima volta che la vedo. Il romanzo, dunque, è anche una sorta di tributo, un piccolo tassello della sua storia immensa e lunghissima.

Grazie Miriam! Buona lettura a tutti!


Qualche fiaba

La maggior parte delle nostre opere proviene da dei piccoli concorsi interni, con cui ci divertiamo a scrivere, indovinarci, leggerci. Ultimamente, ci siamo dilettati con delle fiabe (e chissà, forse un giorno ne uscirà qualcosa). Tre di queste sono state lette (e chissà, anche qui: forse un giorno ne aggiungeremo) e le trovate qua, per accompagnarvi qualche minuto.

Ah: iscrivetevi al canale!

La Cipolla d’Oro – di Maria Finello

Le armi del cavaliere – di Giovanni Bertoglio

Sorriso e Primavera – di Patrizio Righero

Uscite d’Inkiostri

Giorni di uscite dei sodali! Per Cantagalli il nostro Paolo Gulisano ha scritto un libro sul Giubileo, mentre Chiara Bertoglio per Centro Eucaristico racconta (e citiamo) di itinerari fra musica e fede, teologia, cultura e spiritualità, legati al tema del “cammino” e del “pellegrinaggio” nella musica classica, sacra e non solo, mentre Miriam Cuatto (niente link che non ha un sito blog niente. Fa la medievista), con Graffio propone il suo primo romanzo, Il cantico delle ceneri, c’è pure il trailer (qui sotto). Alè, buona lettura a tutti!

C’è del buono in questi ipertesti

Archiviate le due presentazioni del nostro libro C’è del buono in questi mondi: sul nostro canale YouTube (iscrivetevi!) trovate gli interventi alla presentazione del 27 marzo dei relatori, mentre qui e qui trovate due resoconti della presentazione (annessa al Tolkien Reading Day) alla Biblioteca di Sant’Antonino di Susa.

Trovate una bella recensione anche qui su Fantasymagazine, ed un’altra qui da agdnotizie. Una terza, a firma di Benedetta Dui, da legraindeble. Mentre Saverio Simonelli ci ha poi dedicato un poco di tempo su TV2000: grazie a tutti!

Due appuntamenti, per il Tolkien Reading Day

Anche quest’anno ci ritroveremo, per il Tolkien Reading Day (eccheè? Qui, come sempre, dalla Tolkien Society). Il tema di quest’anno è Fellowship and Community (tralasciamo ogni tentativo di traduzione).

Ma quest’anno si raddoppia! Ci troveremo, proprio nel giorno del TRD, il 27 marzo, a Pinerolo, ore 17.30, presso la Biblioteca Diocesana G. Bonatto, dove parleremo di Tolkien, presenteremo il nostro libro C’è del buono in questi mondi, e pure ascolteremo un po’ di musica.

E poi ci rivedremo ancora il 30 marzo (domenica) alla Biblioteca (sì, ci piacciono le biblioteche) Comunale di Sant’Antonino di Susa, alle 15.30, staremo un po’ assieme per leggere i brani del Professore che tanto ci appassionano. Siete tutti invitati!

Una via Crucis

Una piccola colonna del nostro gruppo (che è poi la stessa falange che l’anno passato aveva fatto questo) s’è messo in testa che fosse una cosa bella pensare ad una via Crucis, ma un po’ particolare.

C’è venuta l’idea di fare parlare gli attori (che sono poi persone che hanno vissuto e mangiato e vestito panni) della via Crucis: Pilato, Tommaso, Veronica, e tanti altri, in quattordici stazioni.

Abbiamo deciso di farne un sussidio che stesse a metà tra una liturgia ed una lettura, di modo che ognuno (che lo volesse, ovviamente) possa farne un qualcosa di buono per questa quaresima che è prossima ad iniziare: trovate ogni indicazione utile qui, sul sito di Vita Diocesana Pinerolese.

A presto per altre cosette!

C’è del buono in questi mondi

Insomma, s’è fatto un libro di saggi: e saggi sulla speranza, che una cosa nobile e sincera, e il tema del Giubileo che s’è aperto qualche giorno fa.

