Lettere nel cassetto

C’è venuta questa cosa che i carteggi sono belli. Detto di come anche scambiarsi qualche mail, o solo semplici messaggini, sia piacevole, nella ritualità (che molti, anche non più giovani, non hanno poi provato così di frequente) di scrivere una lettera cartacea, che comporta una serie di azioni in successione, c’è qualcosa di liturgico.

Abbiamo così scritto una raccolta di corrispondenze letterarie, e c’è un po’ di tutto, come al solito: leggerete di due uomini che ragionano sulla sorte di molti uomini, leggerete di artisti secolari che si scambiano lettere in bello stile, leggerete di un carcerato e di una suora, leggerete di tempi antichi e tempi recenti, di mistero e di dolcezze ed anche di magia.

Sono le nostre Lettere nel cassetto, che potete ordinare già scrivendo qui: vitaeditrice@gmail.com (l’immagine di copertina è di Valentina Sardu!).

Il Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto

Vi accennavamo dell’uscita del Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto: ci abbiamo fatto pure due chiacchiere!

Dunque, Cuatto, iniziamo con una riassunto senza spoiler della trama.

La storia raccontata nel Cantico delle Ceneri si svolge tra il 1358 e il 1359, attorno alla Sacra di San Michele, nei boschi e nei villaggi raccolti ai suoi piedi. Sono due storie che si incrociano e si toccano, spesso senza saperlo, per poi confluire nell’ultimo atto, ovvero la terza parte del libro. Le due storie seguono le vicende di Artemisia e Clovis, due personaggi completamente opposti. L’una è una giovane donna di umile origine che si troverà a conoscere il mondo antico e misterioso delle Masche (volgarmente, diciamo che sono streghe). L’altro è un monaco francese, un talentuoso miniatore che da lontano giunge a San Michele in cerca di un baluardo di fede in un mondo sconvolto. Entrambi i protagonisti, come tutti gli altri personaggi, dovranno fare i conti con qualcosa di più potente di loro, un antico patto sepolto nell’oscurità dei boschi, che rischia di distruggere le glorie dell’abbazia e la sacra tradizione dei boschi.

Una medievista che racconta di Medioevo: come si approccia allo scrivere una storia ambientata in un contesto che si conosce, ma di cui si è anche consapevoli di non conoscere molte cose?

La ricostruzione storica, nel libro, è stata la base di tutto, prima ancora di voler dare una storia con elementi fantastici era mio desiderio dare un quadro, manzonianamente parlando, verosimile. Ho giocato in casa, scrivendo dell’epoca che ho studiato affrontando ambiti molto conosciuti, come ad esempio la vita in un’abbazia, ma anche poco testimoniati, come la quotidianità delle classi più umili. Ma conoscere bene l’epoca, il modo di agire e di pensare, liberandosi dai comuni pregiudizi, permette anche di tentare ricostruzioni che ben si inseriscono sia nel flusso del racconto sia nella Storia. Le licenze inevitabilmente ci sono, sopperiscono alla mancanza di informazioni, così come gli elementi fantastici con l’intenzione di dare al libro l’aspetto di una ricostruzione verosimile godibile, senza voler essere un trattato puntiglioso.

E d’altra parte, nella tua storia, rientra il soprannaturale: sia ‘pagano’ (diciamo così in assenza di un termine più centrato), sia cristiano.

Il soprannaturale è il vero fulcro della storia, quel qualcosa di più potente, sia esso sotto la forma del Dio cristiano, delle antiche tradizioni della civiltà druidica, del sogno premonitore, della magia o del destino inevitabile. E nel soprannaturale si consumano l’incontro e scontro che muovono le vicende della storia, senza voler essere la classica immagine di una Chiesa medioevale, oscurantista e persecutrice contro un tipo di religiosità antica e popolare. C’è sì il soprannaturale ma chi agisce nella storia è umano, su entrambi i fronti si trovano santi e peccatori che difficilmente si incasellano nella rigida dicotomia bene/male. La sfera del religioso ha richiesto ampie ricerche, soprattutto per la parte “pagana” che si perde laddove storia e leggenda non hanno confini particolarmente netti.

Il Cantico delle Ceneri, con la sua autrice. È quella nella parte alta dell’immagine

Nel romanzo si legge dello “scontro” tra le due tradizioni, ma, mi pare, che la tesi di fondo (se di tesi si può parlare) sia che ci possa essere una via se non di commistione, almeno di reciproca comprensione.

Nel periodo in cui si svolge il romanzo, questa convivenza esiste da 360 anni circa, da quando fu sigillato questo accordo attorno al quale ruota la narrazione. Non c’è esattamente pace, c’è una tregua ben nascosta, della quale pochi sono a conoscenza, che viene infranta da un atto violento che distrugge la quiete. Rimando qui al titolo, alla parola “ceneri”, che accomuna i due mondi i quali viaggiano entrambi, e convergono, verso la propria fine, l’uno a completare l’altro. L’abbazia si trova a vivere fuori dal proprio tempo, in un contesto storico che non è più il proprio, ha un aspetto dorato e benestante ma sta lentamente marcendo; l’antico culto dei boschi è ridotto a pochissimi testimoni, la storia lo sta inghiottendo dopo secoli di dominio. Questi due mondi hanno conosciuto la prosperità insieme e conosceranno la decadenza insieme, per quanto sembrino diametralmente opposti, sono la stessa cosa.

D’altra parte (lo si dice puramente come constatazione sociologica) nella nostra contemporaneità languida e scettica, entrambe queste tradizioni sembrano essere percepite al crepuscolo.

