“La cronaca” di C.S. Lewis, nel sessantenario del suo dies natalis

Intervista con Paolo Gulisano

Clive Staples Lewis (29 novembre 1898, Belfast – 22 novembre 1963, Oxford) fu eminente professore di lingua e letteratura inglese all’Università di Oxford, ma, soprattutto, grande autore di narrativa con opere quali Le Cronache di Narnia, Le Lettere di Berlicche, The Space Trilogy, Il Grande Divorzio, e di saggistica come I quattro amori, Sorpreso dalla gioia; nonché amico fraterno di J. R. R. Tolkien, con cui – e non solo – egli animò per anni gli Inklings (“Imbrattacarte”), eutrapelica compagnia di amici uniti da ciò che è Vero, Bello e Buono; Humphrey Carpenter, biografo di Tolkien, dedicò loro un libro. Il gruppo si ritrovava al pub oxoniense The Eagle and the Child (ribattezzato The Bird and Baby), ogni martedì sera a discutere e a leggere anticipazioni delle opere che andavano scrivendo, tra letteratura, poesia, allegrezza e il fumo delle immancabili pipe.

Era il 22 novembre 1963, quando a Oxford, in Inghilterra, Clive Staples Lewis si congedava da questo mondo. Quello stesso giorno in cui, a Dallas, in Texas, venne assassinato il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America (1961-1963), ossia John Kennedy, tra gli uomini più popolari e stimati a livello internazionale. L’attentato non lasciò molto spazio alla morte di Lewis, monopolizzando i media e l’opinione pubblica mondiale.

Per approfondire la storia di questo insigne figlio d’Irlanda, ho contattato il dottor Gulisano, il quale, oltre a essere un esperto tolkieniano (come dimostra questa intervista fattagli nel settembre scorso, per celebrare il “cinquantenario” tolkieniano: https://t.ly/WMf_2) è anche un autorevole studioso del (sub)creatore di Narnia, a cui ha dedicato C.S. Lewis. Tra fantasy e Vangelo, edizione Ancora, Narnia. La teologia fuori dall’armadio, co-curato con altri studiosi di Lewis e, più recentemente, Clive Staples Lewis. Nella Terra delle Ombre, edito da Ares.


Chi è Clive Staples Lewis? Quali sono le tappe salienti della sua vita?

Lewis è stato un grande intellettuale del ‘900, un uomo che ha dato di che pensare con i suoi scritti letterari e filosofici, ma che allo stesso tempo ha divertito, commosso e fatto sognare milioni di giovani lettori con le sue narrazioni fantasy.  Fu senza dubbio  uno dei più singolari intellettuali dell’Inghilterra del suo tempo, un uomo affascinante e contraddittorio: non era un professionista dei racconti per bambini, né ebbe mai figli a cui narrare fiabe alla sera, ma realizzò con Narnia un autentico classico della Letteratura per ragazzi; visse gran parte della sua vita in Inghilterra, diventando uno dei massimi protagonisti della vita culturale del Paese, ma era irlandese. Era però, a differenza della grande maggioranza degli irlandesi che era cattolica, di fede protestante. Non di meno è stato un grande apologeta del Cristianesimo, che difese con lucidità e passione dalle aggressioni ideologiche della Modernità. Una personalità complessa, ma proprio per questo estremamente interessante. Nasce nel 1898, a Belfast, poi si trasferisce a studiare in Inghilterra, e diventerà professore prima a Oxford e poi a Cambridge. Passerà dall’ateismo militante al Cristianesimo attraverso una conversione che fu dovuta in gran parte al collega e amico John Ronald Tolkien. Morì il 22 novembre 1963, sessant’anni fa. Una data restata nella storia, perché quel giorno venne assassinato a Dallas il Presidente John Kennedy.

Cosa ci puoi dire al riguardo delle opere di C.S. Lewis, dalle più celebri (ad es. Le Cronache di Narnia, Le lettere di Berlicche, I quattro amori) a quelle – purtroppo – meno note ma non meno significative (ad es. i testi della “trilogia del cosmo” e Il grande divorzio).

Scrisse opere storiche e libri in difesa del Cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso, ma scrisse anche opere di fantascienza, e romanzi ricchi della presenza di riferimenti simbolici e mitici.

