Uscite d’Inkiostri

Giorni di uscite dei sodali! Per Cantagalli il nostro Paolo Gulisano ha scritto un libro sul Giubileo, mentre Chiara Bertoglio per Centro Eucaristico racconta (e citiamo) di itinerari fra musica e fede, teologia, cultura e spiritualità, legati al tema del “cammino” e del “pellegrinaggio” nella musica classica, sacra e non solo, mentre Miriam Cuatto (niente link che non ha un sito blog niente. Fa la medievista), con Graffio propone il suo primo romanzo, Il cantico delle ceneri, c’è pure il trailer (qui sotto). Alè, buona lettura a tutti!

C’è del buono in questi mondi

Insomma, s’è fatto un libro di saggi: e saggi sulla speranza, che una cosa nobile e sincera, e il tema del Giubileo che s’è aperto qualche giorno fa.

La copertina (bella, vero?) è di Debora Pacifico, e la prefazione è dell’autorità tolkieniana Giuseppe Pezzini. Saggiamo Tolkien, Ende, Lewis e Rowling, che è un bel quartetto. S’uscirà fra un po’, metà di gennaio o giù di lì (ma intanto se volete qualche informazione a vitaeditrice@gmail.com, e comunque vi teniamo aggiornati). Nel frattempo, ecco i titoli dei saggi!

  • Leaf by Niggle: subcreazione come pellegrinaggio di speranza – di Chiara Bertoglio
  • «Sulle fiabe»: le radici profonde della Speranza nell’opera di J.R.R. Tolkien – di Davide Gorga
  • Gioia e speranza tra il regno d’ombra dell’Anello e il grigiore dei personaggi tolkieniani – di Daniele Barale
  • Le stelle come simbolo di speranza – di Chiara Nejrotti
  • Il dono di Nienna. Lutto e speranza nel Silmarillion – di Maria Finello
  • Estel, la Speranza elfica – di Sebastiano Tassinari
  • Tomisti contro Sauron: un cammino di speranza dalla Terra di Mezzo – di Marco Casazza
  • Sam, l’Hobbit della speranza – di Ives Coassolo
  • C.S. Lewis, la speranza che vive a Narnia – di Paolo Gulisano
  • Ende e “La Storia Infinita”. La Fantasia versus il Nulla – di Luisa Paglieri
  • La riscossa degli Improbabili: Neville, Guardiano di Speranza a Hogwarts – di Marina Lenti

“La cronaca” di C.S. Lewis, nel sessantenario del suo dies natalis

Intervista con Paolo Gulisano

Clive Staples Lewis (29 novembre 1898, Belfast – 22 novembre 1963, Oxford) fu eminente professore di lingua e letteratura inglese all’Università di Oxford, ma, soprattutto, grande autore di narrativa con opere quali Le Cronache di Narnia, Le Lettere di Berlicche, The Space Trilogy, Il Grande Divorzio, e di saggistica come I quattro amori, Sorpreso dalla gioia; nonché amico fraterno di J. R. R. Tolkien, con cui – e non solo – egli animò per anni gli Inklings (“Imbrattacarte”), eutrapelica compagnia di amici uniti da ciò che è Vero, Bello e Buono; Humphrey Carpenter, biografo di Tolkien, dedicò loro un libro. Il gruppo si ritrovava al pub oxoniense The Eagle and the Child (ribattezzato The Bird and Baby), ogni martedì sera a discutere e a leggere anticipazioni delle opere che andavano scrivendo, tra letteratura, poesia, allegrezza e il fumo delle immancabili pipe.

Era il 22 novembre 1963, quando a Oxford, in Inghilterra, Clive Staples Lewis si congedava da questo mondo. Quello stesso giorno in cui, a Dallas, in Texas, venne assassinato il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America (1961-1963), ossia John Kennedy, tra gli uomini più popolari e stimati a livello internazionale. L’attentato non lasciò molto spazio alla morte di Lewis, monopolizzando i media e l’opinione pubblica mondiale.

