Una falange del nostro gruppo ha ideato per il sito Vinonuovo una Via Lucis (che è? Qua), un po’ particolare, perché abbiamo associato, suggestionandoci, a sette stazioni, alcuni brani della letteratura che amiamo: dalla fantascienza di Lem, a J.K. Rowling, ai nostri Tolkien e Lewis, a Dostoevskij, Dickens e Manzoni. Ne abbiamo fatto anche dei brevi video: pubblichiamo oggi che è pure Pentecoste tutto nel nostro canale Youtube!
Tag: Tolkien
Il genio creativo di Tolkien, a Torino
Uuuuhhhhh promuoviamo un evento tolkieniano a Torino: se siete in zona, ma anche se non lo siete, non mancate! Di seguito qui il comunicato ufficiale per le stampe.
Da Oxford a Torino. Giuseppe Pezzini racconta il genio creativo di J.R.R. Tolkien
Venerdì 5 aprile appuntamento a Torino con il professor Giuseppe Pezzini, professore Associato al Corpus Christi College presso l’Università di Oxford, che presenterà l’autore e studioso J.R.R. Tolkien.
L’iniziativa, che si terrà alle ore 21:00 nella Chiesa di Santa Teresa (Via Santa Teresa, 5), è promossa dal gruppo letterario Inkiostri in collaborazione con i Carmelitani scalzi di Torino e il nostro giornale.
Spiega il moderatore della serata Daniele Barale:
«si proverà a indagare il “mistero della creazione letteraria”, percorrendo l’itinerario creativo e spirituale dell’autore o, meglio, subcreatore (per usare un concetto a lui caro) de “Il signore degli anelli”. Tolkien ricorda che ciascun uomo è chiamato ad impreziosire, con i propri particolari talenti, un disegno benigno più grande. E la letteratura e l’arte in generale sono tra le vie principali per riuscirvi; oltre che un dono e un compito (divino) per recuperare un atteggiamento di meraviglia di fronte al creato. Quindi, l’autore è un “inventore”, cioè colui che “trova” (stando al suo etimo corretto) il ponte che congiunge il mondo primario (la realtà, frutto della creatività di Dio) al mondo secondario (il frutto dell’immaginazione umana). Allo stesso tempo, ha un legame con la propria opera che è paragonabile alla metafora che Tolkien usò, in due Lettere (263 e 328), per il suo rapporto con “Il Signore degli anelli”: quella della donna partoriente che dà alla luce un figlio che non gli appartiene».
L’ingresso è libero.
Chi è Giuseppe Pezzini?
È professore Associato all’Università di Oxford e Tolkien Editor del Journal of Inklings Studies. Ha studiato alla Scuola Normale di Pisa, all’Università di Oxford e a Princeton. I suoi lavori riguardano principalmente la linguistica e la filologia latina, la commedia romana, la teoria della finzione letteraria, antica e moderna; è collaboratore dell’Institute for Theology, Imagination and the Arts dell’Università di St Andrews; ed è membro del comitato scientifico delle mostre “The Tree of Tales”, curata nel 2021 per il “Meeting di Rimini”, e “Tolkien. Uomo, Professore, Autore”, che dal 16 novembre 2023 all’11 febbraio 2024 è stata allestita presso la GNAM di Roma e, nel novembre prossimo, sarà alla Reggia di Venaria Reale. Tra le sue opere, vi sono la monografia “Tolkien and the Mystery of Literary Creation” (in uscita nel 2024 per Cambridge University Press) e “The Tree of Tales. Tolkien e la polifonia della creazione” (Itaca Edizioni).

Una borsa di studio universitaria su Tolkien, in Piemonte (e ci siamo un po’ di mezzo noi)
Se state leggendo questo blog probabilmente saprete (e se non lo sapete, ve ne sarete accorti; e se non ve ne siete accorti, ve lo confidiamo qui ed ora) come JRR Tolkien sia un po’ un babbo spirituale, per noi. C’è capitato di potere un po’ ispirare una possibilità, e questi sono risultati (l’articolo è serio e protocollare, ogni tanto è bene).
In occasione del cinquantesimo anniversario dalla morte di J.R.R. Tolkien, il Consiglio regionale del Piemonte ha voluto bandire un concorso che premia le due migliori tesi di laurea (triennale o magistrale) o di dottorato, redatte in un ateneo piemontese negli anni accademici 2022/2023 e 2023/2024.
Durante una conferenza stampa di presentazione delle nuove iniziative del Consiglio per gli studenti, tenutasi nei giorni scorsi, il consigliere Silvio Magliano (Moderati), promotore dell’iniziativa, ha voluto ringraziare il professor Giuseppe Pezzini (Fellow e Tutor, Università di Oxford), che presiederà il comitato scientifico, e il gruppo terrario degli Inkiostri «la cui originaria intuizione e proposta, da me immediatamente accolta con entusiasmo, si è ora concretizzata in questa borsa di studio universitaria, finalizzata a premiare le due migliori tesi di laurea (triennale, magistrale o di dottorato) dedicate al grande autore».