La copertina (bella, vero?) è di Debora Pacifico, e la prefazione è dell’autorità tolkieniana Giuseppe Pezzini. Saggiamo Tolkien, Ende, Lewis e Rowling, che è un bel quartetto. S’uscirà fra un po’, metà di gennaio o giù di lì (ma intanto se volete qualche informazione a vitaeditrice@gmail.com, e comunque vi teniamo aggiornati). Nel frattempo, ecco i titoli dei saggi!

  • Leaf by Niggle: subcreazione come pellegrinaggio di speranza – di Chiara Bertoglio
  • «Sulle fiabe»: le radici profonde della Speranza nell’opera di J.R.R. Tolkien – di Davide Gorga
  • Gioia e speranza tra il regno d’ombra dell’Anello e il grigiore dei personaggi tolkieniani – di Daniele Barale
  • Le stelle come simbolo di speranza – di Chiara Nejrotti
  • Il dono di Nienna. Lutto e speranza nel Silmarillion – di Maria Finello
  • Estel, la Speranza elfica – di Sebastiano Tassinari
  • Tomisti contro Sauron: un cammino di speranza dalla Terra di Mezzo – di Marco Casazza
  • Sam, l’Hobbit della speranza – di Ives Coassolo
  • C.S. Lewis, la speranza che vive a Narnia – di Paolo Gulisano
  • Ende e “La Storia Infinita”. La Fantasia versus il Nulla – di Luisa Paglieri
  • La riscossa degli Improbabili: Neville, Guardiano di Speranza a Hogwarts – di Marina Lenti

Un commiato pieno di cuore, da Sammy Basso

La vita di Sammy Basso è stata una di quelle che è stato bello accompagnare, anche solo come ammiratori. Ci ha lasciato più poveri della sua presenza il 5 ottobre 2024. Riportiamo dal sito Vaticannews la sua lettera, letta nel giorno del funerale. Ci sono le cose che ci piacciono: cuore, leggerezza, coraggio, cortesia, spirito, fede.


Carissimi,

Se state leggendo questo scritto allora non sono più tra il mondo dei vivi. Per lo meno non nel mondo dei vivi per come lo conosciamo. Scrivo questa lettera perché se c’è una cosa che mi ha sempre angosciato sono i funerali. Non che ci fosse qualcosa di male, nei funerali, dare l’ultimo saluto ai propri cari è una tra le cose più umane e più poetiche in assoluto. Tuttavia, ogni volta che pensavo a come sarebbe stato il mio funerale, ci sono sempre state due cose che non sopportavo: il non poter esserci e dire le ultime cose, e il fatto di non poter consolare chi mi è caro. Oltre al fatto di non poter parteciparvi, ma questo è un altro discorso…

E perciò, ecco che ho deciso di scrivere le mie ultime parole, e ringrazio chiunque le stia leggendo. Non voglio lasciarvi altro che quello che ho vissuto, e visto che si tratta dell’ultima volta che ho la possibilità di dire la mia, dirò solo l’essenziale senza cose superflue o altro….

Voglio che sappiate innanzitutto che ho vissuto la mia vita felicemente, senza eccezioni, e l’ho vissuta da semplice uomo, con i momenti di gioia e i momenti difficili, con la voglia di fare bene, riuscendoci a volte e a volte fallendo miseramente. Fin da bambino, come ben sapete, la Progeria ha segnato profondamente la mia vita, sebbene non fosse che una parte piccolissima di quello che sono, non posso negare che ha influenzato molto la mia vita quotidiana e, non ultime, le mie scelte. Non so il perché e il come me ne andrò da questo mondo, sicuramente in molti diranno che ho perso la mia battaglia contro la malattia. Non ascoltate! Non c’è mai stata nessuna battaglia da combattere, c’è solo stata una vita da abbracciare per com’era, con le sue difficoltà, ma pur sempre splendida, pur sempre fantastica, né premio, né condanna, semplicemente un dono che mi è stato dato da Dio.

