Una parziale falange di noi Inkiostri, in passato, si è cimentata con un gradevole impegno di natura pasquale: che ha portato quest’anno ad una nostro scritto non meno pasquale, di cui pubblichiamo, qui di seguito, l’introduzione. Ok che siamo ancora a Carnevale ma poi è un attimo eh! Il libro è disponibile presso la redazione di Vita Diocesana Pinerolese (via vescovado, 1 – Pinerolo). Per info e prenotazioni: tel 0121.373335 – vitaeditrice@gmail.com
Raccontare la Pasqua. Per degli scrittori, un’avventura esaltante: il dramma della Pasqua è così vivido nei suoi personaggi, situazioni, avvenimenti, dinamiche, da aver ispirato innumerevoli creazioni e reinterpretazioni artistiche nella Storia, da parte sia di credenti sia di non credenti. Tale è il potenziale narrativo degli avvenimenti degli ultimi giorni della vita terrena di Cristo che anche la lettura del Vangelo della Passione avviene in forma drammatica, e questa “teatralità” (nel miglior senso del termine) ha ispirato anche alcune versioni musicali di assoluta bellezza, come le Passioni di Johann Sebastian Bach.
Per degli scrittori credenti, si tratta di confrontarsi con il cuore stesso della propria fede, e cioè con gli avvenimenti fondanti su cui l’intera costruzione della propria esistenza e del proprio sistema di valori si basano.
Inevitabile, perciò, che prima o poi anche gli Inkiostri si lasciassero sedurre dal fascino degli avvenimenti del Triduo Pasquale. In realtà già nel 2022 il nostro gruppo di amici appassionati di letteratura, di relazioni profonde e di fede aveva affrontato la Pasqua. L’avevamo fatto con una delle nostre sfide, i “concorsi interni” con cui ci stimoliamo reciprocamente a scrivere, dedicata a dei “DabbleDrabble” (mini racconti di 200 parole) sul Sabato Santo[1], e anche con una “Via Lucis” pubblicata su VinoNuovo[2], e in cui avevamo immaginato che i Discepoli di Emmaus fossero una coppia di sposi, Maria e Cleopa, intenti a scoprire le tracce del Risorto nel loro quotidiano di amore familiare e coniugale.
Successivamente, VinoNuovo ci ha invitati a replicare l’avventura, e abbiamo pensato di ambientare la Via Lucis in questo presente che sembra tanto difficile per tante persone e situazioni. Abbiamo immaginato piccole storie, che, narrando il vissuto di una persona, potessero risultare emblematiche rispetto a situazioni più grandi che caratterizzano le cronache e le fatiche dei primi mesi di quest’anno.
Accanto a questo cammino di speranza, in cui la luce del Risorto viene a illuminare tutti i “cuori di tenebra” del nostro quotidiano, siamo stati invitati anche a creare e vivere un altro cammino, legato invece alla Passione. Si è trattato di un ciclo di quattro incontri (più uno, una meditazione in musica) proposti come itinerario quaresimale nella parrocchia di San Bernardino a Torino, dei Frati Minori francescani.
Nelle quattro serate, delle “squadre” di Inkiostri sono partite da un oggetto protagonista della Pasqua per intessere delle narrazioni contemplative e meditative sul mistero pasquale. Gli oggetti che avevamo inizialmente pensato, con una “coincidenza” che sicuramente non è casuale, si sono ritrovati anche sull’immagine simbolo del francescanesimo, il meraviglioso Crocifisso di San Damiano che parlò a San Francesco e davanti al quale Santa Chiara e le Clarisse pregarono per secoli. Dai piccoli dettagli del Crocifisso, sui quali i nostri amici frati ci hanno invitati a posare l’attenzione, ci siamo quindi spostati su oggetti che ci permettessero di entrare nel mistero della Pasqua come da una porta di servizio: umilmente, concretamente, ma anche con l’infinito stupore di chi vede dispiegarsi la bellezza dell’amore di Dio che cura anche i più piccoli dettagli nel disegnare l’immenso affresco della Passione. Nella serata conclusiva, l’intreccio di parole, silenzio, immagini e musica (cantata dall’ensemble vocale e strumentale dei giovanissimi “Creativi”) ha permesso di ri-comporre l’immagine complessiva, nella contemplazione di un Crocifisso che parla a tutti.