Sull’importanza e l’attualità dell’opera tolkieniana Pezzini spiega: «Con più di 250 milioni di copie vendute, il Signore degli Anelli è il terzo libro più letto nella storia umana, molto amato da una varietà di lettori di ogni nazionalità, credo e cultura. Paradossalmente, questa popolarità è stata a lungo un problema per la sua ricezione in ambito accademico, insieme ad un vago pregiudizio al genere fantasy (con cui in realtà Tolkien ha poco a che fare). Per fortuna queste resistenze sono cadute negli ultimi due decenni, soprattutto nel mondo anglosassone, e Tolkien è entrato a pieno diritto nel canone della letteratura, e la sua opera è oggetto di corsi e ricerche. L’Italia è ancora un po’ indietro su questa strada, anche a causa di diatribe politiche molto provinciali e poco adeguate ad uno scrittore che, come tutti i grandi autori, non si può ridurre facilmente ad etichette o ideologie. Oltre la potenza estetica e narrativa, il merito dell’opera di Tolkien infatti consiste innanzitutto nel riuscire ad armonizzare posizioni contrastanti – mettere insieme popoli diversi in un cammino comune. Una lezione importante in questo contesto storico così travagliato».
Il concetto è esplicitato dal Bando stesso che specifica: «La tesi deve essere dedicata allo studio dell’opera di Tolkien, con una particolare attenzione al tema della pace tra i diversi popoli del mondo tolkieniano».
Ai primi due elaborati giudicati vincitori verranno assegnati i seguenti premi: 1°premio: € 1.500,00 e diploma di attestazione; 2°premio: € 1.000,00 e diploma di attestazione.
Il bando è scaricabile a QUESTO link.

In memoria di J. R. R. Tolkien: Intervista con Paolo Gulisano
Oggi, nel 1973, moriva JRR Tolkien. Lo ricordiamo in questa intervista del nostro Daniele Barale al nostro (perdonate l’iterazione) Paolo Gulisano. Buona lettura!

Il 2 settembre si celebrano i cinquant’anni del dies natalis del subcreatore di Eä, l’universo ove si trova Arda, il mondo della Terra di Mezzo, la cornice entro la quale si svolgono i fatti narrati ne Il Silmarillion, ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli anelli. Ma prima ancora Tolkien è stato docente universitario presso Leeds e Oxford, e autorevole conoscitore delle mitologie classiche, medioevali e moderne. In proposito, meritano attenzione le traduzioni che egli dedicò al Beowulf, a Sir Gawain e il Cavaliere verde, il poema allitterativo La caduta di Artù e il saggio “Sulle fiabe” (On Fairy-Stories).
Tolkien scrisse le sue “fiabe epiche” principalmente per dilettare i famigliari e gli amici (si pensi anche a Mr. Bliss, Le lettere di Babbo Natale, Roverandom), e fornire un mondo verosimile ai suoi linguaggi: dieci lingue e molti alfabeti, tra cui il Sindarin e il Quenya (due esempi: Elen síla lúmenn’ omentielvo; Aiya Eärendil elenion ancalima!).
Come egli stesso scrisse in una lettera del ‘55, alla base del suo lavoro c’è l’invenzione dei linguaggi. Le storie furono create per fornire un mondo ai linguaggi e non il contrario. «Per me, prima viene il nome e poi la storia». E nella lettera “183” (da La realtà in trasparenza) si può leggere: «Io ho la mentalità dello storico. La terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo e ancora in uso) di midden-erd/middel.erd, l’antico nome di oikoumene, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o con mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale. […] Il mio non è un mondo immaginario, ma un momento storico immaginario su una Terra-di-Mezzo – che è la terra dove noi viviamo».
Per celebrare la ricorrenza, abbiamo incontrato Paolo Gulisano, medico, scrittore e tra gli studiosi, italiani ed europei, più importanti del professore; autore di molti libri, tra cui “Tolkien: il mito e la grazia”, “La mappa de Lo Hobbit”, “La mappa della Terra di Mezzo” .
Perché la vita di Tolkien si può definire “eucatastrofica”, a iniziare da fatti quali il “martirio” della madre Mabel e la sua partecipazione alla prima guerra mondiale?
La vita di John Ronald Tolkien può sembrare all’apparenza una vita tranquilla, da docente universitario, da padre di famiglia, coronata dal grande successo letterario che ne fece uno dei più celebri scrittori del XX secolo. Tuttavia non mancarono nel corso degli anni motivi di forte sofferenza, a cominciare dalla perdita ancora ragazzo della madre (dopo che il padre era morto in Sudafrica mentre lui era ancora bambino), una perdita che lui considerò con buone ragioni un martirio, in quanto Mabel dopo la sua conversione al Cattolicesimo era stata ingiustamente discriminata, abbandonata anche da un punto di vista economico, tanto da non poter curare efficacemente il diabete grave da cui era affetta. Il primo evento “eucatastrofico” fu l’ingresso nella sua vita di giovane orfano, affidato alle cure del tutore Padre Francis Morgan, di Edith Bratt, la donna che diventò sua moglie, e in qualche modo una musa ispiratrice. L’amore fu però difficile, un fidanzamento contrastato, perché la priorità che gli aveva posto Padre Morgan era che si laureasse, così da compiere il desiderio della mamma. Una volta sposati, il matrimonio presentò, come tante volte accade, delle difficoltà, dei momenti di incomprensione e amarezze reciproche, anche se durò tutta la vita. A queste sofferenze si aggiunse certamente la Guerra, i cui orrori Tolkien toccò con mano: la perdita degli amici, la sconsiderata follia degli alti ufficiali che utilizzavano i soldati come carne da macello, l’odio e la crudeltà. Tutto questo entrò nel suo immaginario. Ma alla fine, nonostante tutto il male che è in noi e nel mondo, Tolkien ebbe sempre la sicura certezza di quella che chiamò Eucatastrofe, ovvero l’irruzione nella storia della Salvezza. Le porte degli inferi non prevarranno, come nemmeno i neri cancelli di Mordor.
