La Stella, di Davide Gorga

Il nostro Davide ci regala un racconto di Natale: speriamo possa piacere a voi quanto è piaciuto a noi. Lo potete anche scaricare qui.


Il lampione splendeva lucido e specchiante a lato del ponte in pietra grigia che varcava tranquillo l’Adige fluente tra oscurità e veli di nebbia. Il lieve mormorio delle acque era interrotto dal suono dei passi della ragazzina che camminava in silenzio, gli abiti rossi confusi tra il nero della notte, al centro delle mura merlate, lo sguardo fisso dinanzi a sé che talvolta vagava inquieto verso le poche luci che si disegnavano nel buio, una qui, una là, tra macchie d’ombra fitta. Una luna fragile splendeva a tratti fra veli di nuvole viola, nessun vento e nessuna voce. Affrettò il passo; la via era deserta, il mormorio del fiume lieve.

D’improvviso, come apparso da un favoloso sogno, vivace e multicolore nella nebbia quasi rinato da miriadi di goccioline di pioggia splendenti, appoggiato noncurante con le spalle al parapetto, un giovane alto, vestito d’ogni colore, rilucente nell’oscurità, comparve dinanzi ai suoi occhi. Al suo fianco, un bastone. Un cane grigio argento dagli occhi azzurri e le zampe agili gli saltellava intorno. La bisaccia mezza vuota gli penzolava da una spalla, un flauto era nella sua mano destra, canterellante sulle pieghe dei pantaloni verdi e gialli, sgargianti come raggi di sole tra i prati.

La ragazza si arrestò, incapace di proseguire. Al centro del selciato rimase immobile, stringendo i pugni, finché le dita non divennero bianche.

L’uomo parve finalmente accorgersi di lei. Volse lo sguardo sulla sua persona, quasi incredulo, come se un fantasma fosse apparso ai suoi occhi. Ergendosi nel mezzo della via, esclamò:

«Lucia, tu mi vedi!?» — la sua voce fu musicale come una campana d’argento;

«Sarebbe difficile non vederti! Sei sotto un lampione!» — fece di rimando la ragazzina; — «E tu come sai il mio nome?»

Il giovane dai vestiti sgargianti rise con una voce forte e gentile; portò il flauto alle sue labbra e accennò un inizio di melodia triste e allegra, senza tempo, quindi riprese ad alta voce: «Sei davvero tu! E allora, vieni, andiamo!» — estrasse un libro dalla borsa a tracolla, aprendolo a metà: i caratteri parvero illuminarsi di luce propria; quindi lo sfogliò rapidamente e sembrò che un arcobaleno di luce si riversasse sulla via; infine, con gesto senza suono che echeggiò nel fondo dell’anima di Lucia, si arrestò a una pagina dal disegno confuso, nero e oro.

«Dove!?» — chiese Lucia, ma l’altro le tese la mano e a lei parve che ogni paura si dileguasse. Non più il timore della notte scura, della nebbia, della solitudine. E seguì solo quella scia di colori che pareva aver preso una scala d’aria arrampicandosi veloce nel cielo notturno, tanto che presto si trovarono oltre le nuvole basse che aleggiavano sulla città e videro scintillare le stelle come diamanti in cielo; eppure, non avevano freddo. Anche il cane li accompagnava, danzando festosamente intorno a loro, quasi fossero stati sul fianco solido di una montagna. Sempre più in alto e sempre più lontano salivano, e presto una musica d’argento prese forma dallo strumento del compagno che li guidava. Oltrepassarono la notte scura e diversi cieli si avvicendarono intorno a loro, nell’eterno movimento delle stelle.

Tra le vallate e le città sparse, Lucia iniziò a vedere scintillare un bagliore d’oro simile a un filo che le attraversasse tutte, l’una dopo l’altra. A un certo punto, fu silenzio.

«Chi sei?» — chiese ancora Lucia al suo accompagnatore in quel viaggio aereo.

Gli occhi azzurri del giovane scintillarono: «Sono una Stella, quella che da sempre abita nel profondo della tua anima. O la tua luce, se preferisci.» — concluse sorridendo e indicando la terra lontana sotto di loro: «Vedi qualcosa oltre il buio?»

«Vedo una sottile linea di luce.»

«E hai ancora paura come quando ci siamo incontrati sul ponte? Paura dell’oscurità, della solitudine.»

«Ora sono con te.» — obiettò Lucia.

«Giusto!» — rispose l’altro; «E ora, guarda una Stella nella sua essenza!»

Il flauto riprese a suonare lieve, e dall’oriente giunse una luna piena in un freddo cielo distante: sembrava enorme. Di fronte a lei, all’ovest, una luce intensa ardeva bianca nel cielo, come se stesse catturando voci d’angeli pure e chiare, fredde, possenti, riverberanti nel cuore luminoso. Al di sotto, lo splendore s’irradiava su un deserto varcato da tre figure ammantate. Incedevano maestose, nel chiaro di luna, indicando la stella. Il tempo passava, il flauto tacque. Infine, la Stella fu così vicina che parve di poterla toccare, e gli abiti multicolori del ragazzo si ghiacciarono in un’unica luce bianca.

Una delle figure uscì dall’ombra: additava agli altri una costruzione inondata dal chiarore. Le grida di gioia degli altri fecero eco e musica. Dinanzi a loro, attraverso una piccola apertura, giaceva un bambino in fasce, deposto nella mangiatoria degli animali. Una donna e un uomo lo vegliavano. Il tempo si fermò.

Vento inclemente e nero riprese a soffiare intorno a Lucia. «Quando siamo ripartiti?» — tentò di domandare alla sua guida — ma le sue parole si dissolsero nel turbine della corsa. Sempre più veloce la Stella viaggiava e suonava; una musica dura, ritmata, allegra come rosso albeggiare nell’inverno. Giunti a un valico videro una catena di monti rischiarata qua e là da fiamme ondeggianti; al passo più alto si fermarono, in lontananza giganteggiava nero un castello. Il cane si avvicinò a Lucia, guardandola e scodinzolando. Ed entrambi scesero. Oltre le macchie di abeti neri si apriva un villaggio, le case in pietra, le strade di terra; ogni cosa immersa nel silenzio. Il cane si volse verso di lei, e Lucia lo seguì mentre saliva proprio in cima al crinale. Giunsero alla sommità. I bambini correvano. Le donne ridevano. Gli uomini suonavano e mangiavano intorno al fuoco. Le ombre oscillavano. Una ragazza alta si avvicinò al falò più grande, un giovane contadino la prese per mano. E insieme danzarono come cigni di fiamma, rivoli di vita. Il cane saltò di fianco a loro e iniziò a guaire e latrare, nessuno se ne accorse. E poi bambini, donne, uomini, proruppero in una grande risata: era il calore del mondo che entrava dentro Lucia, come un fuoco amichevole.

In breve, la Stella fu di nuovo presso di lei; «Vieni!» — disse ancora, e, nonostante Lucia non volesse abbandonare quel luogo, lei e il cane furono di nuovo in viaggio.

Dinanzi alle vetrate di un grande magazzino, videro un ragazzo urlare e correre. Le luci al neon si alternavano al silenzio nero. La corsa a perdifiato si concluse sotto un ponte, dove solo l’ansimare si materializzava come fiato bianco dinanzi a lui. La Stella gli si avvicinò e indicò a Lucia un luccichio per terra, come quello che le era parso di intravedere dall’alto. Lo seguì, provò a toccarlo con una mano e avvertì un calore immenso dentro il palmo — e poi dentro l’anima. Era come il calore della festa di pochi minuti prima (di molti secoli addietro) danzante tra le fronde, eppure cento volte più intenso, tanto che le veniva da piangere tanto era bella e dolce e forte la sensazione. Si sentì traboccare, come un fiume che esca dagli argini, e toccò il ragazzo tremante davanti a lei.

Questi sembrò non vederla, eppure, poco per volta, si calmò. Si sedette prendendosi il capo tra le mani. Quindi, l’asfalto fu bagnato dalle sue lacrime. Lucia lo vide rialzarsi, allontanarsi lungo la strada, fino a una casa da cui uscivano luce e un calore simile a quello che sentiva dentro di lei. Una donna dall’aria altera si disegnava all’ingresso. Non appena vide tornare il ragazzo, gli corse incontro piangendo, abbracciandolo e stringendolo a sé, riportandolo a casa, figlio amato e restituito.

La Stella riprese con sé Lucia. Percorsero le più alte vie del cielo, e ora agli occhi di Lucia era visibile una scia dorata, sempre più grande, sempre più bella, che attraversava città, borghi, prati, mentre il calore e l’affetto crescevano dentro di lei. E infine capì. Era il suo animo a disegnare la strada — era la strada a richiamare il suo animo. Ed entrambi erano una cosa sola.

Il ponte sull’Adige li riaccolse lieve, il cane prese a fissare Lucia, la Stella smise di suonare e la fissò con aria allegra, antica; «Hai ancora paura?» domandò lieve.

La ragazzina parve non capire; l’altro riprese: «Quando ci siamo incontrati temevi l’oscurità, il silenzio, le cose che si potevano celare, perché non le conoscevi. Ora non sembrerebbe davvero. Non più almeno.» — Lucia annuì. La Stella riprese — «Hai respirato la Gioia. Quella che rimane dentro, e non scompare. Sei diventata sensibile al mondo che vedevi ma non interpretavi, e nonostante sia sempre più raro vedere ciò che si nasconde oltre i muri di mattoni e di pianto, tu ne sei ancora in grado: per questo stasera hai potuto incontrarmi.»

Lucia rimase un attimo in silenzio, quindi rispose lentamente: «Dovrò viaggiare molto, vero?»

«Il viaggio più grande lo farai dentro te stessa.» rispose con voce più grave la Stella.

«Vedo dinanzi a me una scia d’oro, come una luce!» esclamò Lucia — «O forse no, più che vederla la sento! Calda e forte.»

«Ricordi la danza intorno al fuoco, le risa, le canzoni? Ecco, quella è un’infinitesima parte dell’amore che è dentro di te. E con esso, potrai risvegliare i cuori freddi nella notte di gelo e condurli alla salvezza.»

Il cane guaì lieve; il paesaggio iniziò a tremolare, come in una giornata troppo calda, la nebbia ad avvolgere di nuovo gli abiti multicolori della Stella.

«La tua Via conoscerà molti momenti diversi,» — continuò il ragazzo, «eppure l’amore ti guiderà attraverso essi, dovrai solo seguirla senza esitare, e non avrai più paura: né dell’oscurità, né del dolore, perché sarai più forte, fiera, coraggiosa. Anche nel più oscuro dei cieli la gioia vince sempre, come una musica eterna.»

Lucia annuì ancora. Sentiva dentro di sé una felicità che niente, in futuro, sarebbe riuscito a cancellare. Né la fatica, né l’ignoto — perché ora sapeva di poter vedere l’invisibile, afferrare ciò che si cela oltre i cuori. Nulla vi era più di nascosto. Tutto era rivelato. E la Via si snodava dinanzi a lei. Infine disse: «Ora devi andare via, vero, Stella?»

La consistenza degli abiti del ragazzo, sempre più simili a gocce in via di evaporazione, i margini della sua figura, il suo cane, il bastone, la bisaccia, parevano ondeggiare tra i confini del Tempo; in questo sorrise: «Hai imparato bene, Lucia! Ama, e sarai felice!» esclamò la Stella prima di svanire.

Lucia si ritrovò sola sul ponte, tra il mormorio del fiume e qualche velo di nebbia. Avanzò decisa, senza più curarsi degli angoli oscuri e dei rumori sconosciuti. Dentro di sé udiva una gioia che non avrebbe mai dimenticato.

Camminò senza esitare fino a casa. Qui sorrise a sua madre e al fratello: poi si mise a guardare dalla finestra. Le domandarono se le fosse accaduto qualcosa. Ma Lucia rispose: «Nulla!»

Era un’esperienza troppo importante, e riservata solo a lei.

Ma l’amore e la conoscenza di cui aveva preso conoscenza le riversò interamente su di loro.

E quando la sera le capitava di osservare una stella che sembrava scintillare di fuoco bianco, ricordava l’incontro sul ponte e sentiva più forte il richiamo della Via e della gioia.