Per approfondire la storia di questo insigne figlio d’Irlanda, ho contattato il dottor Gulisano, il quale, oltre a essere un esperto tolkieniano (come dimostra questa intervista fattagli nel settembre scorso, per celebrare il “cinquantenario” tolkieniano: https://t.ly/WMf_2) è anche un autorevole studioso del (sub)creatore di Narnia, a cui ha dedicato C.S. Lewis. Tra fantasy e Vangelo, edizione Ancora, Narnia. La teologia fuori dall’armadio, co-curato con altri studiosi di Lewis e, più recentemente, Clive Staples Lewis. Nella Terra delle Ombre, edito da Ares.


Chi è Clive Staples Lewis? Quali sono le tappe salienti della sua vita?

Lewis è stato un grande intellettuale del ‘900, un uomo che ha dato di che pensare con i suoi scritti letterari e filosofici, ma che allo stesso tempo ha divertito, commosso e fatto sognare milioni di giovani lettori con le sue narrazioni fantasy.  Fu senza dubbio  uno dei più singolari intellettuali dell’Inghilterra del suo tempo, un uomo affascinante e contraddittorio: non era un professionista dei racconti per bambini, né ebbe mai figli a cui narrare fiabe alla sera, ma realizzò con Narnia un autentico classico della Letteratura per ragazzi; visse gran parte della sua vita in Inghilterra, diventando uno dei massimi protagonisti della vita culturale del Paese, ma era irlandese. Era però, a differenza della grande maggioranza degli irlandesi che era cattolica, di fede protestante. Non di meno è stato un grande apologeta del Cristianesimo, che difese con lucidità e passione dalle aggressioni ideologiche della Modernità. Una personalità complessa, ma proprio per questo estremamente interessante. Nasce nel 1898, a Belfast, poi si trasferisce a studiare in Inghilterra, e diventerà professore prima a Oxford e poi a Cambridge. Passerà dall’ateismo militante al Cristianesimo attraverso una conversione che fu dovuta in gran parte al collega e amico John Ronald Tolkien. Morì il 22 novembre 1963, sessant’anni fa. Una data restata nella storia, perché quel giorno venne assassinato a Dallas il Presidente John Kennedy.

Cosa ci puoi dire al riguardo delle opere di C.S. Lewis, dalle più celebri (ad es. Le Cronache di Narnia, Le lettere di Berlicche, I quattro amori) a quelle – purtroppo – meno note ma non meno significative (ad es. i testi della “trilogia del cosmo” e Il grande divorzio).

Scrisse opere storiche e libri in difesa del Cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso, ma scrisse anche opere di fantascienza, e romanzi ricchi della presenza di riferimenti simbolici e mitici.

Potrebbe sembrare strano che un professore di Oxford, docente ed esperto di letteratura inglese medioevale e rinascimentale, sia conosciuto soprattutto per la sua produzione fantastica. In realtà la biografia di C. S. Lewis ci rivela un percorso in cui il fantastico occupa uno spazio importante, e soprattutto si manifesta saldamente connesso con tutto l’itinerario spirituale dello scrittore. Lewis non è solo il brillante autore delle Cronache di Narnia, lo scrittore moralista di successo, esperto nell’uso del registro ironico con cui dava forza ai contenuti della sua rilettura di un pensiero cristiano radicato nell’esperienza dell’uomo contemporaneo (come nelle arcinote Lettere di Berlicche).

Nei suoi saggi, uno degli obiettivi fondamentali è la messa a fuoco dell’universo culturale che ha inquadrato la vita dell’uomo europeo fino alla nascita del mondo pienamente moderno. L’orizzonte intellettuale che lo ha abbracciato è quello che si è riflesso nella tradizione enciclopedica di un sapere ridotto a una unità facilmente accessibile dall’uomo antico e medievale.