Potrebbe sembrare strano che un professore di Oxford, docente ed esperto di letteratura inglese medioevale e rinascimentale, sia conosciuto soprattutto per la sua produzione fantastica. In realtà la biografia di C. S. Lewis ci rivela un percorso in cui il fantastico occupa uno spazio importante, e soprattutto si manifesta saldamente connesso con tutto l’itinerario spirituale dello scrittore. Lewis non è solo il brillante autore delle Cronache di Narnia, lo scrittore moralista di successo, esperto nell’uso del registro ironico con cui dava forza ai contenuti della sua rilettura di un pensiero cristiano radicato nell’esperienza dell’uomo contemporaneo (come nelle arcinote Lettere di Berlicche).

Nei suoi saggi, uno degli obiettivi fondamentali è la messa a fuoco dell’universo culturale che ha inquadrato la vita dell’uomo europeo fino alla nascita del mondo pienamente moderno. L’orizzonte intellettuale che lo ha abbracciato è quello che si è riflesso nella tradizione enciclopedica di un sapere ridotto a una unità facilmente accessibile dall’uomo antico e medievale.

Quando nacque l’amicizia con J.R.R. Tolkien e quanto fu fondamentale per la sua conversione dall’ateismo al cristianesimo? Per quale motivo non divenne pienamente cattolico?

L’incontro avvenne all’Università di Oxford, dove entrambi erano giovani insegnanti. L’amicizia nacque dallo stupore di riconoscere interessi e passioni comuni. I due si intrattenevano in lunghe discussioni. A dividerli sembra esserci la religione: Tolkien era profondamente cattolico mentre Lewis – nato protestante- era diventato un ateo convinto.  Lewis non nascose, fin dall’inizio, di avere un pregiudizio religioso nei confronti di Tolkien: era nato nell’Irlanda del Nord, discendente di quei britannici, che avevano fatto parte del piano di colonizzazione attuato dall’Inghilterra dopo la conquista militare dell’Irlanda. Sudditi fedeli di Londra, avamposto dell’Impero, fieri protestanti  visceralmente anti-cattolici. Lewis tuttavia aveva abbandonato in gioventù la religione dei padri, ed era transitato nei territori aspri dell’ateismo. Fu Tolkien a toccargli il cuore e la mente, e a portarlo ad abbracciare il Cristianesimo. Tolkien avrebbe voluto naturalmente potarlo nella Chiesa Cattolica, ma Lewis si “fermò” alla Chiesa Anglicana, anche nel suo parlare di Medioevo, si avvertiva la nostalgia per quando la Chiesa era Una e indivisa. 

 

Quali temi e valori li unirono in profonda amicizia, al punto di giungere a dirsi: “Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”? E quali scelte tematiche e stilistiche, invece, li contraddistinguono nettamente?

Li univa la comune passione per il Bello, il Buono, e soprattutto il Vero. Tolkien gli aveva fatto comprendere che tra i tanti Miti, ce n’era uno che si era inverato, e precisamente si era incarnato . Li univa la passione per la Letteratura mitica, epica, e per il Medioevo come grande civiltà. Li divideva un aspetto: Tolkien era molto preciso e filologicamente accurato nelle sue elaborazioni immaginarie, mentre Lewis realizzò con Narnia ma anche con la Trilogia Cosmica una vasta commistione di mitologie e leggende che non piacque molto al creatore del Signore degli Anelli.

I più noti cattolici di Inghilterra, quali San John Henry Newman, Hugh Benson, Chesterton, lo influenzarono? Vi erano altri “ispiratori”?

 L’unico tra i grandi cattolici inglesi che ispirò Lewis fu Chesterton. Anzi, prima che Tolkien riuscisse a convertirlo, una prima breccia nel suo ateismo si era aperta grazie alla lettura di Ortodossia di GKC. Soprattutto rimase colpito dall’affermazione del gigante di Beaconsfield che “Lo straordinario segreto del Cristianesimo è la Gioia”. Una prospettiva del genere, per lui che veniva dall’Ulster calvinista, era assolutamente inedita, e lo colpì molto.  Per il resto, gli ispiratori di Lewis furono gli autori religiosi, come i pensatori medievali, la Letteratura Cortese, e infine i Padri della Chiesa. Fonti antiche alle quali era andato ad attingere.

Tra i suoi amici di penna vi era un importante sacerdote veronese, Don Giovanni Calabria, fondatore delle congregazioni dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza. Che tipo di rapporto fu il loro?