Le ceneri a cui fa riferimento il titolo del libro sono la fine di qualcosa che ormai è bruciato, ha fatto luce e si è spento. Ma dalle ceneri, di ieri e di oggi, può rinascere qualcosa se viene dato combustibile e se vengono attizzate nel modo giusto. Tempora bona veniant, è una storia si di decadenza ma anche di speranza, l’abbazia di San Michele dopo cinquecento anni torna a risplendere, le leggende delle Masche ancora sono raccontate. Non è certo un romanzo che vuole fare la morale e criticare il mondo contemporaneo lontano secoli dall’epoca in cui è ambientato, assolutamente, vuole solo raccontare una storia, ma si possono leggere anche questi messaggi tra le sue righe.

Ogni autore che ha a che fare con il soprannaturale si impone, di solito, delle regole: hai fatto anche tu lo stesso?

Anche il soprannaturale e la magia richiedono regole, certo. Innanzitutto la scelta di quali figure fantastiche inserire in un romanzo a base storica, ho cercato personaggi che non andassero troppo a intaccare la storicità (per dire potevo metterci i draghi, bellissimi, ma un po’ ingombranti). Trovate le figure delle Masche, tra leggenda e realtà, esistendo processi a queste donne, le ho studiate e a dir la verità ho apportato poche modifiche alla loro natura. Per intenderci, le Masche, le streghe del folklore piemontese, sono talvolta descritte come donne, talvolta come spiriti, ora come personaggi pacifici ma dispettosi, ora come entità maligne e vendicative; io le ho rese donne semplici, donne del popolo eredi di questa antica tradizione, capaci di incanalare le forze della natura, senza sconvolgerle. Le regole, quindi, le ha imposte la natura stessa, una magia non sensazionale e distruttiva ma ben inserita nelle cose del mondo. In quanto umane, le ho dovute dotare anche di debolezze, non sarebbe stato credibile il contrario.

La Sacra di San Michele. Certo come ambientazione è meglio di un parcheggio multipiano

Come hai conciliato l’esigenza di mettere assieme un tema di folklore locale (le Masche appunto) con un respiro ed un indirizzo più ampio?

L’obiettivo primo di questo libro è raccontare non solo una storia, ma anche un luogo rimasto uguale a sé stesso nonostante i secoli che ci separano dal XIV secolo. Desideravo un romanzo corale nel quale la gente che vive quelle stesse terre potesse riconoscersi: attraverso i luoghi che sono tutti reali, attraverso la lingua che ricalca il dialetto moderno, attraverso la leggenda delle Masche che tutti conoscono e attraverso l’immagine della Sacra di San Michele che vediamo ogni giorno affacciandoci dalla finestra. La val di Susa, la terra che è raccontata e che racconta questa storia, è tutto questo, storia e leggenda insieme, inserita nella famosa Storia con la S maiuscola. È venuto tutto abbastanza naturale, senza che il fantastico forzasse la storia o il contrario.
Mi sono trovata, tra l’altro, a vedere come della parte più strettamente storica relativa alla Sacra è davvero poco conosciuta da chi ci vive direttamente sotto, questo dona al romanzo anche una sfumatura “divulgativa”, pur sempre rimanendo una storia da leggere e raccontare
.

La pro loco valsusina dovrebbe farti un contratto almeno a tempo determinato! Raccontaci il tuo rapporto con la Sacra, dai.

La Sacra c’è sempre stata, è sempre stata lì ad osservare con attenzione tutto quanto. Ho iniziato a conoscerla meglio, però, durante il liceo fino a diventare una guida volontaria all’interno del monumento, mansione svolta per qualche anno. È un rapporto, se si può dire parlando di un edificio, di stretta amicizia e di arricchimento, una continua scoperta di storia, di arte e di cultura, che ha portato fino alla redazione della tesi triennale in beni culturali proprio su alcune sculture presenti nella Chiesa abbaziale. Ora sono lontana da Lei, ma tornare in valle e vederla dalla strada comparire tra le nubi è sempre un’emozione che sa di casa, una meraviglia come se fosse la prima volta che la vedo. Il romanzo, dunque, è anche una sorta di tributo, un piccolo tassello della sua storia immensa e lunghissima.

Grazie Miriam! Buona lettura a tutti!


Uscite d’Inkiostri

Giorni di uscite dei sodali! Per Cantagalli il nostro Paolo Gulisano ha scritto un libro sul Giubileo, mentre Chiara Bertoglio per Centro Eucaristico racconta (e citiamo) di itinerari fra musica e fede, teologia, cultura e spiritualità, legati al tema del “cammino” e del “pellegrinaggio” nella musica classica, sacra e non solo, mentre Miriam Cuatto (niente link che non ha un sito blog niente. Fa la medievista), con Graffio propone il suo primo romanzo, Il cantico delle ceneri, c’è pure il trailer (qui sotto). Alè, buona lettura a tutti!

Una poco di Venerdì Santo, con Miriam Cuatto

Miriam Cuatto, che è cintura nera di Siena e d’intorni, ci invia questo pensiero del Venerdì Santo attorno ad una tavola del Lorenzetti: e ci pare buona cosa renderlo disponibile a tutti.


Venerdì santo – Ambrogio Lorenzetti, crocifissione dalla collezione Salini, 1319?