Abbiamo perciò pensato di offrire ai nostri amici lettori il “diario di viaggio” di questo cammino, sperando che possa essere utile anche a loro come lo è stato – in primis – per noi stessi, stimolati così a una contemplazione più profonda e vivida di ciò che dà senso alla nostra intera esistenza. Le serate di San Bernardino sono state anche riprese in forma di video, disponibili sul canale della Parrocchia San Bernardino[3] e di Vita Diocesana Pinerolese[4], nel caso in cui potesse far piacere sentire le narrazioni dalla viva voce di chi c’era. Buona Pasqua!
Radici a Bologna, ma trevisano di adozione (perlomeno lavorativa), il nostro Filippo Bergonzoni, insegnante di filosofia, domenica 5 novembre ha ricevuto un importante riconoscimento letterario (primo premio ex-aequo) che porterà alla pubblicazione il suo romanzo d’esordio “Un ultimo accordo di Schumann”. Si tratta del premio “Lorenzo Da Ponte”, un concorso abbastanza singolare nel panorama nazionale, in quanto dedicato alla narrativa musicale. In altre parole si partecipa con un romanzo inedito in cui la musica non sia soltanto un elemento di contorno, ma il tema centrale e l’anima ispiratrice di una storia di fantasia.Chiacchieriamo con lui sulla genesi di quest’opera prima.
Filippo, tu hai partecipato al premio “Lorenzo Da Ponte” con un tuo romanzo breve nel cui titolo compare il nome di Schumann. Che cosa ti lega a questo musicista?
Schumann è un campione assoluto della fantasia e della creatività, nella sua opera pianistica rifugge dalle forme classiche per prediligere il frammento, l’aforisma musicale breve e discontinuo. Nelle sue composizioni più celebri (penso a “Papillon” o “Carnaval“) assistiamo a un caleidoscopio di scene sempre mutevoli e cangianti, raggruppate in particolare attorno a due stati d’animo dominanti: “Florestan”, l’anima più esuberante ed estroversa, e “Eusebius”, quella più riflessiva e intimista. Ecco, penso che ciascuno di noi, in parte, porti questa duplicità dentro di sé, magari senza arrivare a quegli esiti patologici in cui cadde purtroppo il compositore tedesco. La sua musica, in fondo, è un ottimo compagno di viaggio per capire meglio se sessi.
Ti senti più Florestan o Eusebius?
Nella vita di tutti i giorni direi Eusebius, ho studiato tanti anni filosofia e in questa disciplina sono fondamentali la calma e la riflessione. Ma ci sono dei momenti in cui irrompe Florestan, in compagnia di amici o in qualche vivace discussione con i miei studenti. O magari proprio nello scrivere un romanzo, in cui mi permetto di narrare cose di cui non parlerei mai nella vita reale.
La premiazione, avvenuta presso l’auditorium Santa Caterina a Treviso. Filippo è il quarto da destra.
Quanto c’è di autobiografico in questo tuo lavoro?
Nel romanzo è chiaramente autobiografico l’incipit: un professore di liceo sulla quarantina riceve un incarico di ruolo, in modo inaspettato, in una città distante dalla sua, dovendo così organizzare un rapido trasferimento. Ma la vita reale si ferma qui, un certo pudore (l’Eusebius che è in me!) impedirebbe di mettermi troppo in mostra. A partire da questo spunto ho inventato la storia di Pietro – il nome del protagonista – che in passato era stato un pianista di talento, sfiorando il successo in duo con un suo geniale compagno di Conservatorio. Ma la vita gli riserverà un altro destino e solo alla fine, forse, riuscirà a ritrovare se stesso. È un libro in cui i sentimenti sono in primo piano in tutte le loro sfaccettature, dall’amicizia, alla rivalità, al perdono, all’amore. E sono molto felice che la giuria l’abbia definito “avvincente” e “convincente”.
