Non sappiamo voi, ma per molti di noi poche cose sono più gradevoli di fermarsi un momento a parlare di libri. Abbiamo pensato così di fare due chiacchierate, un po’ per presentarci, un po’ per dare qualche spunto di lettura, magari. Iniziamo con uno dei fondatori, Patrizio Righero.
Patrizio, credo tu possa sentirti lusingato di essere nella versione alpha di queste interviste. Iniziamo canonicamente (se di canone si può parlare): se dovessi dare una idea di te tramite un personaggio letterario, chi sceglieresti?
Molto lusingato! Dunque: chi vorrei essere non corrisponde a chi verosimilmente potrei essere, ovviamente. Lo starec Zosima dei Fratelli Karamazov è un personaggio gigantesco nel quale vorrei potermi rispecchiare. Ma l’immagine che mi torna indietro è piuttosto quella del pellegrino russo, oppure, in altri momenti, quella di Gabriel Syme, “L’uomo che fu Giovedì” scaturito dalla penna di quel genio di G.K. Chesterton. Ma alla fine, scendendo dal pero, mi vedo come un Renzo Tramaglino qualsiasi. O forse don Abbondio? Meglio fermarsi qui!
Se qualcuno dovesse fare un complesso grafico in tre dimensioni della letteratura per posizionarne i grandi autori, con qualche improbabile criterio di coordinate, credo che ai tre estremi potrebbe posizionare proprio Dostoevskij, Chesterton e Manzoni.

Un’eccellente triangolazione europea. Uscendo poi in mare aperto ci si imbatterebbe certamente in Melville e in Poe, navigando verso Ovest. Ad est Cao Xueqin potrebbe costituire una spiazzante e impegnativa sorpresa.
Insomma, mi pare di capire: i classici. Delle tante definizioni di “classico” che sono state date, quale preferisci? Va bene anche se ne hai una tua.
La mia è una definizione necrologica: un autore per essere definito classico deve innanzitutto essere morto da almeno una ventina d’anni. In modo che svaporino le sponsorizzazioni ideologiche. Se del suo successo letterario resta qualcosa di buono, se i lettori continuano a sfogliarlo imperterriti e a trarne innanzi tutto un certo godimento, beh allora forse ci siamo.
Niente instant classic, quindi, per te: eppure molti autori, come Dante (almeno a quanto ci fa capire Boccaccio), o Hugo, o Tolstoj, o Dickens (ok Dickens forse un po’ meno, ma è perché vogliamo molto bene a Dickens) sono stati subito inquadrati in quel campionato lì. Altri invece lo sono diventati nel tempo, in fondo. Che ne pensi?
Certo, il classico di razza lo è anche per i suoi contemporanei, ma loro non sono autorizzati a dirlo. Provo a fare un esempio dei giorni nostri: possiamo dire che Stephen King sia già un autore classico? Forse sì, ma tra cent’anni lo leggeranno ancora? Diamogli tempo…
Dai, dimmi tre autori contemporanei o quasi che secondo te potrebbero essere classici tra un secolo. Puoi farti guidare sia dal cuore che dal cervello.
La risposta non può che essere soggettiva e arbitraria, condizionata anche dalle mie letture (come hai già capito prediligo i defunti). A quello già citato aggiungerei il francese Dominique Lapierre (scomparso nel 2022, quindi teniamolo buono come contemporaneo). E mi si passi anche Ray Bradbury (1920-2012). Italiani viventi che possano lasciare il segno fatico a trovarne. Quindi, in buona sostanza, ho glissato la domanda!
Annotiamo l’ammissione di colpa. Hai citato Bradbury: parliamo un po’ di fantascienza.
Sfondi una porta aperta! Purtroppo ancora oggi è considerata un genere di nicchia, tenuta colpevolmente fuori dai salotti della grande letteratura. Autori del calibro di Asimov o Stanisław Lem hanno segnato la cultura del 900 e continuano a influenzare quella contemporanea. Basti pensare alle grandi produzioni cinematografiche. Solaris è un capolavoro assoluto.
Ed anche tu ti sei dilettato nel genere, vero (piccolo spazio pubblicità)?
Un sottogenere direi: quello del drabble (racconto di 100 parole) che ho applicato alla fantascienza. Da subito l’ho trovato particolarmente stimolante e ne è venuta fuori una raccolta di 100 racconti con lo scanzonato titolo “Gli ultimi giorni del mondo”. Nello stesso libro ho aggiunto anche alcuni racconti più estesi. Complessivamente un viaggio dalla Genesi all’Apocalisse, sui ritmi della Commedia dantesca. Alcuni lettori, se la loro confidenza è stata sincera, lo hanno perfino trovato gradevole.