Don Calabria, uno dei grandi santi della Carità degli ultimi secoli, era anche un uomo di sana curiosità intellettuale. Aveva letto Le Lettere di Berlicche, e ne era rimasto affascinato. Volle allora contattarne l’autore, prese carta e penna, e scrisse in latino (non sapeva l’inglese!) al professore di Oxford, il quale immediatamente rispose, sempre in latino. Fu l’inizio di una lunga corrispondenza epistolare, durata anni, fino alla morte di don Calabria. Erano tempi in cui l’ecumenismo era quasi sconosciuto, e questa amicizia tra un prete cattolico e un intellettuale anglicano poteva sembrare molto insolita, ma entrambi erano due anime assetate di Dio, e senza alcun compromesso né sincretismo si testimoniavano l’un l’altro la gioia e la passione del credere.

Il 31 ottobre è stato pubblicato il libro più recente che hai dedicato proprio a Lewis. Che cosa potremo trovarvi? Perché hai sentito l’esigenza di dedicarglielo?

Ho voluto raccontare la vita stessa e l’opera di Lewis, tant’è che il libro è diviso in due parti che affrontano entrambi gli aspetti. Ho cercato di raccontare il  desiderio di Lewis di realizzare il progetto buono di Dio. Un ideale che si concretizzò nella ricerca della Verità e della Gioia. Tutte le opere di Lewis s’intrecciano variamente attorno ad un tema che ritorna costantemente e che, parafrasando le sue stesse parole, possiamo definire «the lived dialectic of Desire», la dialettica vissuta del desiderio. Un desiderio imprecisabile, ma intensissimo, che Lewis inseguì tenacemente per tutta la sua vita e che crebbe di pari passo con la sua evoluzione spirituale, assumendo di volta in volta connotazioni sempre più definite e arrivando, finalmente, ad essere identificato come la Gioia.

Un ultimo accordo di Schumann, di Filippo Bergonzoni

Radici a Bologna, ma trevisano di adozione (perlomeno lavorativa), il nostro Filippo Bergonzoni, insegnante di filosofia, domenica 5 novembre ha ricevuto un importante riconoscimento letterario (primo premio ex-aequo) che porterà alla pubblicazione il suo romanzo d’esordio “Un ultimo accordo di Schumann”. Si tratta del premio “Lorenzo Da Ponte”, un concorso abbastanza singolare nel panorama nazionale, in quanto dedicato alla narrativa musicale. In altre parole si partecipa con un romanzo inedito in cui la musica non sia soltanto un elemento di contorno, ma il tema centrale e l’anima ispiratrice di una storia di fantasia. Chiacchieriamo con lui sulla genesi di quest’opera prima.


Filippo, tu hai partecipato al premio “Lorenzo Da Ponte” con un tuo romanzo breve nel cui titolo compare il nome di Schumann. Che cosa ti lega a questo musicista?

Schumann è un campione assoluto della fantasia e della creatività, nella sua opera pianistica rifugge dalle forme classiche per prediligere il frammento, l’aforisma musicale breve e discontinuo. Nelle sue composizioni più celebri (penso a “Papillon” o “Carnaval“) assistiamo a un caleidoscopio di scene sempre mutevoli e cangianti, raggruppate in particolare attorno a due stati d’animo dominanti: “Florestan”, l’anima più esuberante ed estroversa, e “Eusebius”, quella più riflessiva e intimista. Ecco, penso che ciascuno di noi, in parte, porti questa duplicità dentro di sé, magari senza arrivare a quegli esiti patologici in cui cadde purtroppo il compositore tedesco. La sua musica, in fondo, è un ottimo compagno di viaggio per capire meglio se sessi.

Ti senti più Florestan o Eusebius?

Nella vita di tutti i giorni direi Eusebius, ho studiato tanti anni filosofia e in questa disciplina sono fondamentali la calma e la riflessione. Ma ci sono dei momenti in cui irrompe Florestan, in compagnia di amici o in qualche vivace discussione con i miei studenti. O magari proprio nello scrivere un romanzo, in cui mi permetto di narrare cose di cui non parlerei mai nella vita reale.

La premiazione, avvenuta presso l’auditorium Santa Caterina a Treviso. Filippo è il quarto da destra.

Quanto c’è di autobiografico in questo tuo lavoro?