Una piccola tavoletta, forse una valva di dittico che doveva completarsi con una natività, com’è canonico in questi piccoli oggetti di devozione privata. Cosa rende particolare lo stile di Ambrogio in quest’opera, una delle prime a lui attribuite con certezza? Ambrogio è un giovane artista senese, cresciuto nella scuola e all’ombra del fratello Pietro, tra Siena, Assisi e Firenze e risente della verve espressionistica del fratello traslando quelle emozioni esplosive in atteggiamenti tesi, ma pacati. San Giovanni non piange certo, non ha le lacrime agli occhi ma manca poco, con quelle mani stringe la veste con forza, quasi a strapparla, in un anchement gotico che riflette sul corpo il moto dell’anima; pare dire: “lascia ch’io pianga“. Maria, un po’ vergine un po’ Maddalena con quei capelli lunghi sciolti, guarda dal basso suo figlio, in una lievissima smorfia di singhiozzo, reggendo il manto.

Ecco, il manto della vergine, aperto già per accogliere già il corpo del figlio. Pare una composizione canonica, pienamente regolare, quella crocifissione con dolenti vista mille volte ma chi conosce Ambrogio lo sa, per lui le regole esistono per essere infrante e rinnovate. Il manto della Madonna è nero; ma il blu è il colore della Vergine, da secoli, e questo è il primissimo esempio di rottura di questa regola. Ma coma può un pittore tra gli altri fare prevalere la sua visione su una tradizione di secoli?

Nel trecento in tutta Italia ma a Siena soprattutto, la religiosità popolare era in mano non ai chierici, bensì alle confraternite laicali (si stima che 2/3 della popolazione senese fosse considerata “religiosa” in questo senso) e Ambrogio era uno di questi. Era vicino alla confraternita della Vergine sotto il duomo ma non solo, queste compagnie che si occupavano di cura, assistenza, preghiera, mortificazione e seppellimento dei defunti erano il tessuto portante della religiosità cittadina. Ambrogio attinge a questa religiosità che si esprime nel mondo delle laudes, musica religiosa confraternale che umanizza la scena sacra e veste la madonna, più che creatura, delle vesti nere delle donne della città ai funerali.

Dal canone assisiate:

O sorelle della scura
Or me date uno manto nero
A quella che giammai non cura
De bel drappo né buon velo
Puoi ch’io so’ abbandonata
E del mio figlio vedovata
.

Due righe con: Miriam Cuatto

Questa volta abbiamo chiacchierato un poco di letteratura e d’intorni con Miriam Cuatto: ne è uscito un po’ di tutto.


Dunque, una medievista: partiamo da qui?

Medievista, o medievalista che dir si voglia, con un obiettivo preciso (e ora mi fregio di un titolo riservato a personaggi ben più illustri): essere apologeta di questa epoca, della sua arte, cultura e pensiero. Questa piccola crociata, per rimanere in tema, vuole parlare non tanto alle alte sfere accademiche che si spera abbiano superato i preconcetti sull’epoca ma al mondo, direi, popolare, sulla scia del principe indiscusso di questa disciplina, Alessandro Barbero. Non sarà la mia misera opera di studio artistico a cambiare le cose ma come si dice, sarà la mia goccia nell’oceano che non abbatterà, ma almeno spero scalfirà questo secolare pregiudizio. Ai detrattori, sia dell’arte che della storia, di quest’epoca, che la definiscono con l’orribile binomio di “epoca buia” amo rispondere: “Perché le altre epoche, in cosa sarebbero state più luminose? Non il medioevo europeo aveva la schiavitù, non il medioevo ha concepito le atrocità del Novecento; a ogni epoca è giusto dare le proprie luci e le proprie ombre.” Non controbattono, e quando accade la ritengo una piccola vittoria.

Ok, mi pare di capire che possiamo partire da qui: il romanzo storico d’ambientazione medievale, o almeno medievaleggiante, diciamo da Walter Scott in poi, e in ondate successive, è un genere con discreto successo e seguito (e diversa puntualità e qualità). Tu come “tecnica” che approccio riesci ad averne?

Partiamo dal dire che i miei libri preferiti sono romanzi storici d’ambientazione medievale, lì apprezzo molto, ma ci sono delle riserve. Il genere, inserito in quel grande fenomeno romantico di neo-medievalismi, ha contribuito alla riscoperta dell’epoca così come quei restauri in stile di dubbio gusto che intendevano dare un aspetto antico basandosi su come un edificio o un affresco poteva essere stato, senza basi scientifiche, creando indicibili pasticci iconografici e stilistici. La letteratura ha fatto un po’ questo, ha puntato i riflettori su un’epoca da sempre lasciata indietro ma per mantenere alta l’attenzione l’ha popolata di figure e concetti che sì esistevano, ma non in maniera così insistente. Un libro di questo tipo, e allo stesso modo un film, dovrebbe essere interpretato non come un saggio accademico, ma come spunto all’approfondimento personale sui temi, passando al vaglio critico le parole dei romanzi e le doverose licenze ma senza essere noiosi e bacchettoni sugli errori. Certo è che non serve inventare chissà che cosa o rifugiarsi negli stereotipi (lo ius primae noctis, mannaggia a voi) per rendere una storia sul medioevo interessante, bisogna solo fare lo sforzo di penetrarne l’essenza storica con i giusti mezzi e il romanzo è pronto.

Però adesso devi dirci i tuoi libri preferiti d’ambientazione medievale… Anzi, facciamo così: diccene uno (o più d’uno come preferisci) in quanto “medievale” (ovvero preferibile nel suo approccio al medioevo) e poi uno (o più) perché in fondo è comunque un romanzo bello, anche se scende a compromessi, diciamo.