Ho cercato di vivere più pienamente possibile, tuttavia ho fatto i miei sbagli, come ogni persona, come ogni peccatore. Sognavo di diventare una persona di cui si parlasse nei libri di scuola, una persona che fosse degna di essere ricordata ai posteri, una persona che, come i grandi del passato, quando la si nomina, lo si fa con reverenza. Non nego che, sebbene la mia intenzione era di essere un grande della storia per avere fatto del bene, una parte di questo desiderio era anche dovuto ad egoismo. L’egoismo di chi semplicemente vuole sentirsi di più degli altri. Ho lottato con ogni mia forza questo malsano desiderio, sapendo bene che Dio non ama chi fa le cose per sé, ma nonostante ciò non sempre ci sono riuscito. Mi rendo conto ora, mentre scrivo questa lettera, immaginando come sarà il mio ultimo momento nella Terra, che è il più stupido desiderio che si possa avere. La gloria personale, la grandezza, la fama, altro non sono che una cosa passeggera. L’amore che si crea nella vita invece è eterno, poiché Dio solo è eterno, e l’amore ci viene da Dio. Se c’è una cosa di cui non mi sono mai pentito, è quello di avere amato tante persone nella mia vita, e tanto. Eppur troppo poco. Chi mi conosce sa bene che non sono un tipo a cui piaccia dare consigli, ma questa è la mia ultima occasione… perciò ve ne prego amici miei, amate chi vi sta intorno, non dimenticatevi che i nostri compagni di viaggio non sono mai il mezzo ma la fine. Il mondo è buono se sappiamo dove guardare!

Sammy (dal sito di Avvenire)

In molte cose, come vi ho già detto, sbagliavo! Per buona parte della mia vita ho pensato che non ci fossero eventi totalmente positivi o totalmente negativi, che dipendesse da noi vederne i lati belli o i lati oscuri. Certo, è una buona filosofia di vita, ma non è tutto! Un evento può essere negativo ed esserlo totalmente! Quello che spetta a noi non è nel trovarci qualcosa di positivo, quanto piuttosto di agire sulla retta via, sopportando, e, per amore degli altri, trasformare un evento negativo in uno positivo. Non si tratta di trovare i lati positivi quanto piuttosto di crearli, ed è questo a mio parare, la facoltà più importante che ci è stata data da Dio, la facoltà che più di tutti ci rende umani.

Voglio farvi sapere che voglio bene a tutti voi, e che è stato un piacere compiere la strada della mia vita al vostro fianco. Non vi dirò di non essere tristi, ma non siatelo troppo. Come ad ogni morte, ci sarà qualcuno tra i miei cari che piangerà per me, qualcuno che rimarrà incredulo, qualcuno che invece, magari senza sapere perché, avrà voglia di andare fuori con gli amici, stare insieme, ridere e scherzare, come se nulla fosse successo. Voglio esservi accanto in questo, e farvi sapere che è normale. Per chi piangerà, sappiate che è normale essere tristi. Per chi vorrà fare festa, sappiate che è normale far festa. Piangete e festeggiate, fatelo anche in onore mio.

Se vorrete ricordarmi invece, non sprecate troppo tempo in rituali vari, pregate, certo, ma prendete anche dei bicchieri, brindate alla mia e alla vostra salute, e siate allegri. Ho sempre amato stare in compagnia, e perciò è così che vorrei essere ricordato.

Probabilmente però ci vorrà del tempo, e se voglio veramente consolare e partire da questo mondo in modo da non farvi stare male, non posso semplicemente dirvi che il tempo curerà ogni ferita. Anche perché non è vero. Perciò vi voglio parlare schiettamente del passo che io ho già compiuto e che tutti devono prima o poi compiere: la morte.

Anche a solo dirne il nome, a vote, la pelle rabbrividisce. Eppure è una cosa naturale, la cosa più naturale al mondo. Se vogliamo usare un paradosso la morte è la cosa più naturale della vita. Eppure ci fa paura! È normale, non c’è niente di male, anche Gesù ha avuto paura.

È la paura dell’ignoto, perché non possiamo dire di averne avuto esperienza in passato. Pensiamo però alla morte in modo positivo: se lei non ci fosse probabilmente non concluderemo niente nella nostra vita, perché tanto, c’è sempre un domani. La morte invece ci fa sapere che non c’è sempre un domani, che se vogliamo fare qualcosa, il momento giusto è “ora”!