L’amicizia: quanto questa forma alta di Carità è stata per lui fondamentale?
Tolkien come scrittore è stato un vero e proprio cantore dell’amicizia: basti pensare al legame profondo e commovente tra Frodo e Sam, oppure quello sorprendente che si instaura tra Gimli e Legolas. Tolkien aveva vissuto delle amicizie straordinarie, con i suoi compagni di scuola del T.C.B.S. prima, e poi ad Oxford con C.S. Lewis e il gruppo degli Inklings, quel gruppo di accademici e non che condividevano la passione per la Mitologia, per il Cristianesimo, e per i buoni boccali di birra, e che si ritrovarono per anni in un piccolo pub di Oxford, coltivando una bella amicizia. Questo tipo di sentimento, ovvero di forma alta di Carità, fu per lui assolutamente fondamentale, e come detto lo traspose nelle sue creazioni letterarie. Allo stesso modo l’amico Lewis ne parlò in una delle sue opere più significative, il saggio “I Quattro Amori”.
Perché egli può essere definito un autore cattolico, e non un ecologista di sinistra, o un mero conservatore destrorso? Cosa ci dicono al riguardo le sue lettere?
Le interpretazioni politiche di Tolkien sono sempre state del tutto riduttive. Negli anni ’60 fu una certa sinistra americana a cavalcarlo, in nome del suo anticonformismo e di quello che sembrava essere una forma di ecologismo, tant’è che David Taggart, il fondatore di Green Peace, diede il nome di Frodo ad una delle prime imbarcazioni dell’associazione. In Italia invece la cultura dominante di Sinistra lo marchiò immediatamente come “fascista”, forse perché presentava nel suo libro uno scenario di tipo vagamente Medioevale, e per la Sinistra manichea Medioevo equivaleva a significare Destra, dopodiché fu inevitabile che una parte del mondo giovanile di Destra, la parte più anticonformista, più innovativa, più colta, non quella meramente nostalgica o che sognava i colonnelli, lo fece propria. Ma Tolkien è al di là e al di sopra di tutte le ideologie. Risulta riduttiva qualsivoglia etichettatura del professore di Oxford, poiché ciò che ispirò e che diede significato alla sua vita e alla sua opera non è riconducibile ad una ideologia, ma ad una visione della vita, ad una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben di più che una ideologia: è una filosofia. Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica, con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta le vicende umane. Tutto ciò emerge anche dalle sue lettere, dove ci rivela quanto il suo profondo, robusto cattolicesimo inglese abbia forgiato la sua opera.
I suoi personaggi – sia de Il Silmarillion, sia de Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli – possono essere definiti “grigi” (come Gandalf, prima di diventare bianco), e non neri o bianchi, come sostiene certa interpretazioni manichea. È vero?
Tra le critiche malevole che nel tempo furono fatte all’opera tolkieniana c’è proprio quella di essere manichea. E il manicheismo, in ambito letterario, significa debolezza dell’opera, in quanto la realtà – si sa – è estremamente complessa. Ma di fatto i romanzi di Tolkien non sono affatto manichei: certo, si parla di Bene e di Male, e li si chiama col loro nome, senza ambiguità, ma essi non stanno tutti da una parte o dall’altra: combattono nel cuore dell’uomo. La storia di Theoden è quella di un cambiamento, quasi di una conversione, o un risveglio spirituale da quello stato di incantamento quasi ipnotico (e questa è una condizione dell’uomo contemporaneo descritta profeticamente da Tolkien in modo mirabile) in cui l’aveva condotto Grima Vermilinguo. Oppure le storie di cadute, di tradimenti, come quello di Boromir, in cui possono cadere anche “i buoni”, e infine la drammatica, spaventosa apostasia di Saruman, che abbandona la via della saggezza per mondanizzarsi, per venire a compromesso con Sauron. Insomma: Tolkien non è semplicisticamente manicheo, ma sa bene che la realtà vede gli uomini impastati di Bene e Male e chiamati a scegliere.
Quali frutti occorre prendere dalla sua “opera magna”, per ben riflettere sul potere, sulla tecnica, sul rapporto tra l’uomo e Dio, l’ambiente in cui l’uomo vive (naturale e soprannaturale) e sulla valorizzazione della libertà?