Quando nacque l’amicizia con J.R.R. Tolkien e quanto fu fondamentale per la sua conversione dall’ateismo al cristianesimo? Per quale motivo non divenne pienamente cattolico?

L’incontro avvenne all’Università di Oxford, dove entrambi erano giovani insegnanti. L’amicizia nacque dallo stupore di riconoscere interessi e passioni comuni. I due si intrattenevano in lunghe discussioni. A dividerli sembra esserci la religione: Tolkien era profondamente cattolico mentre Lewis – nato protestante- era diventato un ateo convinto.  Lewis non nascose, fin dall’inizio, di avere un pregiudizio religioso nei confronti di Tolkien: era nato nell’Irlanda del Nord, discendente di quei britannici, che avevano fatto parte del piano di colonizzazione attuato dall’Inghilterra dopo la conquista militare dell’Irlanda. Sudditi fedeli di Londra, avamposto dell’Impero, fieri protestanti  visceralmente anti-cattolici. Lewis tuttavia aveva abbandonato in gioventù la religione dei padri, ed era transitato nei territori aspri dell’ateismo. Fu Tolkien a toccargli il cuore e la mente, e a portarlo ad abbracciare il Cristianesimo. Tolkien avrebbe voluto naturalmente potarlo nella Chiesa Cattolica, ma Lewis si “fermò” alla Chiesa Anglicana, anche nel suo parlare di Medioevo, si avvertiva la nostalgia per quando la Chiesa era Una e indivisa. 

 

Quali temi e valori li unirono in profonda amicizia, al punto di giungere a dirsi: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”? E quali scelte tematiche e stilistiche, invece, li contraddistinguono nettamente?

Li univa la comune passione per il Bello, il Buono, e soprattutto il Vero. Tolkien gli aveva fatto comprendere che tra i tanti Miti, ce n’era uno che si era inverato, e precisamente si era incarnato . Li univa la passione per la Letteratura mitica, epica, e per il Medioevo come grande civiltà. Li divideva un aspetto: Tolkien era molto preciso e filologicamente accurato nelle sue elaborazioni immaginarie, mentre Lewis realizzò con Narnia ma anche con la Trilogia Cosmica una vasta commistione di mitologie e leggende che non piacque molto al creatore del Signore degli Anelli.

I più noti cattolici di Inghilterra, quali San John Henry Newman, Hugh Benson, Chesterton, lo influenzarono? Vi erano altri “ispiratori”?

 L’unico tra i grandi cattolici inglesi che ispirò Lewis fu Chesterton. Anzi, prima che Tolkien riuscisse a convertirlo, una prima breccia nel suo ateismo si era aperta grazie alla lettura di Ortodossia di GKC. Soprattutto rimase colpito dall’affermazione del gigante di Beaconsfield che “Lo straordinario segreto del Cristianesimo è la Gioia”. Una prospettiva del genere, per lui che veniva dall’Ulster calvinista, era assolutamente inedita, e lo colpì molto.  Per il resto, gli ispiratori di Lewis furono gli autori religiosi, come i pensatori medievali, la Letteratura Cortese, e infine i Padri della Chiesa. Fonti antiche alle quali era andato ad attingere.

Tra i suoi amici di penna vi era un importante sacerdote veronese, Don Giovanni Calabria, fondatore delle congregazioni dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza. Che tipo di rapporto fu il loro?

Don Calabria, uno dei grandi santi della Carità degli ultimi secoli, era anche un uomo di sana curiosità intellettuale. Aveva letto Le Lettere di Berlicche, e ne era rimasto affascinato. Volle allora contattarne l’autore, prese carta e penna, e scrisse in latino (non sapeva l’inglese!) al professore di Oxford, il quale immediatamente rispose, sempre in latino. Fu l’inizio di una lunga corrispondenza epistolare, durata anni, fino alla morte di don Calabria. Erano tempi in cui l’ecumenismo era quasi sconosciuto, e questa amicizia tra un prete cattolico e un intellettuale anglicano poteva sembrare molto insolita, ma entrambi erano due anime assetate di Dio, e senza alcun compromesso né sincretismo si testimoniavano l’un l’altro la gioia e la passione del credere.