Forse quello che amo di più è i pilastri della terra di Ken Follett, quello che proprio mi ha trascinata di violenza in quel mondo dal quale è difficile uscire, complice il fatto che parli della costruzione della cattedrale. Il primo amore però non si scorda mai: Notre Dame de Paris. Romanzi diversi scritti a secoli di distanza, in mezzo a questi l’ultimo membro della Trinità: il Nome della Rosa. Tutti perfetti e tutti con compromessi, il confine è labile. Aggiro dunque la domanda e ritorno a mordermi la coda da sola: ricostruire un’epoca è impossibile, d’altronde anche ricostruire perfettamente quello che è successo un’ora fa non è possibile. Sempre citando un discorso di Barbero sul fantastico e sul concetto di medioevo di qualche tempo fa (lo trovate appena qui sotto, NdInkiostri): c’è un medioevo reale e un medioevo immaginario fatto di streghe, roghi, oppressione, pestilenze nella mente di tutti, il fantasy a poco a poco erode questi concetti sbagliati portandoli in un altro mondo e lasciando alla storia ciò che davvero le appartiene.
Tirando le fila: i due generi sono complementari, dosando bene i due elementi e sapendoli distinguere nei libri che si legge ci aiuterà a conoscere meglio il vero e ad eradicare il falso
.

Probabilmente tutti e tre i romanzi da te citati sono “fedelmente infedeli” al Medioevo (per motivi diversi, viene da dire), ma tutti e tre hanno il più genuino gusto del romanzesco. Secondo te perché il Medioevo “funziona”, a livello letterario?

A parer mio il medioevo funziona in letteratura, e di conseguenza nella cinematografia, per il fatto di essere nel substrato culturale di tutti noi che per quanto ci definiamo come discendenti del mondo classico siamo in realtà pienamente eredi del mondo medievale, almeno in Europa. Uno scenario medievale, o meglio pseudo medievale con elementi che rimandano sì alla realtà come alla funzione, e questo già accadeva nelle storie raccontate nel medioevo stesso, ci è familiare; questo vale sia per il panorama monumentale, soprattutto in Italia dove possediamo un enorme patrimonio artistico, ma anche per il panorama ideale con un retaggio folklorico comune che rimanda proprio a quell’epoca dove si sono generate le fiabe che ancora raccontiamo ai bambini, colme di prodi cavalieri, castelli e creature magiche. Come citato, durante il medioevo stesso già questo accadeva con le storie mitiche di re Artù e dei suoi cavalieri o nei racconti di Chrétien de Troyes dove su un ambiente familiare e comune a tutti si innestavano elementi fantastici; non siamo tanto diversi da loro alla fine, se ci sentiamo ancora dopo secoli a nostro agio con le storie di maghi e cavalieri.

A posteriori pare essere un qualcosa di scontato, acquisito, e quasi naturale, ma non è banale, a pensarci, che una parte cospicua della letteratura fantastica, ovvero il fantasy, abbia una estetica (ma anche in fondo una struttura mentale e sociale) medievaleggiante.

Il fantasy non è altro che una continuazione di quello strato culturale e folklorico che citavo, ci porta in un mondo altro, perduto nel tempo e nello spazio e questo forse potevano pensare i primi autori di romanzi storici. È allo stesso tempo un mondo dai toni epici e drammatici, poi strazianti e incredibilmente romantici e dolci, esattamente il mondo letterario archetipico del fantasy classico. Non saprei bene spiegare il confine o il salto tra i due ma a modo suo il fantasy contribuisce all’interessamento nei confronti del medioevo anche se spesso quando si scopre un’epoca sì grande, luminosa e acculturata, ma senza tutti quegli elementi, quasi accusatori, che gli attribuiamo, si rischia di restare delusi. Il medioevo, personificandola, è un’epoca curiosa che con i mezzi a disposizione osserva, analizza e cerca di classificare il mondo attorno a sé, che esso sia affine o nemico della propria cultura. Alle corti francesi del basso medioevo sapevano benissimo che non esistevano i draghi, che re Artù era una finzione e che i cavalieri non erano senza macchia, non navigavano certo nella superstizione come siamo abituati a credere (noi che crediamo all’oroscopo e a cose ben peggiori) eppure le storie si sprecavano su questi temi. Si può dire che il fantasy deriva dal medioevo (che a sua volta guarda all’antico) e dalla sua voglia di conoscere; più tardi non si può delineare un confine preciso ma sappiamo che dalla riscoperta del medioevo nascerà il fantastico proprio partendo da questo e portando a quella commistione di generi che ancora oggi fa tanto scrivere.

Per te la curiosità per il medioevo deriva dal fantasy, oppure è stato viceversa, oppure qualcosa di più sfumato e indiretto?

Mia madre sostiene in continuazione che io sia stata scambiata nella culla dal momento che possiedo questa spiccata curiosità per un tema così datato e polveroso agli occhi dei più; in effetti fin da piccola, io, volevo sapere. Penso che per me, ma come per molti, l’interesse sia partito dal fantastico, un genere ben più accessibile, per poi essere traghettato, complice forse la onnipresente ombra della Sacra e l’avanzamento degli studi a scuola, verso la passione per quest’epoca e per la sua cultura, in parte epurata dal manto fantastico. Questo non elimina la mia passione letteraria per i romanzi storici così come i fantastici, anzi diventa quasi un gioco confrontarsi con le opere di questi generi.

Anche questo sarebbe nel solco della tradizione folklorica europea: secondo tua madre saresti un changeling!

