La musica del mondo, di Davide Gorga

Nel tempo, gli strati di polvere si sollevarono dal manto grigio della materia inerte che ricopriva il corpo celeste, vorticando in mulinelli sempre più alti, risucchiati da vortici di atmosfera viola e verde. La prima stella del mattino si levò splendente. Il sole sorse paludoso. Come un manichino inerte, il pianeta continuava a ruotare, ignaro delle cattedrali gotiche slanciate verso l’azzurro, dei mattini d’inverno e delle mani intirizzite, dei giochi di bambini troppo presto diventati adulti. L’assenza di suono senza silenzio aveva inghiottito ogni memoria.

Salirono alti gli strati di cenere morta. Per tutto il giorno rimasero sospesi.

Nella luce della Luna piena, formarono nubi nere. La luce delle stelle raggiungeva fioca il suolo. 

Il primo suono fu quello della crosta del pane che si rompe fragrante. Le rocce si squarciarono in dirupi. Acqua imprigionata, ghiacciata, celata, si riversò in diluvi e catastrofi spazzando via ogni cosa davanti a sé, pioggia senza fine da nuvole mutevoli alla luce strana. Crateri si aprirono e lava disciolse i valloni e le creste. Giganti di pietra si sollevarono. Il mondo intero si mosse alla violenza della spada che lo squarciò come un fendente sibilante. 

Nel frastuono si levò la prima nota. Una corda invisibile vibrò nel vento. Tra ali di fiamma percorse le valli di vulcani. La melodia si afferrò il mondo plasmandolo a sua immagine, immenso maglio; i mari si ritemprarono, l’aria tremò, la terra ubbidì. 

L’aria virò in azzurro, le alghe popolarono i mari rinati, vallate splendettero al sole. La musica guardava con occhi di note.

Accordi di fiamma nel cielo.

Bruciarono i fantasmi erranti. Alle note più acute rispondevano allodole e cormorani. La notte scese nelle antiche foreste del sogno del mondo, ricordo e suadente percezione delle lire e dei canti di voci ignote in un oceano di silenzio e vuoto. Il menestrello suonava incessante nella notte, tra i fuochi. 

Le stelle erano alte e la magia forte. Più veloce la musica e la danza della cantrice nel silenzio ricamante parole ignote, fiorivano immagini d’anima e foglie di gioia. Ricadenti in ruscelli dorati sotto l’argento ricamavano vene nella terra, venti e sussurri, fiumi echeggianti. Flauti e fenici volarono nell’aria risorta risorgendo nel tempo. Arcani iridati intrecciarono le fiamme, depositandosi in angoli oscuri nel riflesso del suono fluente alla vista degli sguardi del cielo; canti di bambini convocarono fate ed elfi e fiabe come incantati dal musico alla luce del focolare, gli occhi chiusi, le corde vibranti. 

L’alba si levò dissolvendo le nubi sull’orizzonte marino, golfi e acqua e valli e su inudite voci le fenici si nascosero nel segreto manto. La musica assorta entrò nei canti dei boschi e nelle grida dei bambini, nascosta eppure presente; sorsero legni e resine e profumi e la cantrice si addentrò nella luce lunare, il menestrello accompagnò il suo canto fra le braci del fuoco morente.

Al di fuori del sogno, oltre le stagioni del rimpianto, al di là del recinto immoto, il mondo prese a svolgere la propria storia.

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