Egli ha riproposto, in pieno ventesimo secolo, il genere letterario epico, ridando dignità letteraria all’antichissimo genere della narrativa dell’immaginario, nonostante il cinismo di una cultura dominante che doveva fare a meno dei valori, in particolare dell’eroismo. Il ritorno al Bello e al Vero auspicato dallo scrittore di Oxford venne realizzato da lui attraverso il ricorso e il ritorno al Mito, per ridare sanità e santità all’uomo moderno. “Il mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato”, disse Tolkien parlando ai suoi studenti di una delle sue opere preferite, il Beowulf. Il mito è necessario perché la realtà è molto più grande della razionalità. Il mito è visione, è nostalgia per l’eternità. Il mito è un mezzo per dare risposte a questioni fondamentali come l’origine dell’uomo, il bene, il male, l’amore, la morte e per dare spiegazioni ai fenomeni della natura. Se il mito è il nesso, il legame che l’uomo ha sempre cercato con il senso della vita, esso non può quindi che essere considerato un’espressione naturale ed antichissima del senso religioso che vive nel cuore dell’uomo.
Qual è stata l’influenza di San John Henry Newman e Gilbert Keith Chesterton su Tolkien?
Newman, uno dei più grandi pensatori cristiani degli ultimi secoli, era stato, nonostante la mitezza, quasi la fragilità della sua persona, un segno di contraddizione che aveva scosso l’Inghilterra sia cattolica che protestante. Da anglicano aveva dato vita al Movimento di Oxford, teso ad approfondire la ricerca teologica, specie nel campo della Patristica (quando la Chiesa era ancora una e indivisa) e a confrontarsi con le sfide della modernità. Questa ricerca della verità lo aveva fatto infine approdare al cattolicesimo. Un suo discepolo, padre Francis Morgan, era stato suo assistente personale, e quando divenne il tutore di Tolkien gli trasmise tutto quanto aveva appreso da Newman. Sulla sua tomba il grande convertito aveva voluto che fossero incise queste parole: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Andiamo verso la verità passando attraverso ombre e immagini. Per John Ronald Tolkien, che amò subito appassionatamente la fede cui sua madre lo aveva condotto, l’arte fu per tutta la vita questa ricerca della verità tra quelle ombre, quelle immagini che sono i miti e i simboli. Allo stesso tempo Tolkien guardò con grande interesse a Chesterton, di cui fu lettore, ma che non incontrò mai personalmente (c’era tra i due quasi una generazione di differenza), e sicuramente rimase colpito, come scrive nel suo saggio Sulle fiabe, dalla via chestertoniana dell’immaginario, del paradosso, dell’immagine velata, allo scopo di liberarci dai vari orpelli che, nella vita ordinaria, mascherano il volto della verità. Fu di fatto un ottimo allievo di GKC.
Cosa pensi della traduzione a opera di Ottavio Fatica: rappresenta il tentativo della cultura di sinistra di tirare verso di sé la manica di Tolkien? E della serie curata da Amazon, “Gli anelli del potere”: è meramente il tentativo di asservire il suo ricchissimo immaginario al politicamente corretto? Oppure, vi è ancora qualcosa di buono in esse?
Premesso che è del tutto lecito ritradurre i Classici della Letteratura (e Tolkien lo deve assolutamente essere considerato) come avviene per Omero o Shakespeare, le premesse di questa nuova edizione effettivamente avevano delle motivazioni ideologiche. Dopo i grossolani e ottusi attacchi degli anni ’70, a sinistra ci fu qualcuno – e non pochi- che lesse Tolkien, e ne apprezzò tutto il valore. Tuttavia c’era il problema di un autore ormai diventato nella vulgata corrente “di destra”. Come fare dunque a sdoganarlo? A farlo arrivare anche ai compagni lettori? Un’ opinione era che lo scivolamento a destra era avvenuto anche per colpa della traduzione del Signore degli Anelli, giudicata troppo aulica, epica, e quindi il linguaggio avrebbe determinato il celebre feeling politico. Occorreva una traduzione più popolare, più colloquiale, meno altisonante, più simile al linguaggio della narrativa realista, e così è arrivata la versione di Fatica. Personalmente non ne sono stato molto soddisfatto, pur nella consapevolezza che anche la prima traduzione fosse decisamente rivedibile. Rimane il rimpianto che il Signore degli Anelli non sia mai stato tradotto da Francesco Saba Sardi, il traduttore del Silmarillion, che a mio avviso resta di gran lunga il miglior interprete in lingua italiana di Tolkien. In quanto alla serie Amazon, devo dire che l’ho trovata completamente priva dello spessore epico di Tolkien. Un fantasy come tanti altri. Di Tolkieniano sono rimasti solo i nomi.
Ultima domanda, molto personale: quando e come ha cambiato la tua vita “l’incontro con il professore oxoniense”?
John Ronald Tolkien mi ha dato tantissimo, dal momento in cui lo scoprii a 19 anni. Mi ha ricolmato di bellezza, di valori grandi che ho cercato di far miei; mi ha aperto orizzonti culturali infiniti sulla storia, sulla mitologia, e cosa più importante di tutte, sul senso del Sacro e sulla Fede Cattolica. E’ stato un onore e una grande gioia diventare un suo esegeta, e raccontarlo non solo al pubblico italiano, ma anche a quelli di Polonia e Repubblica Ceca dove i miei libri sono stati tradotti. Non gli sarò mai abbastanza grato.