Il 31 ottobre è stato pubblicato il libro più recente che hai dedicato proprio a Lewis. Che cosa potremo trovarvi? Perché hai sentito l’esigenza di dedicarglielo?

Ho voluto raccontare la vita stessa e l’opera di Lewis, tant’è che il libro è diviso in due parti che affrontano entrambi gli aspetti. Ho cercato di raccontare il  desiderio di Lewis di realizzare il progetto buono di Dio. Un ideale che si concretizzò nella ricerca della Verità e della Gioia. Tutte le opere di Lewis s’intrecciano variamente attorno ad un tema che ritorna costantemente e che, parafrasando le sue stesse parole, possiamo definire «the lived dialectic of Desire», la dialettica vissuta del desiderio. Un desiderio imprecisabile, ma intensissimo, che Lewis inseguì tenacemente per tutta la sua vita e che crebbe di pari passo con la sua evoluzione spirituale, assumendo di volta in volta connotazioni sempre più definite e arrivando, finalmente, ad essere identificato come la Gioia.

In memoria di J. R. R. Tolkien: Intervista con Paolo Gulisano

Oggi, nel 1973, moriva JRR Tolkien. Lo ricordiamo in questa intervista del nostro Daniele Barale al nostro (perdonate l’iterazione) Paolo Gulisano. Buona lettura!

Il 2 settembre si celebrano i cinquant’anni del dies natalis del subcreatore di Eä, l’universo ove si trova Arda, il mondo della Terra di Mezzo, la cornice entro la quale si svolgono i fatti narrati ne Il Silmarillion, ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli anelli. Ma prima ancora Tolkien è stato docente universitario presso Leeds e Oxford, e autorevole conoscitore delle mitologie classiche, medioevali e moderne. In proposito, meritano attenzione le traduzioni che egli dedicò al Beowulf, a Sir Gawain e il Cavaliere verde, il poema allitterativo La caduta di Artù e il saggio “Sulle fiabe” (On Fairy-Stories).

Tolkien scrisse le sue “fiabe epiche” principalmente per dilettare i famigliari e gli amici (si pensi anche a Mr. Bliss, Le lettere di Babbo Natale, Roverandom), e fornire un mondo verosimile ai suoi linguaggi: dieci lingue e molti alfabeti, tra cui il Sindarin e il Quenya (due esempi: Elen síla lúmenn’ omentielvo; Aiya Eärendil elenion ancalima!).

Come egli stesso scrisse in una lettera del ‘55, alla base del suo lavoro c’è l’invenzione dei linguaggi. Le storie furono create per fornire un mondo ai linguaggi e non il contrario. «Per me, prima viene il nome e poi la storia». E nella lettera “183” (da La realtà in trasparenza) si può leggere: «Io ho la mentalità dello storico. La terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo e ancora in uso) di midden-erd/middel.erd, l’antico nome di oikoumene, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o con mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale. […] Il mio non è un mondo immaginario, ma un momento storico immaginario su una Terra-di-Mezzo – che è la terra dove noi viviamo».

Per celebrare la ricorrenza, abbiamo incontrato Paolo Gulisano, medico, scrittore e tra gli studiosi, italiani ed europei, più importanti del professore; autore di molti libri, tra cui “Tolkien: il mito e la grazia”, “La mappa de Lo Hobbit”, “La mappa della Terra di Mezzo” .

Perché la vita di Tolkien si può definire “eucatastrofica”, a iniziare da fatti quali il “martirio” della madre Mabel e la sua partecipazione alla prima guerra mondiale?