Nel romanzo è chiaramente autobiografico l’incipit: un professore di liceo sulla quarantina riceve un incarico di ruolo, in modo inaspettato, in una città distante dalla sua, dovendo così organizzare un rapido trasferimento. Ma la vita reale si ferma qui, un certo pudore (l’Eusebius che è in me!) impedirebbe di mettermi troppo in mostra. A partire da questo spunto ho inventato la storia di Pietro – il nome del protagonista – che in passato era stato un pianista di talento, sfiorando il successo in duo con un suo geniale compagno di Conservatorio. Ma la vita gli riserverà un altro destino e solo alla fine, forse, riuscirà a ritrovare se stesso. È un libro in cui i sentimenti sono in primo piano in tutte le loro sfaccettature, dall’amicizia, alla rivalità, al perdono, all’amore. E sono molto felice che la giuria l’abbia definito “avvincente” e “convincente”.

Nella stesura hai avuto un autore o un’opera di riferimento?

Se proprio dovessi indicare un’opera di riferimento non direi un libro ma, in modo un po’ inaspettato, un film: “C’era una volta in America” di Sergio Leone. Ci sono due elementi che mi hanno sempre colpito in quel capolavoro, da un lato il complesso intreccio tra tempi narrativi diversi, e dall’altro il fatto che due amici per la pelle, dopo che le loro strade si erano divise, si ritrovano molti anni dopo per un commosso bilancio esistenziale. Naturalmente il mio romanzo non è un gangster movie, ma entrambi questi aspetti sono presenti.

Chi saranno i lettori del tuo libro? Solo addetti ai lavori?

Al di là del titolo e di qualche riferimento più tecnico presente nel testo, non vuole essere un libro solo per musicofili o specialisti. Schumann, in fondo, è un pretesto per raccontare una storia di vita che si svolge ai giorni nostri, che spero possa coinvolgere e appassionare il maggior numero possibile di lettori. Una storia fatta di entusiasmi e difficoltà, di gioia e ostacoli da superare, in quell’alternanza di sentimenti che caratterizza un po’ l’esistenza di ciascuno di noi.


Il romanzo di Filippo sarà pubblicato da Diastema. Vi aggiorniamo eh!

Incubi, di Andrea Donna

Qui sotto una breve chiacchierata col nostro Andrea Donna, che ha pubblicato recentemente, per Aristodemica, Incubi, una raccolta di poesie ed una riscrittura de Fungi from Yuggoth di Howard Phillips Lovercraft. Il libro lo potete acquistare tramite questo form, oppure alla librerie Arethusa (via Giolitti 18, Torino) e Donostia (via Monginevro 85/A, Torino). Qui trovate una videointervista dell’editore Antonello Fabio Caterino ad Andrea.


I tuoi Incubi potrebbero aprirsi con l’Ozymandias di Shelley: I met a traveller from an antique land who said … Te saresti questo viandante, che racconta scorci di vecchie storie.

C’è un io lirico che viaggia — da solo o con i propri compagni — in uno spazio e in un tempo che oscillano tra la dimensione fisica e quella onirica. Verissimo: ciò che queste voci raccontano sono scorci di storie, brandelli che si interrompono — fatto tipico dei sogni paurosi: “La caduta”, “Il precipizio” — un attimo prima della fine, della tragedia.

Si ha in tutta la raccolta l’impressione che racconti mondi antichi, più che primitivi, prima del Diluvio, che incidentalmente sono sopravvissuti, in qualche residuo, al loro sgretolarsi: che ci inquieta.

L’esistenza di civiltà indicibili e inconcepibili, antichissime, pre-umane o sovra-umane è uno dei fondamenti della mitologia di Lovecraft, i cui “Fungi from Yuggoth” riscrivo nella seconda metà del volume: ho ripreso anche nei sonetti originali questo topos, sfruttandone il potenziale espressivo ed evocativo, pur cercando sempre di evocare e alludere, senza affermare esplicitamente.

Visto che l’hai citato, andiamo direttamente su Lovecraft (che vedo avere scritto Fungi from Yuggoth tra il 27 dicembre 1929 e il 3 gennaio 1930: un modo molto proficuo di passare il periodo natalizio): vorresti prima di tutto darci una sua biografia sentimentale (darei per scontato che per quella ordinaria ognuno possa visitare la rete), vista attraverso i tuoi occhi?