Nella stesura hai avuto un autore o un’opera di riferimento?
Se proprio dovessi indicare un’opera di riferimento non direi un libro ma, in modo un po’ inaspettato, un film: “C’era una volta in America” di Sergio Leone. Ci sono due elementi che mi hanno sempre colpito in quel capolavoro, da un lato il complesso intreccio tra tempi narrativi diversi, e dall’altro il fatto che due amici per la pelle, dopo che le loro strade si erano divise, si ritrovano molti anni dopo per un commosso bilancio esistenziale. Naturalmente il mio romanzo non è un gangster movie, ma entrambi questi aspetti sono presenti.
Chi saranno i lettori del tuo libro? Solo addetti ai lavori?
Al di là del titolo e di qualche riferimento più tecnico presente nel testo, non vuole essere un libro solo per musicofili o specialisti. Schumann, in fondo, è un pretesto per raccontare una storia di vita che si svolge ai giorni nostri, che spero possa coinvolgere e appassionare il maggior numero possibile di lettori. Una storia fatta di entusiasmi e difficoltà, di gioia e ostacoli da superare, in quell’alternanza di sentimenti che caratterizza un po’ l’esistenza di ciascuno di noi.
Il romanzo di Filippo sarà pubblicato da Diastema. Vi aggiorniamo eh!
I tuoi Incubi potrebbero aprirsi con l’Ozymandias di Shelley: I met a traveller from an antique land who said … Te saresti questo viandante, che racconta scorci di vecchie storie.
C’è un io lirico che viaggia — da solo o con i propri compagni — in uno spazio e in un tempo che oscillano tra la dimensione fisica e quella onirica. Verissimo: ciò che queste voci raccontano sono scorci di storie, brandelli che si interrompono — fatto tipico dei sogni paurosi: “La caduta”, “Il precipizio” — un attimo prima della fine, della tragedia.
Si ha in tutta la raccolta l’impressione che racconti mondi antichi, più che primitivi, prima del Diluvio, che incidentalmente sono sopravvissuti, in qualche residuo, al loro sgretolarsi: che ci inquieta.
L’esistenza di civiltà indicibili e inconcepibili, antichissime, pre-umane o sovra-umane è uno dei fondamenti della mitologia di Lovecraft, i cui “Fungi from Yuggoth” riscrivo nella seconda metà del volume: ho ripreso anche nei sonetti originali questo topos, sfruttandone il potenziale espressivo ed evocativo, pur cercando sempre di evocare e alludere, senza affermare esplicitamente.
Visto che l’hai citato, andiamo direttamente su Lovecraft (che vedo avere scritto Fungi from Yuggoth tra il 27 dicembre 1929 e il 3 gennaio 1930: un modo molto proficuo di passare il periodo natalizio): vorresti prima di tutto darci una sua biografia sentimentale (darei per scontato che per quella ordinaria ognuno possa visitare la rete), vista attraverso i tuoi occhi?
Sapendomi lettore di Poe, un compagno di classe e tuttora grande amico mi prestò, a pochi mesi dalla maturità, una raccolta di racconti, assicurandomi che Lovecraft, che qualcuno ha definito il più grande e inconsapevole parodista dello stesso Poe, mi avrebbe cambiato la vita: fu così, pur facendo la tara alla natura iperbolica del concetto di “cambiare la vita”. Uno dei pochissimi autori che leggo o rileggo costantemente da quasi trent’anni: un amore letterario nato in adolescenza e non raffreddatosi — tutt’altro — con l’età adulta.
H.P. Lovecraft, nel massimo della sua espressività fotografica
Quali sono le peculiarità di Lovecraft che più hanno toccato la tua immaginazione, e così influenzato la tua attività poetica e letteraria?