Questo ad ulteriore riprova che quel mondo ci appartiene, e appartiene inconsciamente anche a chi di storia conosce poco e niente. Lì sono le nostre radici, le radici della nostra letteratura, in quel mondo tra il reale e il fantastico che vediamo distantissimo ma che in realtà è del tutto simile a noi, che ci ostiniamo a rinnegare e condannare fino all’ossessione, forse perché ci spaventa quanto quel mondo e quelle persone siano così contemporanee nel loro essere così “medievali” nella migliore accezione possibile del termine.

Miriam, vestita comoda

In fondo questa visione del mondo in cui il fantastico (chiamiamolo così, per semplificare) è escluso è un fatto piuttosto recente. Si potrebbe dire che la letteratura realista sia una semplice corrente (meglio, una eresia) del solco ordinario della letteratura d’ogni cultura: una corrente in cui, diversamente dal solito, il fantastico è escluso.

È un ragionamento giustissimo, dal momento che anche nelle “letterature ufficiali” medievali non mancava mai l’accenno al fantastico e al meraviglioso, anche di matrice divina (si pensi alle agiografie dei santi, alle mitiche fondazioni delle abbazie e alle gesta di re e imperatori). Eppure quella era la letteratura e lo è stata per millenni, a partire dal mondo antico greco, egizio o indiano. Il fantastico poi pare essere stato relegato per un certo periodo alla letteratura per ragazzi o bambini, come se non fosse un tipo abbastanza degno mentre guardando al passato è sempre stato presente, solo con un altro nome, senza una inquadratura precisa di genere. Non saprei darne una spiegazione puntuale, forse il progresso veloce delle scienze ha contribuito a questo.

Jorge Luis Borges affermava, con bonario disincanto sornione, che in fondo la teologia è una branca della letteratura fantastica.

Se per fantastica si intende, a maglie molto larghe, tutto ciò che va oltre il mondo umano e terreno, perché no! D’altronde anche il fantastico ci fa avere fiducia nei nostri eroi che dopo mille peripezie sconfiggeranno il cattivo, ci fa riflettere, pensare, sognare, disperare a volte, guardare al cielo in attesa di un intervento che sta più in alto dell’eroe, nella speranza che tutto questo conduca, prima o poi, a un lieto fine.

È l’eucatastrofe tolkieniana.

È proprio lei. Vengo, qualche settimana fa, da una maratona del signore degli anelli qui in cappella universitaria; con l’aiuto di Daniele abbiamo riflettuto proprio sulle letture teologiche dell’opera di Tolkien, l’eroe umile che ribalta i potenti dai troni, il re, il profeta, il maligno che corrompe. L’intervento per quanto breve ha avuto successo, segno che si parla una lingua comune a tutti.

È questo secondo te il motivo per cui Tolkien è universale?

Tolkien era un grande conoscitore del folklore e della mitologia, come allo stesso tempo lo era del medioevo e seppur nella sua opera abbia ribaltato un po’ il concetto dell’eroe bello, aitante e coraggioso, credo che sì: parli una lingua di tutti e per tutti. Più che parlare a tutti credo parli all’animo più recondito di tutti e che tutti abbiamo in comune come retaggio culturale, laddove si nasconde il bambino che crede alle fiabe, che vuole sconfiggere il drago e salvare la principessa. Tolkien ci dice: guarda, quell’eroe puoi essere tu, nella tua umanità e nella tua imperfezione, scrivi la tua fiaba.

Una celebre espressione di G.K. Chesterton dice (supperggiù: chestertonianamente citiamo a memoria): le fiabe non solo insegnano ai bambini che esistono i draghi: ma che si possono anche battere.

Sono dell’idea che le fiabe insegnino anche ai grandi, se lette nella giusta chiave senza fermarsi al cavaliere che salva la principessa. Chesterton aveva ragione (e chi sarei d’altronde io per dargli torto) ad assumere che la fiabe insegnino non come sconfiggere i draghi ma che è possibile farlo; qualunque sia il drago, dalla verifica di matematica del giorno dopo a problemi ben più gravi, c’è un modo per passare oltre e fin da piccoli è bene impararlo. Certo è che le fiabe insegnano che l’eroe ha bisogno di un aiutante, sia esso un amico, un parente o qualcuno di “più in alto”, di un oggetto magico per superare le difficili prove che il cattivo di turno gli parerà contro, nessuno si salva da solo!

Abbiamo tutti bisogno di essere Frodo e Chisciotte, e di essere i Sam ed i Sancho Panza di qualcuno. Bene, ci avviamo alla conclusione! Ultima domanda: cosa stai leggendo in questo momento?

Come degna conclusione, sto leggendo il bestiario medievale di Pastoreau, un ricettacolo di tutti i testi di questo genere, forse uno di quelli apicali nel campo tra fantasia medievale e storia. Qui si susseguono magnifiche miniature di animali esotici, reali o fantasmagorici, con la relativa spiegazione zoologica (un po’ azzardato come termine per l’epoca, ma efficace) e teologica di tutti gli animali. È un saggio ma estremamente accessibile e godibile, lo consiglio vivamente a tutti, per entrare nel vivo dell’epoca medievale e delle sue credenze, e anche per farsi due risate a guardare come li rappresentavano in maniera buffa!

Il Palio di Siena, dalla nostra inviata sul posto (un ritorno).

Qui così Miriam ci raccontava del Palio della Madonna di Provenzano: adesso, come è bene che sia, ci racconta il Palio dell’Assunta (se eravate distratti, ecco qua), con un focus tutto particolare.