Sir Gawain e il Cavaliere Verde al cinema: quel che resta di un cavaliere cristiano
Quando uscì, Sir Gawain e il Cavaliere Verde ci piacque un mondo, per quell’atmosfera sospesa, i colori. Il nostro Luca Finatti ne ha scritto una bella recensione ed analisi, sul sito alleanzacattolica, che gentilmente ci concede di ripubblicare qui.

“Il Nuovo Anno era così giovane da essere giunto soltanto la sera prima, e quel giorno la compagnia sul palco reale venne doppiamente servita, allorché il Re fece ingresso con i suoi cavalieri nella sala, terminati gli inni del coro nella cappella. Con alte espressioni di giubilo e lodi il Natale fu salutato di nuovo dai chierici e da tutti, e spesso nominato”.1
Incomincia così Sir Gawain e il Cavaliere Verde, romanzo cavalleresco risalente al tardo XIV sec., particolarmente amato dallo scrittore e filologo J.R.R. Tolkien (1892-1973), che ne curò l’edizione critica2 e la riscrittura in lingua inglese moderna affinché potesse goderne un pubblico più vasto di quello universitario.
L’occasione per una riscoperta di questo splendido racconto, intriso di fede e di fascino per il mondo della cavalleria, può essere la visione del film Sir Gawain e il Cavaliere Verde di David Lowery.
Il confronto fra il libro e il film è molto interessante perché dice qualcosa di ciò che eravamo e di chi siamo oggi, al termine di una civiltà cristiana che ha fatto del cavaliere un modello per il laicato cristiano a salvaguardia della possibilità del sacrificio eucaristico e della predicazione contro i nemici esterni, come ha scritto il pensatore cattolico Giovanni Cantoni (1938-2020): “Il cavaliere è nato individuo della specie umana, quindi, attraverso riti particolari e un preciso itinerario, è giunto ad acquisire lo status di difensore del sacrificio, status che è socialmente un punto di arrivo – perfezione della sua umana vocazione – e punto di partenza della sua perfezione di cristiano”.3
La vicenda del romanzo riguarda sir Gawain (Galvano), cavaliere alla corte di re Artù, sfidato da un altro cavaliere, completamente vestito di verde, come la pelle del suo cavallo, il primo mattino di un imprecisato nuovo anno, quando tutti sono riuniti a Camelot per le feste del tempo natalizio.
La richiesta dello sfidante sembra bizzarra: vuole che gli si venga assestato un colpo al collo con la sua scure, assicurando, a chi ne avesse avuto il coraggio, di ricambiare l’anno successivo.
Sir Gawain prontamente si offre, taglia il capo che rotola ai suoi piedi e viene raccolto dal corpo monco, mentre la testa riprende a parlare, ricordando al cavaliere il patto.
Un anno dopo sir Gawain parte alla ricerca della Cappella Verde per mantenere fede al gioco di Natale – così viene chiamato – e accettare coraggiosamente la restituzione del colpo.
Diversamente dai tradizionali romanzi cavallereschi, la parte dedicata al viaggio avventuroso è molto limitata, solo 2 delle 101 stanze in cui è suddiviso il poema, composto da 2530 versi in tutto. Errando vicino ai confini del Galles settentrionale, Gawain giunge in un castello misterioso, accolto calorosamente dal feudatario e dalla sua dama.
Qui si ferma tre giorni per affrontare la prova più difficile: rimanere leale al signore ospite, respingendo la dama che gli si offre più volte spudoratamente, ma allo stesso tempo rispettare il codice cavalleresco della cortesia che vuole un cavaliere gentile e disponibile alle schermaglie amorose con nobildonne desiderose di parole galanti.
Sir Gawain supera la prova, ma giunto dinanzi al Cavaliere Verde scopre di non essersi comportato in modo impeccabile: la cintura, che gli era stata regalata dalla dama come pegno d’amore e come protezione contro i pericoli, lo rende colpevole di vanità e di timore di fronte alla possibile morte.
Sir Gawain si dispera dinanzi alla scoperta della sua fragilità: “Per il timore del tuo duro colpo prestai orecchio alla Codardia che m’ha fatto cedere ad Avidità, venendo meno alla mia natura, ch’è benevolenza e sincera parola, le doti proprie dei cavalieri […] Io mi confesso davanti a voi, la mia condotta è stata viziata”4.
Il Cavaliere Verde però sorride, lo conforta e gli rivela di essere colui che lo aveva ospitato e che aveva deciso di tentarlo nella sua virtù, d’accordo con Morgana, sorella gelosa di Artù e dello splendore dei suoi cavalieri.
Sir Gawain torna a Camelot mortificato, ma il racconto della sua impresa galvanizza il Re perché vede in questa vicenda una giusta lezione per coloro che troppo presumono di sé, rischiando di dimenticarsi la propria natura di peccatori.
Come ha scritto Tolkien, alla fine della sua avventura la credibilità di sir Gawain è “immensamente aumentata. Egli diviene un uomo vero, e così possiamo ancor più ammirare la sua reale virtù. In effetti, possiamo considerarvi seriamente rispecchiati gli atteggiamenti dello spirito inglese nel XIV secolo, dai quali deriva gran parte del nostro sentire e dei nostri ideali di condotta. Vi vediamo il tentativo di preservare i valori della cavalleria e della cortesia anche unendoli, o grazie a tale unione, alla morale cristiana, alla fedeltà coniugale e in definitiva all’amore coniugale”5.