La vita di John Ronald Tolkien può sembrare all’apparenza una vita tranquilla, da docente universitario, da padre di famiglia, coronata dal grande successo letterario che ne fece uno dei più celebri scrittori del XX secolo. Tuttavia non mancarono nel corso degli anni motivi di forte sofferenza, a cominciare dalla perdita ancora ragazzo della madre (dopo che il padre era morto in Sudafrica mentre lui era ancora bambino), una perdita che lui considerò con buone ragioni un martirio, in quanto Mabel dopo la sua conversione al Cattolicesimo era stata ingiustamente discriminata, abbandonata anche da un punto di vista economico, tanto da non poter curare efficacemente il diabete grave da cui era affetta. Il primo evento “eucatastrofico” fu l’ingresso nella sua vita di giovane orfano, affidato alle cure del tutore Padre Francis Morgan, di Edith Bratt, la donna che diventò sua moglie, e in qualche modo una musa ispiratrice. L’amore fu però difficile, un fidanzamento contrastato, perché la priorità che gli aveva posto Padre Morgan era che si laureasse, così da compiere il desiderio della mamma. Una volta sposati, il matrimonio presentò, come tante volte accade, delle difficoltà, dei momenti di incomprensione e amarezze reciproche, anche se durò tutta la vita. A queste sofferenze si aggiunse certamente la Guerra, i cui orrori Tolkien toccò con mano: la perdita degli amici, la sconsiderata follia degli alti ufficiali che utilizzavano i soldati come carne da macello, l’odio e la crudeltà. Tutto questo entrò nel suo immaginario. Ma alla fine, nonostante tutto il male che è in noi e nel mondo, Tolkien ebbe sempre la sicura certezza di quella che chiamò Eucatastrofe, ovvero l’irruzione nella storia della Salvezza. Le porte degli inferi non prevarranno, come nemmeno i neri cancelli di Mordor.

L’amicizia: quanto questa forma alta di Carità è stata per lui fondamentale?

Tolkien come scrittore è stato un vero e proprio cantore dell’amicizia: basti pensare al legame profondo e commovente tra Frodo e Sam, oppure quello sorprendente che si instaura tra Gimli e Legolas. Tolkien aveva vissuto delle amicizie straordinarie, con i suoi compagni di scuola del T.C.B.S. prima, e poi ad Oxford con C.S. Lewis e il gruppo degli Inklings, quel gruppo di accademici e non che condividevano la passione per la Mitologia, per il Cristianesimo, e per i buoni boccali di birra, e che si ritrovarono per anni in un piccolo pub di Oxford, coltivando una bella amicizia. Questo tipo di sentimento, ovvero di forma alta di Carità, fu per lui assolutamente fondamentale, e come detto lo traspose nelle sue creazioni letterarie. Allo stesso modo l’amico Lewis ne parlò in una delle sue opere più significative, il saggio “I Quattro Amori”.

Perché egli può essere definito un autore cattolico, e non un ecologista di sinistra, o un mero conservatore destrorso? Cosa ci dicono al riguardo le sue lettere?

Le interpretazioni politiche di Tolkien sono sempre state del tutto riduttive. Negli anni ’60 fu una certa sinistra americana a cavalcarlo, in nome del suo anticonformismo e di quello che sembrava essere una forma di ecologismo, tant’è che David Taggart, il fondatore di Green Peace, diede il nome di Frodo ad una delle prime imbarcazioni dell’associazione. In Italia invece la cultura dominante di Sinistra lo marchiò immediatamente come “fascista”, forse perché presentava nel suo libro uno scenario di tipo vagamente Medioevale, e per la Sinistra manichea Medioevo equivaleva a significare Destra, dopodiché fu inevitabile che una parte del mondo giovanile di Destra, la parte più anticonformista, più innovativa, più colta, non quella meramente nostalgica o che sognava i colonnelli, lo fece propria. Ma Tolkien è al di là e al di sopra di tutte le ideologie. Risulta riduttiva qualsivoglia etichettatura del professore di Oxford, poiché ciò che ispirò e che diede significato alla sua vita e alla sua opera non è riconducibile ad una ideologia, ma ad una visione della vita, ad una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben di più che una ideologia: è una filosofia. Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica, con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta le vicende umane. Tutto ciò emerge anche dalle sue lettere, dove ci rivela quanto il suo profondo, robusto cattolicesimo inglese abbia forgiato la sua opera.

I suoi personaggi – sia de Il Silmarillion, sia de Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli – possono essere definiti “grigi” (come Gandalf, prima di diventare bianco), e non neri o bianchi, come sostiene certa interpretazioni manichea. È vero?

Tra le critiche malevole che nel tempo furono fatte all’opera tolkieniana c’è proprio quella di essere manichea. E il manicheismo, in ambito letterario, significa debolezza dell’opera, in quanto la realtà – si sa – è estremamente complessa. Ma di fatto i romanzi di Tolkien non sono affatto manichei: certo, si parla di Bene e di Male, e li si chiama col loro nome, senza ambiguità, ma essi non stanno tutti da una parte o dall’altra: combattono nel cuore dell’uomo. La storia di Theoden è quella di un cambiamento, quasi di una conversione, o un risveglio spirituale da quello stato di incantamento quasi ipnotico (e questa è una condizione dell’uomo contemporaneo descritta profeticamente da Tolkien in modo mirabile) in cui l’aveva condotto Grima Vermilinguo. Oppure le storie di cadute, di tradimenti, come quello di Boromir, in cui possono cadere anche “i buoni”, e infine la drammatica, spaventosa apostasia di Saruman, che abbandona la via della saggezza per mondanizzarsi, per venire a compromesso con Sauron. Insomma: Tolkien non è semplicisticamente manicheo, ma sa bene che la realtà vede gli uomini impastati di Bene e Male e chiamati a scegliere.

Quali frutti occorre prendere dalla sua “opera magna”, per ben riflettere sul potere, sulla tecnica, sul rapporto tra l’uomo e Dio, l’ambiente in cui l’uomo vive (naturale e soprannaturale) e sulla valorizzazione della libertà?

Egli ha riproposto, in pieno ventesimo secolo, il genere letterario epico, ridando dignità letteraria all’antichissimo genere della narrativa dell’immaginario, nonostante il cinismo di una cultura dominante che doveva fare a meno dei valori, in particolare dell’eroismo. Il ritorno al Bello e al Vero auspicato dallo scrittore di Oxford venne realizzato da lui attraverso il ricorso e il ritorno al Mito, per ridare sanità e santità all’uomo moderno. “Il mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato”, disse Tolkien parlando ai suoi studenti di una delle sue opere preferite, il Beowulf. Il mito è necessario perché la realtà è molto più grande della razionalità. Il mito è visione, è nostalgia per l’eternità. Il mito è un mezzo per dare risposte a questioni fondamentali come l’origine dell’uomo, il bene, il male, l’amore, la morte e per dare spiegazioni ai fenomeni della natura. Se il mito è il nesso, il legame che l’uomo ha sempre cercato con il senso della vita, esso non può quindi che essere considerato un’espressione naturale ed antichissima del senso religioso che vive nel cuore dell’uomo.

Qual è stata l’influenza di San John Henry Newman e Gilbert Keith Chesterton su Tolkien?

Newman, uno dei più grandi pensatori cristiani degli ultimi secoli, era stato, nonostante la mitezza, quasi la fragilità della sua persona, un segno di contraddizione che aveva scosso l’Inghilterra sia cattolica che protestante. Da anglicano aveva dato vita al Movimento di Oxford, teso ad approfondire la ricerca teologica, specie nel campo della Patristica (quando la Chiesa era ancora una e indivisa) e a confrontarsi con le sfide della modernità. Questa ricerca della verità lo aveva fatto infine approdare al cattolicesimo. Un suo discepolo, padre Francis Morgan, era stato suo assistente personale, e quando divenne il tutore di Tolkien gli trasmise tutto quanto aveva appreso da Newman. Sulla sua tomba il grande convertito aveva voluto che fossero incise queste parole: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Andiamo verso la verità passando attraverso ombre e immagini. Per John Ronald Tolkien, che amò subito appassionatamente la fede cui sua madre lo aveva condotto, l’arte fu per tutta la vita questa ricerca della verità tra quelle ombre, quelle immagini che sono i miti e i simboli. Allo stesso tempo Tolkien guardò con grande interesse a Chesterton, di cui fu lettore, ma che non incontrò mai personalmente (c’era tra i due quasi una generazione di differenza), e sicuramente rimase colpito, come scrive nel suo saggio Sulle fiabe, dalla via chestertoniana dell’immaginario, del paradosso, dell’immagine velata, allo scopo di liberarci dai vari orpelli che, nella vita ordinaria, mascherano il volto della verità. Fu di fatto un ottimo allievo di GKC.

Cosa pensi della traduzione a opera di Ottavio Fatica: rappresenta il tentativo della cultura di sinistra di tirare verso di sé la manica di Tolkien? E della serie curata da Amazon, “Gli anelli del potere”: è meramente il tentativo di asservire il suo ricchissimo immaginario al politicamente corretto? Oppure, vi è ancora qualcosa di buono in esse?

Premesso che è del tutto lecito ritradurre i Classici della Letteratura (e Tolkien lo deve assolutamente essere considerato) come avviene per Omero o Shakespeare, le premesse di questa nuova edizione effettivamente avevano delle motivazioni ideologiche. Dopo i grossolani e ottusi attacchi degli anni ’70, a sinistra ci fu qualcuno – e non pochi- che lesse Tolkien, e ne apprezzò tutto il valore. Tuttavia c’era il problema di un autore ormai diventato nella vulgata corrente “di destra”. Come fare dunque a sdoganarlo? A farlo arrivare anche ai compagni lettori? Un’ opinione era che lo scivolamento a destra era avvenuto anche per colpa della traduzione del Signore degli Anelli, giudicata troppo aulica, epica, e quindi il linguaggio avrebbe determinato il celebre feeling politico. Occorreva una traduzione più popolare, più colloquiale, meno altisonante, più simile al linguaggio della narrativa realista, e così è arrivata la versione di Fatica. Personalmente non ne sono stato molto soddisfatto, pur nella consapevolezza che anche la prima traduzione fosse decisamente rivedibile. Rimane il rimpianto che il Signore degli Anelli non sia mai stato tradotto da Francesco Saba Sardi, il traduttore del Silmarillion, che a mio avviso resta di gran lunga il miglior interprete in lingua italiana di Tolkien. In quanto alla serie Amazon, devo dire che l’ho trovata completamente priva dello spessore epico di Tolkien. Un fantasy come tanti altri. Di Tolkieniano sono rimasti solo i nomi.

Ultima domanda, molto personale: quando e come ha cambiato la tua vita “l’incontro con il professore oxoniense”?

John Ronald Tolkien mi ha dato tantissimo, dal momento in cui lo scoprii a 19 anni. Mi ha ricolmato di bellezza, di valori grandi che ho cercato di far miei; mi ha aperto orizzonti culturali infiniti sulla storia, sulla mitologia, e cosa più importante di tutte, sul senso del Sacro e sulla Fede Cattolica. E’ stato un onore e una grande gioia diventare un suo esegeta, e raccontarlo non solo al pubblico italiano, ma anche a quelli di Polonia e Repubblica Ceca dove i miei libri sono stati tradotti. Non gli sarò mai abbastanza grato.

Paolo