Ceri e Censi, l’antico cuore sacro del Palio dell’Assunta

14 agosto, nel torrido pomeriggio estivo, da secoli, tutta Siena si riunisce per una tradizione che pare provenire dal XII secolo, forse più antica della corsa del Palio che si svolge il 16 agosto. La devozione alla Madonna Assunta affonda le sue origini proprio in tale periodo, quando la città di Siena conquista e afferma la sua indipendenza, costruendosi attorno il grande stato che fino alla caduta nel ‘500 l’ha resa una delle città più potenti d’Italia; tale devozione si rinsalda dopo la vittoria di Montaperti contro Firenze, nel 1260. Da allora, con una breve assenza dopo l’unità d’Italia, ogni anno contrade, parrocchie, castelli e comunità dell’antica repubblica affollano le vie della città in processione verso la cattedrale recando in dono alla Vergine Assunta, venerata con il titolo di Advocata Senensium, preziosi ceri decorati. L’uso di donare ceri, e più in generale la costosissima cera, ai luoghi di culto, proviene proprio dal medioevo ed era una donazione preziosa visto i prezzi del materiale e l’utilità che le chiese ne traevano: tale cero aveva un peso in libbre equivalente al censo ovvero la vetta collettiva di tasse che tale terra doveva versare a Siena.

La processione in sé è studiata nei minimi dettagli dal comitato preposto e l’ordine prestabilito non può essere infranto per nessun motivo, il che contribuisce all’enorme solennità e spettacolarità del momento. Dalla chiesa di San Giorgio parte la componente ecclesiale scortata dalla polizia municipale e dalla banda “Città del Palio”, seguiti dai gonfaloni dei terzi della città, dalle relative rappresentanze delle contrade formate da giovani contradaioli recanti il prezioso cero e dalle parrocchie presenti dentro e fuori le mura. Lambendo Piazza del Campo lungo il chiasso largo si aggrega la componente civica con le comparse delle contrade, un tamburino e due alfieri, nell’ordine delle bandiere esposte a Palazzo Pubblico per l’estrazione del Palio, seguite da quelle che quest’anno non correranno la carriera del 16. Chiudono il corteo le chiarine di Palazzo, il Sindaco e le autorità, i labari del Comune e del Magistrato delle Contrade con la rappresentanza dei priori, il Drappellone scortato dai valletti e il Carroccio con il cero comunale tirato da due immensi buoi di razza chianina.


Le comparse delle contrade accolgono l’ingresso dei Trombetti di Palazzo, delle autorità e delle insegne comunali.

Si suda lungo il corteo, d’altronde sono le quattro di pomeriggio in pieno agosto, ma si arriva senza intoppi davanti alla cattedrale dove il campanile suona a distesa ad accogliere la città intera. Entrano le comparse e tutte le componenti del corteo depositando i doni ai piedi della madonna del Voto, con i tamburi e le chiarine a far tremare le pareti del Duomo e in ultimo viene portato il grande cero comunale, preziosamente dipinto a mano e acceso dal sindaco Nicoletta Fabio; nel mentre il canto più bello e caro ai senesi ripete: “O Maria, la tua Siena difendi, per lei prega benigna il Signor”.

Parola al Cardinale Arcivescovo di Siena – Colle Val d’Elsa – Montalcino, Augusto Paolo Lojudice, amico delle Contrade e del Palio; parla ai bambini e ai ragazzi delle contrade che hanno portato i ceri: “Un saluto a tutti voi più piccoli che avete fatto questo sforzo, un bel cammino in tutte le strade con questo peso, con questi regali che avete portato in Duomo ai piedi della Madonna. È importante fare questo dono, questo è il segno di una festa, dove la festeggiata è proprio lei, Maria, ai piedi della quale avete portato questi regali; quando si va a una festa si è contenti e gioiosi, si portano regali, e così è stato fatto. Mi soffermo ora sul drappellone, il meritato premio per chi vincerà il 16, lì si evince con chiarezza e forza che Lei è al centro, in alto, con il suo manto, assunta in cielo. Vi ringrazio, non voglio arrogarmi il titolo di prendere le parti di Maria, di questi regali come vi ringrazierebbe lei, mamma di tutti noi alla quale nei momenti difficili possiamo e dobbiamo rivolgerci. Chiediamole un aiuto, una vicinanza e un sostegno, come tante volte nella storia Siena ha fatto.” Squilli di chiarine, rullo di tamburi e l’Arcivescovo benedice il tanto contestato drappellone, manca poco al Palio e i popoli sono in fermento, non è un segreto che con questa offerta del cero le contrade auspicano un qualche favore celeste nei propri confronti alla carriera dell’Assunta.

Questa celebrazione tanto sentita, nonostante le accuse rivolte ai senesi di avere solo forma e niente sostanza in campo di fede, dimostra come a distanza di secoli Siena continua a guardare alla Vergine nei momenti di festa come il Palio e nei momenti di difficoltà; in ultimo nel 2020 erano state deposte ai piedi della Madonna del Voto (opera di Dietisalvi di Speme, datata 1267), l’icona più venerata della Madonna Advocata Senensium, le chiavi della città come supplica durante la pandemia. Dopo la processione un violento acquazzone si è abbattuta sulla città causando l’annullamento di due prove del Palio e del concerto della Città del Palio, ma questo non ha scoraggiato i popoli che alla prova generale e poi alla carriera hanno riempito fino all’orlo Piazza del Campo.

Il sindaco accende il cero a nome di tutta la città, benedetto dal cardinale Lojudice.