Cosa rimane di tutto ciò nel film dell’americano David Lowery?
Fin dalle prime sequenze è chiaro che Gawain non è ancora un cavaliere, ma è un giovane annoiato, dedito alle donne e al vino. Il giorno di Natale, dinanzi a re Artù che gli chiede di narrargli una sua avventura, lui non sa cosa dire.
Il Cavaliere Verde, che improvvisamente irrompe a corte, è rappresentato come un uomo-albero, simile al Barbalbero dei film ispirati al romanzo Il Signore degli anelli6.
Il regista imprime a questo personaggio i tratti dell’Uomo Selvatico, leggenda molta diffusa nella cultura nordica europea e nelle vallate alpine, tanto che lo psicologo Claudio Risé l’ha utilizzata per sfidare l’uomo contemporaneo a riscoprire l’identità maschile perduta: “un’immagine particolare si delinea nella psiche maschile, cercando spazio per fecondarla e renderla vitale: è l’Uomo Selvatico, il sapiente del bosco, il Kernunnos, il Pelùs, l’Om Salvarec, il Wilder-Mann, il Barbaa, ricoperto di peli o di foglie, accompagnato dal suo bastone o circondato dagli animali della foresta. Il suo sapere, offerto al maschio che sa accoglierlo, è quello dell’istinto, dell’abbondanza creativa della natura incontaminata, del dono di sé a chi lo ama e alla comunità, della difesa del vivente di cui è custode”7.
Infatti è stata Morgana, solo nel film madre di Gawain, ad aver evocato questo essere sovrannaturale, per spingere il figlio a uscire dall’accidia e gettarsi finalmente in un’impresa da raccontare.
Se in un altro famoso romanzo medievale, Perceval8, goffo ragazzo tenuto lontano dalla cavalleria dai timori di una madre apprensiva, appena vede un cavaliere, abbandona la casa per seguirlo senza rimpianti, questo giovane Gawain dei nostri tempi dev’essere strappato dalla sua vita di agi e piaceri, scaraventato con violenza sulla strada per un cammino iniziatico intrapreso controvoglia.
Il regista dedica al viaggio una buona parte del film, descrivendo il vagabondaggio in boschi misteriosi, l’incontro con briganti e creature fantastiche, l’alloggio presso la casa di santa Winifred del Galles (600 circa – 660), badessa gallese decapitata da un giovane guerriero che tentò inutilmente di sedurla, tutti episodi non presenti nel testo originale, a parte un controverso riferimento a Holyhead9, da alcuni critici interpretata come la sacra fonte di Holy Well, alla quale è legato il culto di santa Winifred.
Infatti al visionario Lovery interessa anzitutto l’itinerario, narrato con uno stile contemplativo, niente a che vedere con la maggior parte dei film e delle serie tv in cui il cavaliere è un inverosimile supereroe oppure un sentimentale da fotoromanzo; i colori sono accesi e saturi con evidenti risonanze simboliche; la fotografia alterna paesaggi (irlandesi) di bellezza abbagliante con chiaroscuri foschi, dove i personaggi s’intravedono a fatica; la colonna sonora mischia abilmente sonorità irlandesi con canti religiosi cristiani popolari.
Insomma, nonostante la modernità di Gawain, insicuro e incerto sul proprio destino, religioso per abitudine o per convenienza, l’opera conserva l’aura sacrale ed epica del cavaliere, chiamato a svolgere un compito.
La parte dedicata alla permanenza al castello rimane abbastanza fedele alla lettera del testo, anche se il finale è enigmatico, lasciato aperto alla libera interpretazione dello spettatore.
Nel complesso questo Gawain è un milite post-cristiano: non combatte per Cristo e neppure per Artù, combatte per sé stesso, per darsi un’identità e trovare quel senso che non accetta più come ricevuto dalla civiltà in cui vive, al contrario del cavaliere medievale, nato in una società tradizionale “per la quale la verità è un dato acquisito che si trasmette nel tempo e non, come per la nostra società, un prodotto del tempo”10.
Permane però evidente la forza del simbolismo di matrice cristiana, mai irrisa, seppur depotenziata.
La nostalgia del sacro aleggia per tutto il racconto: Gawain accetta la sfida e l’iniziazione perché in fondo sa che soltanto così imparerà le virtù necessarie (generosità, temperanza, lealtà) per diventare cavaliere, cioè uomo, capace di offrire la vita con coraggio.
Il motivo della testa tagliata “richiama anzitutto al valore magico – sacrale della testa come segno d’autorità e di potere”11 ma è anche un riferimento alla collata cavalleresca, il colpo dato sul collo con il piatto della spada nella cerimonia d’investitura: “una decapitazione rituale dalla quale nasceva il cavaliere come uomo nuovo”12.
Si può allora interpretare la conclusione del film lasciando emergere la vitalità del simbolo cristiano, che soffia ancora sotto le ceneri della modernità: quello del Cavaliere Verde è un gesto sacrificale e Gawain, al termine del suo percorso, è invitato a ripetere lo stesso atto rituale, assumendo i tratti cristologici di chi consegna volontariamente la propria vita.