Sapendomi lettore di Poe, un compagno di classe e tuttora grande amico mi prestò, a pochi mesi dalla maturità, una raccolta di racconti, assicurandomi che Lovecraft, che qualcuno ha definito il più grande e inconsapevole parodista dello stesso Poe, mi avrebbe cambiato la vita: fu così, pur facendo la tara alla natura iperbolica del concetto di “cambiare la vita”. Uno dei pochissimi autori che leggo o rileggo costantemente da quasi trent’anni: un amore letterario nato in adolescenza e non raffreddatosi — tutt’altro — con l’età adulta.

H.P. Lovecraft, nel massimo della sua espressività fotografica

Quali sono le peculiarità di Lovecraft che più hanno toccato la tua immaginazione, e così influenzato la tua attività poetica e letteraria?

Il Lovecraft che si esprime in versi è in grado di costruire storie dell’orrore pienamente compiute, credibili, efficaci e perfettamente moderne in una forma poetica, quella del sonetto elisabettiano, di per sé adatta a contenuti più lirici che narrativi e a una scelta stilistica tradizionale più che contemporanea: fatto tanto sorprendente, ai miei occhi, da aver stimolato non solo la ripetuta lettura, ma la riscrittura del corpus dei “Fungi from Yuggoth”.

Anche nella tua premessa lo specifichi: è più una riscrittura che una traduzione. In cosa hai avuto particolarmente l’impressione di essere “coautore” dei “Fungi from Yuggoth”?

Sentirmi coautore dei “Fungi” sarebbe, da parte mia, decisamente presuntuoso: ma senz’altro posso dirmi autore secondario di una versione in lingua italiana della raccolta. Se è vero — ed è vero, a meno che non voglia limitarsi a una traduzione interlineare di servizio — che chi traduce poesia in realtà sempre riscrive, io ho esasperato questa scelta programmatica: e sono stato quasi obbligato, dal momento che non avrei potuto rispettare, insieme, prosodia, atmosfera e senso letterale; ho scrupolosamente mantenuto la prima e la seconda, sacrificando il terzo.

Ecco: l’atmosfera: sia nelle tue composizioni originali, sia nella riscrittura dei “Fungi” l’atmosfera sembra prevalere su ogni cosa. Si viene calati in queste realtà dove il non detto e l’allusione sono parte essenziale del piacere (e dello stimolo) che tocca il lettore.

Notazione critica puntualissima: confermo quanto dici. Inoltre il desiderio e il piacere di creare un’atmosfera — da incubo o da sogno — è stata anche la principale leva che ha stimolato la scrittura o la riscrittura dei componimenti.

Probabilmente perché una atmosfera è “più ampia” di una storia in sé: riesci a creare un mondo, o una parte di esso, in cui chi legge possa perdersi e, in parte, avere delle proprie storie, complementari a quelle che immagini tu.

Possiamo senz’altro dire che l’elemento dell’emozione non è subalterno all’elemento strettamente narrativo né nei “Fungi” né negli “Incubi”.

Potrebbe essere interessante a chi ci legge magari avere davanti una tua poesia, e sentirsela descrivere (anche se probabilmente la poesia non sarebbe mai troppo da raccontare) da te. Mi piacere che tu ci parlassi ad esempio di XII – La Torre:

La prora si schiantò contro gli scogli
Dell’isola da eoni massacrata
Da gelidi marosi e circondata
Da bianche procellarie e capidogli:
Un luogo di desolazione atroce,
All’uomo ignoto e alla cartografia;
E pur pervaso di una sua malia,
Al largo dell’Antartide feroce.

La terra più vicina era a migliaia
Di miglia; disperati perlustrammo
La riva gelida e ci arrampicammo
Sull’orrido inciampando sulla ghiaia:
Gran Dio! Sull’altipiano d’atra lava
Pietrificata una torre svettava!

Dove, in proposito di atmosfera, sembra di stare tra Poe e Coleridge, mi pare.

Un noi lirico (non un io) e l’emisfero sud: la dimensione collettiva della spedizione ricorre frequentemente negli “Incubi”, spesso ambientati nell’emisfero australe e in contesti di gelo. Non vi sono elementi che permettano di identificare un periodo storico specifico, ma immagino che qualunque lettore si figuri un momento compreso tra l’ottocento e la contemporaneità: ha ragione. Ci muoviamo infatti — è vero — tra “Gordon Pym”, la “Ballata del vecchio marinaio” e le “Montagne della follia”. La prora (di un veliero? Di un clipper? Di un battello a motore?) si schianta sulla costa di un’isola perduta nell’oceano, che immaginiamo isolata e vulcanica, a migliaia di miglia dalla costa più vicina: perché quell’isola è lì? È un’isola nota, per quanto remota, o mai scoperta da alcuno? Quindi, la rivelazione, nella quale consiste l’incubo: qualcuno, anzi forse Qualcuno ha abitato quel luogo, vi ha costruito un manufatto di dimensioni immani (la torre “svettava”). Forse questo qualcuno, questo Qualcuno è ancora lì. Il noi lirico / narrante è evidentemente tornato, vivo e forse anche salvo, ma verosimilmente cambiato: ora sa qualcosa, Qualcosa che nessun altro conosce, che nessuno dovrebbe sapere.