Il Lovecraft che si esprime in versi è in grado di costruire storie dell’orrore pienamente compiute, credibili, efficaci e perfettamente moderne in una forma poetica, quella del sonetto elisabettiano, di per sé adatta a contenuti più lirici che narrativi e a una scelta stilistica tradizionale più che contemporanea: fatto tanto sorprendente, ai miei occhi, da aver stimolato non solo la ripetuta lettura, ma la riscrittura del corpus dei “Fungi from Yuggoth”.
Anche nella tua premessa lo specifichi: è più una riscrittura che una traduzione. In cosa hai avuto particolarmente l’impressione di essere “coautore” dei “Fungi from Yuggoth”?
Sentirmi coautore dei “Fungi” sarebbe, da parte mia, decisamente presuntuoso: ma senz’altro posso dirmi autore secondario di una versione in lingua italiana della raccolta. Se è vero — ed è vero, a meno che non voglia limitarsi a una traduzione interlineare di servizio — che chi traduce poesia in realtà sempre riscrive, io ho esasperato questa scelta programmatica: e sono stato quasi obbligato, dal momento che non avrei potuto rispettare, insieme, prosodia, atmosfera e senso letterale; ho scrupolosamente mantenuto la prima e la seconda, sacrificando il terzo.
Ecco: l’atmosfera: sia nelle tue composizioni originali, sia nella riscrittura dei “Fungi” l’atmosfera sembra prevalere su ogni cosa. Si viene calati in queste realtà dove il non detto e l’allusione sono parte essenziale del piacere (e dello stimolo) che tocca il lettore.
Notazione critica puntualissima: confermo quanto dici. Inoltre il desiderio e il piacere di creare un’atmosfera — da incubo o da sogno — è stata anche la principale leva che ha stimolato la scrittura o la riscrittura dei componimenti.
Probabilmente perché una atmosfera è “più ampia” di una storia in sé: riesci a creare un mondo, o una parte di esso, in cui chi legge possa perdersi e, in parte, avere delle proprie storie, complementari a quelle che immagini tu.
Possiamo senz’altro dire che l’elemento dell’emozione non è subalterno all’elemento strettamente narrativo né nei “Fungi” né negli “Incubi”.
Potrebbe essere interessante a chi ci legge magari avere davanti una tua poesia, e sentirsela descrivere (anche se probabilmente la poesia non sarebbe mai troppo da raccontare) da te. Mi piacere che tu ci parlassi ad esempio di XII – La Torre:
La prora si schiantò contro gli scogli Dell’isola da eoni massacrata Da gelidi marosi e circondata Da bianche procellarie e capidogli: Un luogo di desolazione atroce, All’uomo ignoto e alla cartografia; E pur pervaso di una sua malia, Al largo dell’Antartide feroce.
La terra più vicina era a migliaia Di miglia; disperati perlustrammo La riva gelida e ci arrampicammo Sull’orrido inciampando sulla ghiaia: Gran Dio! Sull’altipiano d’atra lava Pietrificata una torre svettava!
Dove, in proposito di atmosfera, sembra di stare tra Poe e Coleridge, mi pare.
Un noi lirico (non un io) e l’emisfero sud: la dimensione collettiva della spedizione ricorre frequentemente negli “Incubi”, spesso ambientati nell’emisfero australe e in contesti di gelo. Non vi sono elementi che permettano di identificare un periodo storico specifico, ma immagino che qualunque lettore si figuri un momento compreso tra l’ottocento e la contemporaneità: ha ragione. Ci muoviamo infatti — è vero — tra “Gordon Pym”, la “Ballata del vecchio marinaio” e le “Montagne della follia”. La prora (di un veliero? Di un clipper? Di un battello a motore?) si schianta sulla costa di un’isola perduta nell’oceano, che immaginiamo isolata e vulcanica, a migliaia di miglia dalla costa più vicina: perché quell’isola è lì? È un’isola nota, per quanto remota, o mai scoperta da alcuno? Quindi, la rivelazione, nella quale consiste l’incubo: qualcuno, anzi forse Qualcuno ha abitato quel luogo, vi ha costruito un manufatto di dimensioni immani (la torre “svettava”). Forse questo qualcuno, questo Qualcuno è ancora lì. Il noi lirico / narrante è evidentemente tornato, vivo e forse anche salvo, ma verosimilmente cambiato: ora sa qualcosa, Qualcosa che nessun altro conosce, che nessuno dovrebbe sapere.
