Il nostro Patrizio Righero ama i drabble (cosa sono?) e ne ha già scritto un po’. Ma non essendone mai sazi, ci ha accontentato con uno scrollbook, ovvero un libriccino ottimizzato per lo smartphone, in modo che uno è lì e quando ha un momento si legge un drabble, che è una attività ricreativa e spiritosa. Per estrema gentilezza, lo trovate pure qui sotto, da scaricare e diffondere liberamente!
Riportiamo qui la breve introduzione:
In uno di quei sublimi apocrifi che la memoria e l’aneddoto e la nota a margine perpetrano, e modificano, e abbelliscono (come la fiaba, la citazione, quando è approssimativa, è figlia di una moltitudine, e viene impreziosita di passaggio in passaggio. Il rigore bibliografico ci immalinconisce) si racconta che il più breve romanzo d’ogni tempo sia racchiuso in sei parole:
For sale: baby shoes, never worn.
Che colpevolmente traduciamo con
In vendita: scarpe da bambino, mai indossate.
Un mondo intero di suggestione, speranze, tragedia e rimorso si sprigiona nella nostra fantasia. Che l’autore di questo verso possa essere stato (anche qui: è una fantasia) Ernest Hemingway, è una sentenza periferica.
La prolissità non è necessariamente una colpa. Il Commentario breve al codice civile è prolisso, ma ne capiamo l’esigenza. Il Tristram Shandy è prolisso, ma non vorremmo avesse una virgola di meno. Tuttavia, è evidente come la brevitas sia una virtù, e delle più degne in letteratura. Rimbaud accennava di volere spolpare la parola come fosse un torsolo di mela, e la metafora succosa è suggestiva.
Il drabble, così, è l’esempio che porta a geometria questa virtù. Non è difficile immaginare le cento parole che lo compongono come una scatola quadrata, di spigolo dieci. In questo libro che apprestate a leggere, di scatole, ce ne sono cinquanta. Ogni scatola si presenta in prima istanza nella stessa maniera, con l’affascinante sua misura contenuta, che rientra, per scelta e passione, in una facciata. Sbriciando nella scatola, sollevandone il coperchio, si intravede (non è forse questa la parte più emozionante dell’aprire una scatola misteriosa?) quel che c’è dentro. E sbirciando, scopriamo alcuni temi portanti della fantascienza (dall’intelligenza artificiale, che fino a poco tempo fa si confondeva nel termine ceco “robot”; alla riflessione apocalittica, al viaggio interstellare), con venature di cultura pop, che si mescolano, sfiorandola, alla religione. Quindi, con una certa furia, scaviamo nella scatola, scendiamo oltre alla metà, e ci avviciniamo al fondo. E, nel fondo, la sorpresa: spesso quello che pensavamo potesse essere in superficie, si ribalta, cambiandone la prospettiva. E la scatola che si assumeva, per abitudine, di avere aperto dal lato giusto, è invece all’incontrario.
Il drabble gioca su questa attitudine: la meraviglia, contratta in poche parole (la sublimazione: una sola parola, l’ultima), che scardina il senso di quanto abbiamo letto, creando a volte sorpresa, a volte inquietudine, a volte malinconia, a volte un misto di tutte e tre le cose. Comunque, lasciando una striscia sottile di divertimento: che è poi il fine della lettura.
E già che ci siamo, ecco qui un drabble:
Non credo alla morbida terra solcata da fiumi impetuosi e abbracciata da mari profondi. Non credo nelle vaste foreste, nel trillo dell’allodola crestata, nel passo felpato della pantera, nell’ artiglio del tasso scavatore. Non credo alla neve che imbianca le montagne e al vento che solletica le querce frondose. Credo soltanto in quel che posso vedere e posso toccare. Credo a questo metallo, a questa luce tiepida. Credo a questi motori, all’atomo spezzato, all’ energia che ci tiene in vita. Credo in questa astronave dove è nato mio nonno. Dove è nato mio padre. Dove sono nato io.