Per un Cristiano però la morte è anche altro! Da quando Gesù è morto sulla croce, come sacrificio per tutti i nostri peccati, la morte è l’unico modo per vivere realmente, è l’unico modo per tornare finalmente alla casa del Padre, è l’unico modo per vedere finalmente il Suo Volto.

E da Cristiano ho affrontato la morte. Non volevo morire, non ero pronto per morire, ma ero preparato.

L’unica cosa che mi dà malinconia è non poter esserci per vedere il mondo che cambia e che va avanti. Per il resto però, spero di essere stato in grado, nell’ultimo mio momento, di veder la morte come la vedeva San Francesco, le cui parole mi hanno accompagnato tutta la vita. Spero di essere riuscito anch’io ad accogliere la morte come “Sorella Morte”, dalla quale nessun vivente può scappare.

Se in vita sono stato degno, se avrò portato la mia croce così come mi era stato chiesto di fare, ora sono dal Creatore. Ora sono dal Dio mio, dal Dio dei miei padri, nella sua Casa indistruttibile.

Lui, il nostro Dio, l’unico vero Dio, è la causa prima e il fine di ogni cosa. Davanti alla morte nulla ha più senso se non lui. Perciò, sebbene non c’è bisogno di dirlo, poiché Lui sa tutto, come ho ringraziato voi voglio ringraziare anche Lui. Devo tutta la mia vita a Dio, ogni cosa bella. La Fede mi ha accompagnato e non sarei quello che sono senza la mia Fede. Lui ha cambiato la mia vita, l’ha raccolta, ne ha fatto qualcosa di straordinario, e lo ha fatto nella semplicità della mia vita quotidiana.

Non stancatevi mai, fratelli miei, di servire Dio e di comportarvi secondo i suoi comandamenti, poiché nulla ha senso senza di Lui e perché ogni nostra azione verrà giudicata e decreterà chi continuerà a vivere in eterno e chi invece dovrà morire. Non sono certo stato il più buono dei cristiani, sono stato anzi certamente un peccatore, ma ormai poco conta: quello che conta è che ho provato a fare del mio meglio e lo rifarei.

Non stancatevi mai, fratelli miei, di portare la croce che Dio ha assegnato ad ognuno, e non abbiate paura di farvi aiutare nel portarla, come Gesù è stato aiutato da Giuseppe di Arimatea. E non rinunciate mai ad un rapporto pieno e confidenziale con Dio, accettate di buon grado la Sua Volontà, poiché è nostro dovere, ma non siate nemmeno passivi, e fate sentire forte la vostra voce, fate conoscere a Dio la vostra volontà, così come fece Giacobbe, che per il suo essersi dimostrato forte fu chiamato Israele: Colui che lotta con Dio.

Di sicuro, Dio, che è madre e padre, che nella persona di Gesù ha provato ogni umana debolezza, e che nello Spirito Santo vive sempre in noi, che siamo il suo Tempio, apprezzerà i vostri sforzi e li terrà nel Suo Cuore.

Ora vi lascio, come vi ho detto non amo i funerali quando diventano troppo lunghi, e io breve non sono stato. Sappiate che non potrei mai immaginare la mia vita senza di voi, e se mi fosse data la possibilità di scegliere, avrei scelto ancora di crescere al vostro fianco. Sono contento che domani il Sole spunterà ancora….

Famiglia mia, fratelli miei e amore mio, Vi sono vicino e se mi è concesso, veglierò su di voi,

Vi voglio bene.

Sammy

PS: State tranquilli, tutto questo è solo sonno arretrato…

L’ultimo posto di Eric Pearlman

Riportiamo qui l’accorata prefazione di Chiara Bertoglio de L’ultimo posto di Eric Pearlman, pubblicato da Marcovalerio (che ha nel suo bel catalogo pure i nostri libri!).


Il 20 novembre 2022, solennità di Cristo Re, Papa Francesco ha celebrato la Messa ad Asti, città da cui proveniva la sua famiglia. Come sempre, l’Eucaristia è stata trasmessa dalla televisione nazionale, e ha portato conforto, preghiera e calore a tante persone che, per età, malattia, disabilità o impegni non possono partecipare alla Messa comunitaria. Per molte di loro, non poter ricevere la Comunione è una mancanza pesante; tuttavia, sempre e a chiunque è possibile accostarsi alla “comunione spirituale”, pregando con intensità e desiderando l’unione profonda con Cristo. Per aiutare questi sentimenti a nascere nel cuore dei “fedeli-telespettatori”, il commentatore televisivo ha letto una preghiera. Ed è una delle preghiere di Eric Pearlman pubblicate in questo piccolo ma prezioso libro.