Porta pazienza ma ad un certo punto su questo blog arriviamo sempre a parlare di Tolkien: ma in XVI. Il cunicolo pare proprio di trovarsi di fronte ad un manipolo di nani (magari guidati da un hobbit) che devono sgusciare all’interno di una Montagna Solitaria per un tesoro custodito da un drago!

Una splendida lettura! Conta poco che l’occasione del sonetto sia stata un mio incubo claustrofobico, pedissequamente restituito nel corrispondente sonetto: è un’interpretazione, la tua, non solo legittima, ma molto bella.

Il nostro Andrea, con Otto. Non è che sta tutto il tempo a meditare su incubi australi eh.

Dai, raccontaci un po’ il tuo modo d’operare da autore, come nasce, per te, una poesia, come è la sua stesura, la sua pulizia, fino al momento in cui dici “ok va bene può andare”.

Limito il campo agli “Incubi”: la situazione standard è un sogno particolarmente vivido oppure una rêverie dalle peculiari potenzialità narrative e liriche: inizio provando a ritmare un paio di versi, ipotizzo qualche rima, arrivo a costruire una delle tre quartine o, magari (è la cosa più difficile!), il distico finale; penso: «Questa volta non ce la farò mai, è troppo difficile, lascio perdere». Il giorno dopo, da fresco, aggiungo un altro paio di versi. «Siamo quasi a metà!» penso con entusiasmo, ma poi di nuovo sopravviene lo sconforto: «Manca la seconda metà abbondante, la più difficile, perché ora spazi e quantità sono obbligati: ce la farò?» Ecco, ancora un verso, due, tre… il puzzle si sta completando. Mancano due, tre tessere al massimo. Ma i bordi non combaciano, devo forzarli perché vadano al loro posto, tutto sembra brutto e goffo. Poi, intuizione: ecco la parola che mancava! La incastro come l’ultima tessera del rompicapo, anzi come la chiave di volta dell’arco: tutto sembra reggere, l’incantesimo è compiuto! Siamo sicuri? Lo sapremo dopo un giorno o due: alcune costruzioni crollano nella notte, altre reggono ma, da meravigliose che sembravano, paiono insulse il giorno dopo. Una parte residuale regge, chissà come e chissà perché, sia alla statica che all’estetica: ecco un sonetto che merita di scampare alla distruzione, qualche ulteriore intervento (si cambia la collocazione di una parola, un segno di interpunzione) e si può inserire nella raccolta.

Nella cosiddetta Lettera del Veggente, Arthur Rimbaud scrive (con la sua prosa sempre un pochetto carica): “Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. (…) Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste! Crepi pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti su cui l’altro si è accasciato!.

Possiamo perdonare a un poeta adolescente un po’ di verticalismo! Questo brano afferma qualcosa di grande e vero e cioè: chi non è veggente può comunque farsi tale e cogliere in qualche modo un germe di ignoto, un barlume di mistero.

Bene, abbiamo avuto una bella chiacchierata. Un’ultima cosa: quando hai iniziato la tua antologia di Incubi, ti eri posto un fine, uno scopo, la volontà di solleticare una idea o un sentimento? E pensi di avere raggiunto il tuo obiettivo?

Con i miei “Incubi” ho provato a ricreare una poesia, uno stile e un dettato mimetici dei modi della letteratura popolare, spontanea e ingenua nel senso di priva di sovrastruttura accademica: un’operazione difficile, sui cui esiti aspetto il responso dei miei lettori. Di mio, posso dire che sono moderatamente soddisfatto. E che mi sono molto divertito.


Ricordiamo come il libro di Andrea possa essere acquistato tramite questo form, oppure alla librerie Arethusa (via Giolitti 18, Torino) e Donostia (via Monginevro 85/A, Torino).