Tutto ciò è sottolineato da una lunga sequenza premonitoria, evidente citazione della parte finale de L’ultima tentazione di Cristo13, quando Gesù stesso è tentato di scendere dalla croce.
Gawain, come il Cristo del regista Martin Scorsese, accetta il sacrificio, non però per obbedienza al Padre, ma per aver acquisito la consapevolezza dell’infinita vanità del tutto, anche del proprio nichilismo edonistico, preferendo abbandonarsi al mistero della morte piuttosto che continuare a lasciarsi vivere come un debosciato che avrebbe portato il regno alla rovina. La nobiltà del Gawain cinematografico sembra dunque coincidere con la morte fieramente accettata per evitare di far troppi danni con la sua inanità.
Può apparire poco, ma aver toccato il fondo ed averne preso coscienza è forse già qualcosa per sperare in futuri cavalieri che, rileggendo il sir Gawain di Tolkien, sappiano invocare l’aiuto di chi davvero può dare significato pieno alla vita:
“Il cavaliere levò a quel punto
la sua implorazione a Maria,
perché lo guidasse nel suo vagare
e a qualche alloggio lo dirigesse”14.
- J.R.R Tolkien, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Perla e Sir Orfeo, a cura di Christopher Tolkien, postfazione di Franco Cardini, Edizioni Mediterranee, Roma, 2009, p. 32. ↩︎
- J.R.R. Tolkien, E.V. Gordon (a cura di), Sir Gawain and the Green Knight, Clarendon Press, Oxford, 1925. Ci fu poi una seconda edizione revisionata da Norman Davis nel 1968.
In italiano sono uscite altre due traduzioni finora: Piero Boitani (a cura di), Sir Gawain e il Cavaliere Verde, con un saggio di Ananda K. Coomaraswamy, Milano, Adelphi, 1986 ; Simon Armitage, Sir Gawain e il cavaliere verde. Testo inglese a fronte, a cura di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda, 2011. ↩︎ - Giovanni Cantoni, Introduzione in Anonimo, La Cerca del Graal, Introduzione di Giovanni Cantoni, Borla, Torino, 1969, pag. 11. ↩︎
- J.R.R Tolkien, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Perla e Sir Orfeo, cit., p. 90. ↩︎
- Ibid., p. 15. ↩︎
- Cfr. Il Signore degli Anelli – Le due Torri, regia di Peter Jackson, Nuova Zelanda – Usa, 2002 e Il Signore degli anelli – Il Ritorno del Re, regia di Peter Jackson, Nuova Zelanda – Usa, 2003.
Il regista Peter Jackson è anche il co-fondatore della Weta Digital, casa di produzione degli effetti speciali di molti film fantastici come questi e anche del film Sir Gawain e il Cavaliere Verde di David Lovery. ↩︎ - Cfr. Claudio Risé, Il maschio selvatico/2, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2015. In particolare si leggano le pp. 68-73 dedicate al simbolismo psichico della testa tagliata. ↩︎
- Chrétien de Troyes, Perceval, a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini, Oscar Mondadori, Milano, 1983. ↩︎
- Piero Boitani (a cura di), Sir Gawain e il Cavaliere Verde, con un saggio di Ananda K. Coomaraswamy, Milano, Adelphi, 1986, p. 69, verso 700. ↩︎
- Giovanni Cantoni, Introduzione, cit., p. 7. ↩︎
- Franco Cardini, Postfazione in J.R.R Tolkien, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Perla e Sir Orfeo, cit., p. 182. ↩︎
- Ibid., p. 188. ↩︎
- Cfr. L’ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ), regia di Martin Scorsese, USA, 1988. ↩︎
- J.R.R Tolkien, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Perla e Sir Orfeo, cit., p. 48. ↩︎
Il potere delle storie
A tutti noi piacciono le storie (siamo qui per questo, in fondo). Riportiamo qui un breve saggio della nostra Chiara Nejrotti, tratto da una conferenza tenuta al Raduno – San Marino Tolkien Fest, nel 2017.
“Voi siete le vostre storie. Siete il prodotto di tutte le storie che avete ascoltato e vissuto … Hanno modellato la vostra visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate.”[1]
Ne Il Signore degli Anelli, nel capitolo intitolato Le scale di Cirith Ungol[2], si svolge un dialogo tra Sam e Frodo sul potere delle storie. I due Hobbit si trovano in un paesaggio desolato e maledetto, su una via che appare sempre più senza speranza e a questo punto Sam ripensa agli antichi racconti ed ai loro protagonisti: storie di coraggio e di valore ma soprattutto di perseveranza, poiché gli eroi non sono tali in quanto vanno in cerca di avventure e di glorie ma perché, pur trovandosi coinvolti in qualcosa che non hanno cercato, non tornano indietro, non si sottraggono, pur avendone magari l’occasione. Si accorge poi che la loro vicenda non è che l’ultimo episodio di un’unica grande storia che si dipana nel tempo e che continuerà anche dopo di loro.