Le poesie/preghiere di Pearlman circolano, infatti; trasportate dalle correnti misteriose del web, che amplifica i sussurri e a volte silenzia le grida, ma che spesso sa raggiungere in modi impensati porti lontani, e deporre sull’uscio di chi ne ha bisogno la risacca di una parola “giusta”.

Pearlman ha il dono raro di saper dire l’uomo di oggi, nella sua nuda verità, nelle sue fatiche, in interrogativi che spesso somigliano a quelli di un Giobbe 3.0; ma anche – e questo è forse ancora più raro – di parlare con le parole di Dio, di parlare a Dio con le parole che Egli vuole sentire, quelle che ha messo sulle nostre labbra. Il lessico e i contenuti delle poesie/preghiere di Pearlman sono infatti intrisi di Scrittura, di Salmi, di Vangelo, di profeti; che però, ritrovandosi a condividere lo spazio con icone della modernità – dai jeans allo Xanax, dalla birra alla pubblicità – si rivelano nella loro atemporale vertiginosa attualità. È l’Incarnazione, mistero supremo del cristianesimo, che nella tensione fra tempo ed eterno ci scuote quotidianamente con l’incanto di un Dio che si piega sulla banalità apparente di ogni nostro oggi.

Ed è un’Incarnazione che lascia intravedere i due misteri da essa inscindibili, quello della croce e quello della risurrezione. I versi di Pearlman spesso raccontano fatica e dolore, sofferenza, interrogativi pressanti, momenti in cui si arranca e ci si perde. La fede narrata da Pearlman è tutt’altro che “l’oppio dei popoli” di marxiana memoria; è viceversa un polder strappato giorno dopo giorno all’oceano del dubbio, ma di cui ogni centimetro trasuda verità, proprio perché nulla è regalato o consolatorio, nulla è evasione o disimpegno.

Pearlman dà del tu a Dio, nel pieno senso della parola: ci invita a guardare negli occhi Colui che è Padre, e che desidera essere interpellato dai suoi figli. Gesù alla Samaritana dice che il Padre “cerca” adoratori in “Spirito e verità”: e quella verità è innanzi tutto Lui stesso, via, verità e vita, ma è anche la condizione necessaria per un vero rapporto con Dio. Con il breviario laico che si trova in queste pagine, Pearlman ci invita a riscrivere il nostro rapporto con Dio, riportandolo a una verità essenziale, nuda, a volte scomoda, nella quale l’interpellare francamente e talora bruscamente Dio è garanzia della verità di noi stessi. Perché Dio è verità sempre; siamo noi che tanto spesso non siamo verità nemmeno davanti a Lui, oltre che con noi stessi e con gli altri. Dare del tu a Dio vuol dire dare del tu anche a noi stessi, alla nostra verità, al nostro scomodo essere come siamo, con le nostre fragilità, i nostri fallimenti, le nostre ingenuità e il nostro peccato, ma anche con la meraviglia delle creature che Egli ha creato e di cui è costantemente innamorato. Parlare con Dio con il linguaggio della verità, con la spontaneità con cui parliamo con le altre persone che incontriamo tutti i giorni vuol dire recuperare anche la verità della Parola, come appunto accade a Pearlman: i frammenti di Vangelo e di Bibbia che si trovano, più o meno nascosti, più o meno evidenti, nei suoi versi, rendono “veri” i versi stessi, e si rivelano nella loro verità eterna proprio in dialogo con la semplice umanità della parola poetica.

Ed è una parola poetica che, nella sua diretta franchezza, non perde tuttavia mai una qualità letteraria “alta”. Pearlman ha il segreto di saper unire le piccole, piccolissime cose della vita di oggi, quelle che troveremmo tutt’altro che poetiche, con una dimensione di stupore e di incantamento che è propria sia della poesia “alta”, sia, soprattutto, del senso del sacro. Il Dio che si china sul nostro banale quotidiano non diventa per questo banale o quotidiano Egli stesso; piuttosto, trasforma il banale in miracoloso, il quotidiano in eterno.