Due righe con: Miriam Cuatto

Questa volta abbiamo chiacchierato un poco di letteratura e d’intorni con Miriam Cuatto: ne è uscito un po’ di tutto.


Dunque, una medievista: partiamo da qui?

Medievista, o medievalista che dir si voglia, con un obiettivo preciso (e ora mi fregio di un titolo riservato a personaggi ben più illustri): essere apologeta di questa epoca, della sua arte, cultura e pensiero. Questa piccola crociata, per rimanere in tema, vuole parlare non tanto alle alte sfere accademiche che si spera abbiano superato i preconcetti sull’epoca ma al mondo, direi, popolare, sulla scia del principe indiscusso di questa disciplina, Alessandro Barbero. Non sarà la mia misera opera di studio artistico a cambiare le cose ma come si dice, sarà la mia goccia nell’oceano che non abbatterà, ma almeno spero scalfirà questo secolare pregiudizio. Ai detrattori, sia dell’arte che della storia, di quest’epoca, che la definiscono con l’orribile binomio di “epoca buia” amo rispondere: “Perché le altre epoche, in cosa sarebbero state più luminose? Non il medioevo europeo aveva la schiavitù, non il medioevo ha concepito le atrocità del Novecento; a ogni epoca è giusto dare le proprie luci e le proprie ombre.” Non controbattono, e quando accade la ritengo una piccola vittoria.

Ok, mi pare di capire che possiamo partire da qui: il romanzo storico d’ambientazione medievale, o almeno medievaleggiante, diciamo da Walter Scott in poi, e in ondate successive, è un genere con discreto successo e seguito (e diversa puntualità e qualità). Tu come “tecnica” che approccio riesci ad averne?

Partiamo dal dire che i miei libri preferiti sono romanzi storici d’ambientazione medievale, lì apprezzo molto, ma ci sono delle riserve. Il genere, inserito in quel grande fenomeno romantico di neo-medievalismi, ha contribuito alla riscoperta dell’epoca così come quei restauri in stile di dubbio gusto che intendevano dare un aspetto antico basandosi su come un edificio o un affresco poteva essere stato, senza basi scientifiche, creando indicibili pasticci iconografici e stilistici. La letteratura ha fatto un po’ questo, ha puntato i riflettori su un’epoca da sempre lasciata indietro ma per mantenere alta l’attenzione l’ha popolata di figure e concetti che sì esistevano, ma non in maniera così insistente. Un libro di questo tipo, e allo stesso modo un film, dovrebbe essere interpretato non come un saggio accademico, ma come spunto all’approfondimento personale sui temi, passando al vaglio critico le parole dei romanzi e le doverose licenze ma senza essere noiosi e bacchettoni sugli errori. Certo è che non serve inventare chissà che cosa o rifugiarsi negli stereotipi (lo ius primae noctis, mannaggia a voi) per rendere una storia sul medioevo interessante, bisogna solo fare lo sforzo di penetrarne l’essenza storica con i giusti mezzi e il romanzo è pronto.

Però adesso devi dirci i tuoi libri preferiti d’ambientazione medievale… Anzi, facciamo così: diccene uno (o più d’uno come preferisci) in quanto “medievale” (ovvero preferibile nel suo approccio al medioevo) e poi uno (o più) perché in fondo è comunque un romanzo bello, anche se scende a compromessi, diciamo.

Forse quello che amo di più è i pilastri della terra di Ken Follett, quello che proprio mi ha trascinata di violenza in quel mondo dal quale è difficile uscire, complice il fatto che parli della costruzione della cattedrale. Il primo amore però non si scorda mai: Notre Dame de Paris. Romanzi diversi scritti a secoli di distanza, in mezzo a questi l’ultimo membro della Trinità: il Nome della Rosa. Tutti perfetti e tutti con compromessi, il confine è labile. Aggiro dunque la domanda e ritorno a mordermi la coda da sola: ricostruire un’epoca è impossibile, d’altronde anche ricostruire perfettamente quello che è successo un’ora fa non è possibile. Sempre citando un discorso di Barbero sul fantastico e sul concetto di medioevo di qualche tempo fa (lo trovate appena qui sotto, NdInkiostri): c’è un medioevo reale e un medioevo immaginario fatto di streghe, roghi, oppressione, pestilenze nella mente di tutti, il fantasy a poco a poco erode questi concetti sbagliati portandoli in un altro mondo e lasciando alla storia ciò che davvero le appartiene.
Tirando le fila: i due generi sono complementari, dosando bene i due elementi e sapendoli distinguere nei libri che si legge ci aiuterà a conoscere meglio il vero e ad eradicare il falso
.