 A onor di cronaca il Palio, uno dei più movimentati e imprevedibili mai visti, l’ha vinto la contrada dell’oca con il cavallo scosso Zio Frac, dapprima montato da Carlo Sanna detto Brigante, dopo una serie di rocambolesche cadute e sorpassi. Non si smetterà mai di accusare l’oca di essere favorita dall’alto essendo il rione d’origine di Santa Caterina ma, dati in mano, è la contrada più vittoriosa con ora 67 palii ad arricchirne il popolo. Eppure, dopo la corsa, recuperato il drappellone, dopo qualche disfida e fronteggiamento con la Torre, arrivata seconda per ben tre volte di fila, stavolta dopo la rivale, la prima cosa che il popolo vittorioso fa è tornare da Lei, in duomo, per rendere grazie alla Vergine Regina di Siena per la vittoria con il “Maria mater gratiae”, segno che, nel cuore di una delle tradizioni più mondane e profane, c’è ancora qualcosa di veramente devoto.

Maria Mater Gratiæ,
Mater Misericordiæ,
Tu nos ab hoste protege
et mortis hora suscipe.

Jesu, tibi sit gloria,
qui natus es de Virgine,
cum Patre et almo Spiritu
in sempiterna sæcula. Amen.


La madonna del voto, dipinta nel 1267 circa da Dietisalvi di Speme, l’immagine più venerata della Cattedrale, con il nome di Advocata Senensium.

Il Palio di Siena, dalla nostra inviata sul posto

Ci piace un sacco il Medioevo, a tutti i noi. E ci piacciono i medievismi, e ci piacciono i medievalismi. E uno dei medievalismi più felici del mondo è il Palio di Siena. Ecco qua un reportage della nostra Miriam Cuatto, che ci parla del “suo” Palio.

Non racconto la corsa, racconto il Palio

Mi perdonerete se dimenticherò qualcosa e non spiegherò tutto, scrivo tra la sera del Palio e la mattina del giorno seguente, con i tamburi festanti della Selva che affollano le piazze, i canti del popolo vittorioso e le campane degli oratori che suonano a distesa, ancora con l’emozione addosso per aver assistito dalla piazza a un evento simile, fin troppo criticato perché ancora poco conosciuto nella sua anima più profonda e sacra; lacrime e abbracci, segno della forza e dell’unione di un popolo. Raccontare il Palio e le sue emozioni, per una senese d’adozione e non di nascita come me è una cosa davvero difficile. Non perché questa gente sia chiusa su sé stessa come spesso li si accusa di essere, anzi sanno rivelarsi davvero brave persone dal cuore grande e dall’animo accogliente, ma perché il Palio e tutto ciò che ci ruota attorno è sacro e sappiamo che spiegare il sacro non sempre è facile.

Entrata dei cavalli alla prima prova (dalle trifore di Palazzo Pubblico)

Cominciamo dal principio: i giorni del Palio, quelle novantasei ore di tensione estrema e palpabile, sono solo l’apice, la punta dell’iceberg, di quella che è la contrada, quel mistico organismo pulsante che ogni giorno lavora per tenere unite le persone e i popoli di una città che è sempre più invasa da orde di turisti. I senesi lo sanno che i turisti portano enormi benefici economici a una città che è sempre stata vocata all’apertura e al transito di cose e persone ma dall’altra temono che questi facciano di Siena una sorta di Disneyland del medioevo, una bella città senz’anima. Invece Siena vive e pulsa tutto l’anno solo grazie alle contrade, litigiose, pittoresche, spettacolari e rumorose, madri che accompagnano i propri figli dall’inizio alla fine della vita, tra il sacro e il profano.

28 maggio, ore 19 circa, le chiarine d’argento del comune richiamano al primo grande momento che apre la stagione paliesca dell’anno: l’estrazione delle contrade che gareggeranno al Palio del 2 luglio, celebrato in onore della Madonna di Povenzano. Sei bandiere sono già posizionate alle trifore inferiori dello splendido Palazzo Pubblico (sarebbero canonicamente sette, ma l’Oca sconta l’ultimo Palio di squalifica) e altre quattro le affiancheranno per completare la rosa delle dieci contrade ammesse alla carriera di luglio. La sorte bacia Istrice, Drago, Torre e Chiocciola: la gioia scoppia tra i popoli radunati in piazza; si aprono i giochi.

Nel mese seguente hanno inizio le visite e gli addestramenti straordinari dei cavalli sotto gli occhi attenti dei capitani di contrada e del comitato comunale che si occupa del Palio, già iniziano le voci sui possibili cavalli e sulle relative monte e ben presto le possibilità si restringono. Dei circa novanta cavalli ammessi alle prime visite, solo dieci pesteranno il tufo di Piazza del Campo e il 29 giugno, sotto il sole cocente dell’una del pomeriggio, dopo le tradizionali prove di notte, la sorte assegna i dieci nomi prescelti dai capitani alle contrade che fremono sul tufo. Un nome spicca immediatamente su tutti gli altri, un cavallo, a dirla tutta una cavalla, che ha vinto l’ultimo Palio dell’Assunta stabilendo un incredibile record di velocità: Violenta da Clodia. Tra i cavalli della tratta spiccano altri nomi conosciuti mentre parecchi sono esordienti. I palchi si popolano, ugualmente gli spicchi della piazza, arrivano i cavalli, il sindaco sale sul palco del comune e le chiarine squillano ancora. Tensione alle stelle, la sera prima, di ritorno da un servizio della banda me l’ha detto il mio amico della Giraffa: “Questa notte nessuno dorme.” La prima ad essere assegnata è proprio lei, l’ultima regina della piazza, Violenta, e la sorte parla in fretta: Selva. In piazza si scatena il finimondo per questo esito e l’animale viene accompagnato alla stalla dove per qualche giorno verrà trattato come un vero tesoro. La Selva ha vinto da poco, nel 2019, sarà in grado di sostenere nuovamente i costi e le strategie che la porteranno alla vittoria? Questa domanda serpeggia immediatamente. Le altre contrade non gioiscono come la prima, anzi alcune si limitano ad andare a prendere il cavallo in religioso silenzio, solo per Viso d’Angelo all’Onda e Zio Frac alla Torre sembra riaccendersi una speranza per una corsa che appare già scritta. Poche ore dopo la conferma che tutti già sapevano, a montare Violenta sarà Giovanni Atzeni detto Tittia, campione dei record degli ultimi quattro pali, fantino sardo-tedesco tanto ambito quanto detestato. Altri nomi vittoriosi popolano il valzer delle monte che ben presto si chiude: Gingillo, Scompiglio, Brigante, Tempesta e altri appellativi pittoreschi.