Questa dinamica è molto evidente in Pearlman, che non perde mai la trascendenza dell’infinito, né mai trascina l’ineffabile al livello delle povere parole umane e dei sentimenti che esse veicolano. L’alterità di Dio è sempre presente nel suo mistero e nel suo silenzio gravido di senso; gli interrogativi dell’uomo trovano posto nell’eternità di Dio, di un Dio umile che non guarda nessuno dall’alto in basso, ma nello stesso tempo ricevono risposte che vanno oltre l’umano. Dio si lascia interrogare dall’uomo, si lascia dare del tu da Pearlman come da qualunque credente (o non credente); ma le risposte che dà – e che sono quelle di cui abbiamo bisogno – quasi mai sono quelle che ci aspettiamo.

Pearlman ci aiuta a entrare nel suo personalissimo dialogo con Dio, intrecciato e intessuto dei piccoli oggetti e delle persone che costituiscono e costellano il suo quotidiano. Oggetti e persone che non sempre sono anche i nostri, ma nei quali ci ritroviamo perché i nostri sono tanto simili a quelli. E nel fatto che Dio sia presente proprio in quelle fenditure di roccia che sono le brecce aperte nell’oggi dell’autore dal mistero del divino siamo condotti a riconoscere il sussurro di una brezza silenziosa, il passaggio del Signore, anche nei nostri oggetti, fatti, persone di ogni giorno.

Leggere queste pagine, quindi, è anche scuola di preghiera, di ascolto, di verità; e anche se la semplice lettura di questi versi costituisce, in sé, una bellissima esperienza letteraria e artistica, la loro verità profonda sta nell’interpellarci, nell’invitarci a dare forma e parola anche alle nostre domande a Dio, al nostro raccontarci a Lui. Ognuno di noi ha un “ultimo posto” che lo attende, e deve solo trovarlo o dargli un nome. Ognuno di noi ha un Padre che desidera solo essere chiamato “Padre”.

Il mondo della pioggia, di Davide Gorga

Ritorniamo attivi dopo l’estate (si spera passata al meglio per tutti!) in questo giorno del cinquantaunesimo di morte di JRR Tolkien con un racconto di Davide Gorga, dal titolo intuitivamente autunnale, e che potete anche scaricare qui (o in fondo a questa pagina).

Buona lettura!


Pioveva ormai da non importa più quanto tempo, e il cielo era sempre grigio e pallido — eppure, continuava a piovere. Le strade si erano trasformate in ruscelli che scorrevano inevitabilmente verso il basso, eppure, le colline non erano franate, le piante avevano continuato a crescere, le radici nodose a irrobustirsi e a trattenere la terra e l’erba rorida.

Ed io continuavo a viaggiare. Sempre, sotto la pioggia.

Tornavo sulle colline che mi avevano visto bambino in giorni di sole. Era come se la coltre grigia che avvolgeva ogni cosa col battito ritmico delle gocce desse al mondo non un tempo diverso ma l’opportunità di rimediare agli errori del tempo passato. 

Pioveva da sempre ormai; i fiumi erano ingrossati e lavavano via la terra da tutto il marcio e lo sporco che gli uomini avevano accumulato – e in molti si erano chiesti perché; come fosse possibile. Le nuvole non si diradavano, il sereno non tornava, continuava a cadere quell’acqua che univa la terra al cielo. Eppure, le dighe non strariparono, i fiumi non esondarono, non vi furono alluvioni né allagamenti, soltanto lo scorrere impetuoso delle acque verso il mare. Tentarono di capire, ma non vi riuscirono. Studiarono, e non compresero. E così, dopo un tempo che ormai nessuno misurava più, smisero di tentare di capire — e intanto, continuava a piovere. 

Mi fermai alla casa in collina.