Porta pazienza ma ad un certo punto su questo blog arriviamo sempre a parlare di Tolkien: ma in XVI. Il cunicolo pare proprio di trovarsi di fronte ad un manipolo di nani (magari guidati da un hobbit) che devono sgusciare all’interno di una Montagna Solitaria per un tesoro custodito da un drago!
Una splendida lettura! Conta poco che l’occasione del sonetto sia stata un mio incubo claustrofobico, pedissequamente restituito nel corrispondente sonetto: è un’interpretazione, la tua, non solo legittima, ma molto bella.
Il nostro Andrea, con Otto. Non è che sta tutto il tempo a meditare su incubi australi eh.
Dai, raccontaci un po’ il tuo modo d’operare da autore, come nasce, per te, una poesia, come è la sua stesura, la sua pulizia, fino al momento in cui dici “ok va bene può andare”.
Limito il campo agli “Incubi”: la situazione standard è un sogno particolarmente vivido oppure una rêverie dalle peculiari potenzialità narrative e liriche: inizio provando a ritmare un paio di versi, ipotizzo qualche rima, arrivo a costruire una delle tre quartine o, magari (è la cosa più difficile!), il distico finale; penso: «Questa volta non ce la farò mai, è troppo difficile, lascio perdere». Il giorno dopo, da fresco, aggiungo un altro paio di versi. «Siamo quasi a metà!» penso con entusiasmo, ma poi di nuovo sopravviene lo sconforto: «Manca la seconda metà abbondante, la più difficile, perché ora spazi e quantità sono obbligati: ce la farò?» Ecco, ancora un verso, due, tre… il puzzle si sta completando. Mancano due, tre tessere al massimo. Ma i bordi non combaciano, devo forzarli perché vadano al loro posto, tutto sembra brutto e goffo. Poi, intuizione: ecco la parola che mancava! La incastro come l’ultima tessera del rompicapo, anzi come la chiave di volta dell’arco: tutto sembra reggere, l’incantesimo è compiuto! Siamo sicuri? Lo sapremo dopo un giorno o due: alcune costruzioni crollano nella notte, altre reggono ma, da meravigliose che sembravano, paiono insulse il giorno dopo. Una parte residuale regge, chissà come e chissà perché, sia alla statica che all’estetica: ecco un sonetto che merita di scampare alla distruzione, qualche ulteriore intervento (si cambia la collocazione di una parola, un segno di interpunzione) e si può inserire nella raccolta.
Nella cosiddetta Lettera del Veggente, Arthur Rimbaud scrive (con la sua prosa sempre un pochetto carica): “Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. (…) Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste! Crepi pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti su cui l’altro si è accasciato!“.
Possiamo perdonare a un poeta adolescente un po’ di verticalismo! Questo brano afferma qualcosa di grande e vero e cioè: chi non è veggente può comunque farsi tale e cogliere in qualche modo un germe di ignoto, un barlume di mistero.
Bene, abbiamo avuto una bella chiacchierata. Un’ultima cosa: quando hai iniziato la tua antologia di Incubi, ti eri posto un fine, uno scopo, la volontà di solleticare una idea o un sentimento? E pensi di avere raggiunto il tuo obiettivo?
Con i miei “Incubi” ho provato a ricreare una poesia, uno stile e un dettato mimetici dei modi della letteratura popolare, spontanea e ingenua nel senso di priva di sovrastruttura accademica: un’operazione difficile, sui cui esiti aspetto il responso dei miei lettori. Di mio, posso dire che sono moderatamente soddisfatto. E che mi sono molto divertito.
Ricordiamo come il libro di Andrea possa essere acquistato tramite questo form, oppure alla librerie Arethusa (via Giolitti 18, Torino) e Donostia (via Monginevro 85/A, Torino).