Prima prova: Chiocciola. Seconda prova: Istrice. Poi il disastro, una violenta acquazzone distrugge parte del tracciato in tufo che circonda la Piazza, laddove devono correre i cavalli che su una superficie simile si farebbero solo più male del previsto. L’esito già si conosce, bandiera verde dalla trifore di Palazzo ovvero non si corre e questo accade per ben due prove con grande malcontento da parte delle contrade che non possono testare sul tufo l’accoppiata cavallo-fantino ottenuta. Al pomeriggio si porta in corteo il Palio, presentato qualche giorno prima, nell’Insigne Collegiata di Provenzano dove viene benedetto dal Cardinale in un momento di intensa sacralità, seguito dal tradizionale lancio dei fazzoletti verso il Drappellone, segno di buona sorte. Prova generale: Onda. La sera delle cene della prova generale alle quali tutti possono partecipare si stimano oltre ventimila persone raccolte attorno ai tavoli delle contrade tra canti e stornelli fino a tarda notte, sotto gli occhi dei turisti stupefatti e parecchio confusi.

2 Luglio, il grande giorno è arrivato. Il suono della campana del Palio, chiamata Sunto in onore della Madonna Assunta, sveglia la città con il suo canto cupo e stonato a causa di una serie di incidenti che nella storia hanno reso così speciale il suono di quelle quasi sette tonnellate di metallo issate sulla torre del Mangia: è Palio. Per le strade non c’è nessun senese, sono tutti chi a pregare chi a sperare nella sorte; viene celebrata la messa del fantino in piazza e si corre l’ultima prova, la provaccia, vinta dall’Aquila, la nonna del Palio che non vince dal ’92, nulla è ancora detto. Già dal primo pomeriggio la piazza inizia a riempirsi, può contenere potenzialmente quarantamila persone ma è impossibile quantificare quanti esattamente fossero. Entro alle 15.30 trovando un’ottima posizione per vedere la mossa e ancor prima dell’arrivo del corteo si vede la barella fosforescente della Misericordia fare avanti e indietro per la piazza a recuperare chi è stato sconfitto dal sole. Scoppia il mortaretto e si sgombera il tufo per il primo grande evento: la carica dei carabinieri a cavallo, confesso che non pensavo fosse una cosa così emozionante ma sarà la presenza di quegli splendidi animali, le alte uniformi che fanno sembrare tutto un po’ Lady Oscar ma quando il capitano ha estratto la sciabola e i cavalli sono partiti alla carica è stato incredibile. Veniva allora il meglio, o il peggio, dipende dai punti di vista: il corteo storico ovvero due ore circa con oltre settecento persone e cinquanta animali a sfilare con le monture, quelli che volgarmente chiamiamo costumi. I più fortunati sono vestiti di lana e velluto, i meno fortunati con le armature di metallo, alcuni sui soprallassi bardati e colorati. Sfilano contrade, cavalieri, balestrieri, magistrati, capitani, corporazioni (Ahimè dovevo esserci anche io nella fanfara ma sono nata donna) fino a fare strada al carroccio, l’ultima sezione del corteo. All’entrata dalla bocca del Casato del grande carro trainato da quattro enormi buoi bianchi di razza chianina la piazza è esplosa, occhi puntati sul Palio issato accanto alle insegne comunali circondato dai trombetti di palazzo.

Selvaioli fuori Provenzano, dopo il Te Deum di ringraziamento alla Madonna
Chiesa della contrada vittoriosa (la Selva) con il Palio esposto

Ci siamo, scoppia nuovamente il mortaretto, escono le comparse ed entrano i cavalli, osannati dai rispettivi popoli, poi, irrealmente, cala un silenzio incredibile. Dal palco del verrocchio scende la busta che contiene l’ordine d’ingresso al canape, l’ultimo colpo di fortuna, o sfortuna, che può colpire una contrada. Il mossiere legge l’ordine: Onda, Torre (del rumore si leva dalla piazza, queste due infatti sono nemiche e non mancheranno di farlo notare), Selva, Istrice, Drago, Tartuca, Aquila, Nicchio, Giraffa e Chiocciola di rincorsa (altro sospiro, la Chiocciola ha la nemica Tartuca in campo ed esiterà a far partire la corsa). I cavalli sono nervosi e i fantini con loro; passa mezz’ora, forse di più ma la Chiocciola non entra, aspetta il momento giusto mentre gli screzi tra Onda e Torre continuano e dalla piazza arrivano grida e fischi. Escono e rientrano più volte, la tensione sale mentre il mossiere invita all’ordine. Finalmente la Chiocciola entra, il mortaretto non scoppia, la mossa è valida, il sole cocente tramonta sul tufo della piazza; ancora Siena trionfa immortale.

Per chi fosse interessato alla gara in sé, ecco qui il video, da Radiosienatv: