Il Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto

Vi accennavamo dell’uscita del Cantico delle Ceneri, di Miriam Cuatto: ci abbiamo fatto pure due chiacchiere!

Dunque, Cuatto, iniziamo con una riassunto senza spoiler della trama.

La storia raccontata nel Cantico delle Ceneri si svolge tra il 1358 e il 1359, attorno alla Sacra di San Michele, nei boschi e nei villaggi raccolti ai suoi piedi. Sono due storie che si incrociano e si toccano, spesso senza saperlo, per poi confluire nell’ultimo atto, ovvero la terza parte del libro. Le due storie seguono le vicende di Artemisia e Clovis, due personaggi completamente opposti. L’una è una giovane donna di umile origine che si troverà a conoscere il mondo antico e misterioso delle Masche (volgarmente, diciamo che sono streghe). L’altro è un monaco francese, un talentuoso miniatore che da lontano giunge a San Michele in cerca di un baluardo di fede in un mondo sconvolto. Entrambi i protagonisti, come tutti gli altri personaggi, dovranno fare i conti con qualcosa di più potente di loro, un antico patto sepolto nell’oscurità dei boschi, che rischia di distruggere le glorie dell’abbazia e la sacra tradizione dei boschi.

Una medievista che racconta di Medioevo: come si approccia allo scrivere una storia ambientata in un contesto che si conosce, ma di cui si è anche consapevoli di non conoscere molte cose?

La ricostruzione storica, nel libro, è stata la base di tutto, prima ancora di voler dare una storia con elementi fantastici era mio desiderio dare un quadro, manzonianamente parlando, verosimile. Ho giocato in casa, scrivendo dell’epoca che ho studiato affrontando ambiti molto conosciuti, come ad esempio la vita in un’abbazia, ma anche poco testimoniati, come la quotidianità delle classi più umili. Ma conoscere bene l’epoca, il modo di agire e di pensare, liberandosi dai comuni pregiudizi, permette anche di tentare ricostruzioni che ben si inseriscono sia nel flusso del racconto sia nella Storia. Le licenze inevitabilmente ci sono, sopperiscono alla mancanza di informazioni, così come gli elementi fantastici con l’intenzione di dare al libro l’aspetto di una ricostruzione verosimile godibile, senza voler essere un trattato puntiglioso.

E d’altra parte, nella tua storia, rientra il soprannaturale: sia ‘pagano’ (diciamo così in assenza di un termine più centrato), sia cristiano.

Il soprannaturale è il vero fulcro della storia, quel qualcosa di più potente, sia esso sotto la forma del Dio cristiano, delle antiche tradizioni della civiltà druidica, del sogno premonitore, della magia o del destino inevitabile. E nel soprannaturale si consumano l’incontro e scontro che muovono le vicende della storia, senza voler essere la classica immagine di una Chiesa medioevale, oscurantista e persecutrice contro un tipo di religiosità antica e popolare. C’è sì il soprannaturale ma chi agisce nella storia è umano, su entrambi i fronti si trovano santi e peccatori che difficilmente si incasellano nella rigida dicotomia bene/male. La sfera del religioso ha richiesto ampie ricerche, soprattutto per la parte “pagana” che si perde laddove storia e leggenda non hanno confini particolarmente netti.

Il Cantico delle Ceneri, con la sua autrice. È quella nella parte alta dell’immagine

Nel romanzo si legge dello “scontro” tra le due tradizioni, ma, mi pare, che la tesi di fondo (se di tesi si può parlare) sia che ci possa essere una via se non di commistione, almeno di reciproca comprensione.

Nel periodo in cui si svolge il romanzo, questa convivenza esiste da 360 anni circa, da quando fu sigillato questo accordo attorno al quale ruota la narrazione. Non c’è esattamente pace, c’è una tregua ben nascosta, della quale pochi sono a conoscenza, che viene infranta da un atto violento che distrugge la quiete. Rimando qui al titolo, alla parola “ceneri”, che accomuna i due mondi i quali viaggiano entrambi, e convergono, verso la propria fine, l’uno a completare l’altro. L’abbazia si trova a vivere fuori dal proprio tempo, in un contesto storico che non è più il proprio, ha un aspetto dorato e benestante ma sta lentamente marcendo; l’antico culto dei boschi è ridotto a pochissimi testimoni, la storia lo sta inghiottendo dopo secoli di dominio. Questi due mondi hanno conosciuto la prosperità insieme e conosceranno la decadenza insieme, per quanto sembrino diametralmente opposti, sono la stessa cosa.

D’altra parte (lo si dice puramente come constatazione sociologica) nella nostra contemporaneità languida e scettica, entrambe queste tradizioni sembrano essere percepite al crepuscolo.

Le ceneri a cui fa riferimento il titolo del libro sono la fine di qualcosa che ormai è bruciato, ha fatto luce e si è spento. Ma dalle ceneri, di ieri e di oggi, può rinascere qualcosa se viene dato combustibile e se vengono attizzate nel modo giusto. Tempora bona veniant, è una storia si di decadenza ma anche di speranza, l’abbazia di San Michele dopo cinquecento anni torna a risplendere, le leggende delle Masche ancora sono raccontate. Non è certo un romanzo che vuole fare la morale e criticare il mondo contemporaneo lontano secoli dall’epoca in cui è ambientato, assolutamente, vuole solo raccontare una storia, ma si possono leggere anche questi messaggi tra le sue righe.

Ogni autore che ha a che fare con il soprannaturale si impone, di solito, delle regole: hai fatto anche tu lo stesso?

Anche il soprannaturale e la magia richiedono regole, certo. Innanzitutto la scelta di quali figure fantastiche inserire in un romanzo a base storica, ho cercato personaggi che non andassero troppo a intaccare la storicità (per dire potevo metterci i draghi, bellissimi, ma un po’ ingombranti). Trovate le figure delle Masche, tra leggenda e realtà, esistendo processi a queste donne, le ho studiate e a dir la verità ho apportato poche modifiche alla loro natura. Per intenderci, le Masche, le streghe del folklore piemontese, sono talvolta descritte come donne, talvolta come spiriti, ora come personaggi pacifici ma dispettosi, ora come entità maligne e vendicative; io le ho rese donne semplici, donne del popolo eredi di questa antica tradizione, capaci di incanalare le forze della natura, senza sconvolgerle. Le regole, quindi, le ha imposte la natura stessa, una magia non sensazionale e distruttiva ma ben inserita nelle cose del mondo. In quanto umane, le ho dovute dotare anche di debolezze, non sarebbe stato credibile il contrario.

La Sacra di San Michele. Certo come ambientazione è meglio di un parcheggio multipiano

Come hai conciliato l’esigenza di mettere assieme un tema di folklore locale (le Masche appunto) con un respiro ed un indirizzo più ampio?

L’obiettivo primo di questo libro è raccontare non solo una storia, ma anche un luogo rimasto uguale a sé stesso nonostante i secoli che ci separano dal XIV secolo. Desideravo un romanzo corale nel quale la gente che vive quelle stesse terre potesse riconoscersi: attraverso i luoghi che sono tutti reali, attraverso la lingua che ricalca il dialetto moderno, attraverso la leggenda delle Masche che tutti conoscono e attraverso l’immagine della Sacra di San Michele che vediamo ogni giorno affacciandoci dalla finestra. La val di Susa, la terra che è raccontata e che racconta questa storia, è tutto questo, storia e leggenda insieme, inserita nella famosa Storia con la S maiuscola. È venuto tutto abbastanza naturale, senza che il fantastico forzasse la storia o il contrario.
Mi sono trovata, tra l’altro, a vedere come della parte più strettamente storica relativa alla Sacra è davvero poco conosciuta da chi ci vive direttamente sotto, questo dona al romanzo anche una sfumatura “divulgativa”, pur sempre rimanendo una storia da leggere e raccontare
.

La pro loco valsusina dovrebbe farti un contratto almeno a tempo determinato! Raccontaci il tuo rapporto con la Sacra, dai.

La Sacra c’è sempre stata, è sempre stata lì ad osservare con attenzione tutto quanto. Ho iniziato a conoscerla meglio, però, durante il liceo fino a diventare una guida volontaria all’interno del monumento, mansione svolta per qualche anno. È un rapporto, se si può dire parlando di un edificio, di stretta amicizia e di arricchimento, una continua scoperta di storia, di arte e di cultura, che ha portato fino alla redazione della tesi triennale in beni culturali proprio su alcune sculture presenti nella Chiesa abbaziale. Ora sono lontana da Lei, ma tornare in valle e vederla dalla strada comparire tra le nubi è sempre un’emozione che sa di casa, una meraviglia come se fosse la prima volta che la vedo. Il romanzo, dunque, è anche una sorta di tributo, un piccolo tassello della sua storia immensa e lunghissima.

Grazie Miriam! Buona lettura a tutti!


Due righe con: Patrizio Righero

Non sappiamo voi, ma per molti di noi poche cose sono più gradevoli di fermarsi un momento a parlare di libri. Abbiamo pensato così di fare due chiacchierate, un po’ per presentarci, un po’ per dare qualche spunto di lettura, magari. Iniziamo con uno dei fondatori, Patrizio Righero.


Patrizio, credo tu possa sentirti lusingato di essere nella versione alpha di queste interviste. Iniziamo canonicamente (se di canone si può parlare): se dovessi dare una idea di te tramite un personaggio letterario, chi sceglieresti?

Molto lusingato! Dunque: chi vorrei essere non corrisponde a chi verosimilmente potrei essere, ovviamente. Lo starec Zosima dei Fratelli Karamazov è un personaggio gigantesco nel quale vorrei potermi rispecchiare. Ma l’immagine che mi torna indietro è piuttosto quella del pellegrino russo, oppure, in altri momenti, quella di Gabriel Syme, “L’uomo che fu Giovedì” scaturito dalla penna di quel genio di G.K. Chesterton. Ma alla fine, scendendo dal pero, mi vedo come un Renzo Tramaglino qualsiasi. O forse don Abbondio? Meglio fermarsi qui!

Se qualcuno dovesse fare un complesso grafico in tre dimensioni della letteratura per posizionarne i grandi autori, con qualche improbabile criterio di coordinate, credo che ai tre estremi potrebbe posizionare proprio Dostoevskij, Chesterton e Manzoni.

Trio Dinamico

Un’eccellente triangolazione europea. Uscendo poi in mare aperto ci si imbatterebbe certamente in Melville e in Poe, navigando verso Ovest. Ad est Cao Xueqin potrebbe costituire una spiazzante e impegnativa sorpresa.

Insomma, mi pare di capire: i classici. Delle tante definizioni di “classico” che sono state date, quale preferisci? Va bene anche se ne hai una tua.

La mia è una definizione necrologica: un autore per essere definito classico deve innanzitutto essere morto da almeno una ventina d’anni. In modo che svaporino le sponsorizzazioni ideologiche. Se del suo successo letterario resta qualcosa di buono, se i lettori continuano a sfogliarlo imperterriti e a trarne innanzi tutto un certo godimento, beh allora forse ci siamo.

Niente instant classic, quindi, per te: eppure molti autori, come Dante (almeno a quanto ci fa capire Boccaccio), o Hugo, o Tolstoj, o Dickens (ok Dickens forse un po’ meno, ma è perché vogliamo molto bene a Dickens) sono stati subito inquadrati in quel campionato lì. Altri invece lo sono diventati nel tempo, in fondo. Che ne pensi?

Certo, il classico di razza lo è anche per i suoi contemporanei, ma loro non sono autorizzati a dirlo. Provo a fare un esempio dei giorni nostri: possiamo dire che Stephen King sia già un autore classico? Forse sì, ma tra cent’anni lo leggeranno ancora? Diamogli tempo…

Dai, dimmi tre autori contemporanei o quasi che secondo te potrebbero essere classici tra un secolo. Puoi farti guidare sia dal cuore che dal cervello.

La risposta non può che essere soggettiva e arbitraria, condizionata anche dalle mie letture (come hai già capito prediligo i defunti). A quello già citato aggiungerei il francese Dominique Lapierre (scomparso nel 2022, quindi teniamolo buono come contemporaneo). E mi si passi anche Ray Bradbury (1920-2012). Italiani viventi che possano lasciare il segno fatico a trovarne. Quindi, in buona sostanza, ho glissato la domanda!

Annotiamo l’ammissione di colpa. Hai citato Bradbury: parliamo un po’ di fantascienza.

Sfondi una porta aperta! Purtroppo ancora oggi è considerata un genere di nicchia, tenuta colpevolmente fuori dai salotti della grande letteratura. Autori del calibro di Asimov o Stanisław Lem hanno segnato la cultura del 900 e continuano a influenzare quella contemporanea. Basti pensare alle grandi produzioni cinematografiche. Solaris è un capolavoro assoluto.

Ed anche tu ti sei dilettato nel genere, vero (piccolo spazio pubblicità)?

Un sottogenere direi: quello del drabble (racconto di 100 parole) che ho applicato alla fantascienza. Da subito l’ho trovato particolarmente stimolante e ne è venuta fuori una raccolta di 100 racconti con lo scanzonato titolo “Gli ultimi giorni del mondo”. Nello stesso libro ho aggiunto anche alcuni racconti più estesi. Complessivamente un viaggio dalla Genesi all’Apocalisse, sui ritmi della Commedia dantesca. Alcuni lettori, se la loro confidenza è stata sincera, lo hanno perfino trovato gradevole.

Cosa ne pensi della divisione in “generi” che spesso si adopera in letteratura?

Necessaria per uno studio critico. Indubbiamente. Sta poi agli autori (quelli bravi) mettere alla prova gli accademici, mescolando le carte e contaminando i generi.

In proposito di generi letterari, un’altra delle tue opere riguarda Maria di Nazareth: cosa ne pensi del rapporto tra letteratura e Bibbia (che è parte delle letteratura, ovviamente, ma anche altro) e più in generale, tra letteratura e religione?

La Parola genera le parole. Nel contesto della cultura ebraica, cristiana e anche laica, la Bibbia, nel corso dei secoli, ha innescato processi letterari e artistici la cui grandezza è sotto gli occhi di tutti. Il mondo ebraico, in modo particolare, ha sviluppato il Midrash Aggadah, cioè il commento narrativo al testo biblico. Si tratta di un approccio sostanzialmente religioso e spirituale. Oggi si parla di “riscritture”, con le quali si cimentano volentieri i non credenti, talvolta con risultati illuminanti anche per chi ha fatto della Parola un punto di riferimento per la propria vita. Altro discorso va fatto per il rapporto tra letteratura e religione: sono due mondi che si intersecano continuamente. Alcuni titoli possono offrire la cifra della grande varietà che questo incontro può generare: andiamo da “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, laddove il sacro non è mai esplicito ma permea ogni pagina dell’opera, a “Le cronache di Narnia” di Lewis, articolate sul simbolismo cristiano. E che dire di Fëdor Dostoevskij?

Personalmente credo che ogni grande opera letteraria, indipendentemente dall’oggetto che tratta, lasci trasparire le forme del sacro e della trascendenza.

La vera arte è sempre sacra, quindi: non per questo rimane necessariamente nelle chiese e nei templi.

Vale per ogni autentica espressione dell’umano. San Giustino parlava di “logoi spermatikoi”, cioè quei semi della Verità divina (Logos) che sono stati disseminati da Dio nel mondo e nella storia. Resta talvolta la difficoltà da parte dei cristiani di individuare e coltivare questi semi, in una prospettiva di condivisione del Vangelo. Dall’altra parte si rileva una (questa sì, ben coltivata) allergia a tutto ciò che odora di incenso: e in molti finiscono per rifiutare in modo acritico la ricchezza contenuta nell’arte e nella letteratura sacra solo perché espressione di una confessione religiosa. Ma qui stiamo uscendo dal campo strettamente letterario.

In proposito di “campo” (gran gancio, questo), vorresti concludere con un gioco? So che sei tifoso granata, ci daresti il tuo ideale undici letterario?

Colgo la palla al balzo! Premetto che il Torino e la sua storia sono già di per sé poesia, epica, tragedia e leggenda. Lo testimonia il fatto che, almeno in Italia, è la squadra di calcio sulla quale sono stati scritti più libri.
Per quanto riguarda l’11 titolare istintivamente tra i pali metterei Omero, ma quanto si dice circa la sua capacità visiva precipiterebbe nell’incertezza tutta la retroguardia. Motivo per cui lo lascerei sugli spalti, con il prestigioso ruolo di presidente onorario del club. Tra i pali vedrei bene Giovanni Pascoli, forse non sarà un mago sulle prese alte, ma certamente è uno abituato alla solitudine con la quale sono spesso chiamati a convivere i numeri uno. Terzino sinistro (in un classico 4-4-2) Tolstoj. Con lui è difficile spuntarla. Sulla destra: Giovannino Guareschi. Una certezza granitica che non molla mai. Centrali due giganti: Dante e Manzoni. Corsia sinistra Richard Bach, corsia destra Antoine de Saint-Exupéry: due che di ali se ne intendono. Fantasisti dietro le punte: Tolkien e Lewis. Giocano a memoria e sono capaci di trovate geniali. A buttarla dentro ci penseranno William Shakespeare e Dostoevskij: due fuoriclasse assoluti.

Una bella formazione. Un ultimo suggerimento, visto che se n’è accennato: ci vuoi consigliare qualche libro che accosti il calcio (o lo sport in generale) alla letteratura?

Chi pratica sport raramente è un lettore forte, e i lettori forti raramente amano le grandi sudate. Ma sui libri queste due tipologie umane posso miracolosamente incontrarsi. Altro discorso va fatto per i tifosi, vale a dire gli “sportivi non praticanti”. Questi pare che leggano volentieri (i giornali sportivi, ma non solo). A tutti – sportivi, lettori e tifosi – suggerisco due titoli: “Il romanzo del Grande Torino” di Franco Ossola e, di tutt’altro genere, ma altrettanto godibile, “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni. Buona lettura.