Parlare delle antiche saghe e dei loro eroi e riconoscersi come parte di un unico grande racconto dà ai due hobbit la forza e la speranza di continuare il cammino; in precedenza, a Colle Vento, Aragorn aveva cantato per la Compagnia il Lay di Beren e Luthien, perché avrebbe potuto infondere coraggio di fronte alla paura suscitata dai Nazgul; in entrambi i casi si evidenzia come i racconti abbiano un grande potere su chi li ascolta.
Noi siamo perciò anche l’esito delle storie che abbiamo ascoltato e che abbiamo letto; il racconto infatti permette l’immedesimazione, raggiunge la nostra componente emotiva, oltre a quella razionale e così facendo forma il carattere, ossia la volontà e la coscienza morale, ossia la capacità di compiere delle scelte che non siano delle semplici reazioni.
Secondo Bruno Bettelheim, psicoanalista freudiano che per primo ha rivalutato le fiabe tradizionali nell’educazione infantile, il bambino non si domanda che cosa sia giusto o sbagliato, ma “A chi voglio assomigliare?”[3] Per questo la narrazione che mostra le conseguenze delle azioni dei personaggi e le loro scelte è molto più educativa di qualsiasi morale esplicita.
Silvana De Mari in Il Drago come realtà sostiene che i poemi epici, che sono il proseguimento delle narrazioni orali delle gesta degli dei e degli eroi dopo la nascita della scrittura, «servono a dare coraggio nei momenti bui»[4] perché ricordano l’appartenenza ad una comunità e ad un popolo; nell’antica Grecia, ad esempio l’educazione dei giovani alle virtù si basava sui poemi omerici.
In secondo luogo, proprio come Sam, ciascuno di noi può riconoscere di far parte di una trama che ci precede e continuerà dopo di noi e che perciò la nostra esistenza, che ci conduca a realizzare grandi imprese o che si svolga in modo apparentemente nascosto, acquisisce comunque un significato, riconoscendosi come un frammento del vasto arazzo della storia umana.
Secondo l’antropologo Levi-Strauss il mito struttura la realtà, poiché le attribuisce un ordine ed un senso, laddove ci sarebbe soltanto disordine e caos, ma ciascuno di noi ha bisogno di crearsi il proprio “mito” personale e la propria visione del mondo: le storie con cui siamo cresciuti ci aiutano a costruirli.
Nel saggio Sulle Fiabe[5] Tolkien espone teoricamente il valore della narrazione ed in particolare di quella che si serve della fantasia come risposta ad alcuni bisogni fondamentali dell’umanità: Riscoperta, Evasione, Consolazione, per concludere con il diritto alla “subcreazione” , in quanto creiamo miti, fiabe e racconti imitando il Creatore ed in essi tralucono e baluginano frammenti dell’unica Verità da cui proveniamo e a cui aspiriamo.

Le popolazioni arcaiche hanno fondato la propria esistenza sui miti, ossia sui racconti che hanno per protagonisti gli dei e gli eroi fondatori; le loro gesta compiute in un Tempo Sacro che precede ogni temporalità storica devono essere continuamente rinarrate per far riaccadere quegli eventi e sacralizzare il tempo profano. Ma i bardi, i cantastorie e i grìot trasmettevano ai loro uditori anche un ricco patrimonio di storie umoristiche, fiabe e aneddoti, altrettanto importanti poiché fondativi della comunità, da un punto di vista psicologico oltre che sociale.
Negli ultimi decenni l’uso dei racconti ed in particolare delle fiabe in psicoterapia, ha avuto un notevole sviluppo, non soltanto nella cura dell’infanzia. Molte terapie di matrice junghiana e/o derivanti dalla psicologia umanistica e transpersonale ritengono che la narrativa fantastica costituisca un luogo dove conscio ed inconscio possono incontrarsi; il linguaggio simbolico delle fiabe risveglia l’esperienza individuale e la tramuta in atto spirituale, in una conoscenza della realtà che sappia oltrepassare l’apparenza, La narrativa, e quella fantastica in modo privilegiato, mette in scena gli archetipi, ossia i modelli ancestrali della psiche presenti nell’inconscio collettivo, ed in tal modo sviluppa le possibilità di guarigione della psiche stessa. Inoltre i racconti sviluppano il pensiero simbolico e analogico che ci consente di immaginare ed essere creativi.
L’Autore della citazione iniziale, Daniel Taylor, nel suo saggio Le storie ci prendono per mano ci ricorda come il più grande desiderio umano sia che la vita abbia un senso: questo desiderio di significato è l’impulso che dà origine a ogni storia; e Clarissa Pinkola Estés , psicoanalista e cantadora, afferma: “ alle grandi questioni esistenziali, soprattutto se riguardano il cuore e l’anima, il più delle volte si risponde narrando una storia”[6].
[1] D.Taylor, Le storie ci prendono per mano,Frassinelli, Milano 1999
[2] J.R.R.Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani Milano 2003
[3] B.Bettelheim, Il Mondo incantato, Feltrinelli Milano 1980
[4] S. De Mari, Il Drago come realtà, Salani, Milano 2007
[5] J.R.R.Tolkien, Sulle Fiabe, in Albero e foglia, Bompiani, Milano 2004.
[6] C.Pinkola Estés, storie di Donne selvagge, Sperling & Kupfer, Milano 2008, p.11