Cosa ne pensi della divisione in “generi” che spesso si adopera in letteratura?
Necessaria per uno studio critico. Indubbiamente. Sta poi agli autori (quelli bravi) mettere alla prova gli accademici, mescolando le carte e contaminando i generi.
In proposito di generi letterari, un’altra delle tue opere riguarda Maria di Nazareth: cosa ne pensi del rapporto tra letteratura e Bibbia (che è parte delle letteratura, ovviamente, ma anche altro) e più in generale, tra letteratura e religione?
La Parola genera le parole. Nel contesto della cultura ebraica, cristiana e anche laica, la Bibbia, nel corso dei secoli, ha innescato processi letterari e artistici la cui grandezza è sotto gli occhi di tutti. Il mondo ebraico, in modo particolare, ha sviluppato il Midrash Aggadah, cioè il commento narrativo al testo biblico. Si tratta di un approccio sostanzialmente religioso e spirituale. Oggi si parla di “riscritture”, con le quali si cimentano volentieri i non credenti, talvolta con risultati illuminanti anche per chi ha fatto della Parola un punto di riferimento per la propria vita. Altro discorso va fatto per il rapporto tra letteratura e religione: sono due mondi che si intersecano continuamente. Alcuni titoli possono offrire la cifra della grande varietà che questo incontro può generare: andiamo da “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, laddove il sacro non è mai esplicito ma permea ogni pagina dell’opera, a “Le cronache di Narnia” di Lewis, articolate sul simbolismo cristiano. E che dire di Fëdor Dostoevskij?
Personalmente credo che ogni grande opera letteraria, indipendentemente dall’oggetto che tratta, lasci trasparire le forme del sacro e della trascendenza.
La vera arte è sempre sacra, quindi: non per questo rimane necessariamente nelle chiese e nei templi.
Vale per ogni autentica espressione dell’umano. San Giustino parlava di “logoi spermatikoi”, cioè quei semi della Verità divina (Logos) che sono stati disseminati da Dio nel mondo e nella storia. Resta talvolta la difficoltà da parte dei cristiani di individuare e coltivare questi semi, in una prospettiva di condivisione del Vangelo. Dall’altra parte si rileva una (questa sì, ben coltivata) allergia a tutto ciò che odora di incenso: e in molti finiscono per rifiutare in modo acritico la ricchezza contenuta nell’arte e nella letteratura sacra solo perché espressione di una confessione religiosa. Ma qui stiamo uscendo dal campo strettamente letterario.
In proposito di “campo” (gran gancio, questo), vorresti concludere con un gioco? So che sei tifoso granata, ci daresti il tuo ideale undici letterario?
Colgo la palla al balzo! Premetto che il Torino e la sua storia sono già di per sé poesia, epica, tragedia e leggenda. Lo testimonia il fatto che, almeno in Italia, è la squadra di calcio sulla quale sono stati scritti più libri.
Per quanto riguarda l’11 titolare istintivamente tra i pali metterei Omero, ma quanto si dice circa la sua capacità visiva precipiterebbe nell’incertezza tutta la retroguardia. Motivo per cui lo lascerei sugli spalti, con il prestigioso ruolo di presidente onorario del club. Tra i pali vedrei bene Giovanni Pascoli, forse non sarà un mago sulle prese alte, ma certamente è uno abituato alla solitudine con la quale sono spesso chiamati a convivere i numeri uno. Terzino sinistro (in un classico 4-4-2) Tolstoj. Con lui è difficile spuntarla. Sulla destra: Giovannino Guareschi. Una certezza granitica che non molla mai. Centrali due giganti: Dante e Manzoni. Corsia sinistra Richard Bach, corsia destra Antoine de Saint-Exupéry: due che di ali se ne intendono. Fantasisti dietro le punte: Tolkien e Lewis. Giocano a memoria e sono capaci di trovate geniali. A buttarla dentro ci penseranno William Shakespeare e Dostoevskij: due fuoriclasse assoluti.
Una bella formazione. Un ultimo suggerimento, visto che se n’è accennato: ci vuoi consigliare qualche libro che accosti il calcio (o lo sport in generale) alla letteratura?
Chi pratica sport raramente è un lettore forte, e i lettori forti raramente amano le grandi sudate. Ma sui libri queste due tipologie umane posso miracolosamente incontrarsi. Altro discorso va fatto per i tifosi, vale a dire gli “sportivi non praticanti”. Questi pare che leggano volentieri (i giornali sportivi, ma non solo). A tutti – sportivi, lettori e tifosi – suggerisco due titoli: “Il romanzo del Grande Torino” di Franco Ossola e, di tutt’altro genere, ma altrettanto godibile, “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni. Buona lettura.