Nell’aria echeggiava la luce delle candele. Era come se il persistere di un’atmosfera opprimente avesse invitato gli animi a cercare il calore di quel fuoco che non conoscevano ormai più. Le persone che si riunivano tornavano a scoprire il piacere di stare insieme; i vicini in un’unica casa; parenti, amici, a parlare, a guardarsi ancora una volte negli occhi, giovani e vecchi; padri, madri e figli, ancora uniti, mentre fuori pioveva. Nel silenzio scrosciante di quella fitta coltre liquida.

Quella sera, il centro città splendeva di una luce interiore nell’oscurità del sole calante. Gli alberi avevano continuato la loro crescita, le foglie grondanti, le chiome ombre nel cielo senza stelle.
Chiara si avvicinò, scarponi rossi scintillanti, mantella blu, una figura colorata in tutto quel grigiore. E il sorriso della gioia.  La panchina stillava gocce grigie in ruscelli.

In silenzio. 

«Grazie per essere venuta!»

«Figurati!» rispose il sogno di sole.

«Questa pioggia, questo cielo; non sorgerà mai più il sole, vero?»

«Forse!» sospirò Chiara; «ma l’importante è il calore delle nostre famiglie, quello che abbiamo coltivato, che ci siamo meritati.»

«Ma questo è il mio dolore! Questa è la mia notte!»

L’angelo che mi sedeva affianco sorrise ancora, e parve divenire velato, quasi trasparente nell’oscurità.
«Sì, È questo. Sei pronto per lasciare andare il passato, per lasciare le foglie cadere, le acque scorrere? Devi accettare l’autunno, devi accettare la notte, o non ci sarà mai più aurora.»
Levai lo sguardo al cielo.

Erano così tanti anni, così tanti ricordi, era così tanto dolore da allontanare, che mi sembrava impossibile liberarmene, quanto un forzato non possa togliersi le catene che lo ancorano al suolo.
«Devi solo lasciare andare.» disse più fievole ma con un accento brillante come la fiamma di una candela la figura sempre più evanescente fra le brume.


Lasciare andare. 

Chiusi gli occhi e rividi la strada della scuola, le giornate grigie dell’inverno – il mio inverno – immobili, dure, ghiacciate; l’oscurità dell’anima. E le ringraziai e le benedissi. Perché mi avevano ferito. Perché mi avevano fatto del male. Perché mi avevano lasciato cicatrici da cui avevo imparato qualcosa di prezioso.

Avevo imparato ad amare.

Socchiusi lentamente le palpebre. Il sottile cantilenare delle gocce sul selciato era svanito. Chiara non si vedeva più. Le foglie degli alberi intorno a me presero ad ingiallire e cadere una ad una, in un canto d’autunno che mi sorprese estasiato. 

Mi sollevai. Camminai fra i turbini di foglie. Ed essi cessarono. Rosse come l’autunno e sbiadite nei colori freddi dell’inverno, su un tappeto scintillante di neve fino all’orizzonte. Ed all’oriente, lontano, sul mare, sorse finalmente un sole limpido, chiaro, alto, in un cielo sereno e terso.

Mi chinai. Tra i prati indugiavano le prime sottili luci. E, tra esse, fiori tra le pietre a disegnare il cammino.

«Sentinella, quanto resta della notte?» udii lontana la voce di Chiara, ormai scomparsa nella luce.
«Più nulla, ormai», mormorai, rinato.


A Sentieri, con Beorhtnoth

Come ogni anno c’è Sentieri Tolkieniani al Castello di Macello (TO), e come lietamente ogni anno, saremo presenti! In particolare, sabato 15 giugno, ore 15.00, verrà riproposto il reading de Il ritorno di Beorthnoth figlio di Beorththelm, che già presentammo al nostro Tolkien Reading Day. Venite a trovarci, saremo lì a gironzolare tutto il giorno, magari si fan pure due chiacchiere!

Una Via Lucis

Una falange del nostro gruppo ha ideato per il sito Vinonuovo una Via Lucis (che è? Qua), un po’ particolare, perché abbiamo associato, suggestionandoci, a sette stazioni, alcuni brani della letteratura che amiamo: dalla fantascienza di Lem, a J.K. Rowling, ai nostri Tolkien e Lewis, a Dostoevskij, Dickens e Manzoni. Ne abbiamo fatto anche dei brevi video: pubblichiamo oggi che è pure Pentecoste tutto nel nostro canale Youtube!