Probabilmente tutti e tre i romanzi da te citati sono “fedelmente infedeli” al Medioevo (per motivi diversi, viene da dire), ma tutti e tre hanno il più genuino gusto del romanzesco. Secondo te perché il Medioevo “funziona”, a livello letterario?

A parer mio il medioevo funziona in letteratura, e di conseguenza nella cinematografia, per il fatto di essere nel substrato culturale di tutti noi che per quanto ci definiamo come discendenti del mondo classico siamo in realtà pienamente eredi del mondo medievale, almeno in Europa. Uno scenario medievale, o meglio pseudo medievale con elementi che rimandano sì alla realtà come alla funzione, e questo già accadeva nelle storie raccontate nel medioevo stesso, ci è familiare; questo vale sia per il panorama monumentale, soprattutto in Italia dove possediamo un enorme patrimonio artistico, ma anche per il panorama ideale con un retaggio folklorico comune che rimanda proprio a quell’epoca dove si sono generate le fiabe che ancora raccontiamo ai bambini, colme di prodi cavalieri, castelli e creature magiche. Come citato, durante il medioevo stesso già questo accadeva con le storie mitiche di re Artù e dei suoi cavalieri o nei racconti di Chrétien de Troyes dove su un ambiente familiare e comune a tutti si innestavano elementi fantastici; non siamo tanto diversi da loro alla fine, se ci sentiamo ancora dopo secoli a nostro agio con le storie di maghi e cavalieri.

A posteriori pare essere un qualcosa di scontato, acquisito, e quasi naturale, ma non è banale, a pensarci, che una parte cospicua della letteratura fantastica, ovvero il fantasy, abbia una estetica (ma anche in fondo una struttura mentale e sociale) medievaleggiante.

Il fantasy non è altro che una continuazione di quello strato culturale e folklorico che citavo, ci porta in un mondo altro, perduto nel tempo e nello spazio e questo forse potevano pensare i primi autori di romanzi storici. È allo stesso tempo un mondo dai toni epici e drammatici, poi strazianti e incredibilmente romantici e dolci, esattamente il mondo letterario archetipico del fantasy classico. Non saprei bene spiegare il confine o il salto tra i due ma a modo suo il fantasy contribuisce all’interessamento nei confronti del medioevo anche se spesso quando si scopre un’epoca sì grande, luminosa e acculturata, ma senza tutti quegli elementi, quasi accusatori, che gli attribuiamo, si rischia di restare delusi. Il medioevo, personificandola, è un’epoca curiosa che con i mezzi a disposizione osserva, analizza e cerca di classificare il mondo attorno a sé, che esso sia affine o nemico della propria cultura. Alle corti francesi del basso medioevo sapevano benissimo che non esistevano i draghi, che re Artù era una finzione e che i cavalieri non erano senza macchia, non navigavano certo nella superstizione come siamo abituati a credere (noi che crediamo all’oroscopo e a cose ben peggiori) eppure le storie si sprecavano su questi temi. Si può dire che il fantasy deriva dal medioevo (che a sua volta guarda all’antico) e dalla sua voglia di conoscere; più tardi non si può delineare un confine preciso ma sappiamo che dalla riscoperta del medioevo nascerà il fantastico proprio partendo da questo e portando a quella commistione di generi che ancora oggi fa tanto scrivere.

Per te la curiosità per il medioevo deriva dal fantasy, oppure è stato viceversa, oppure qualcosa di più sfumato e indiretto?

Mia madre sostiene in continuazione che io sia stata scambiata nella culla dal momento che possiedo questa spiccata curiosità per un tema così datato e polveroso agli occhi dei più; in effetti fin da piccola, io, volevo sapere. Penso che per me, ma come per molti, l’interesse sia partito dal fantastico, un genere ben più accessibile, per poi essere traghettato, complice forse la onnipresente ombra della Sacra e l’avanzamento degli studi a scuola, verso la passione per quest’epoca e per la sua cultura, in parte epurata dal manto fantastico. Questo non elimina la mia passione letteraria per i romanzi storici così come i fantastici, anzi diventa quasi un gioco confrontarsi con le opere di questi generi.

Anche questo sarebbe nel solco della tradizione folklorica europea: secondo tua madre saresti un changeling!

Questo ad ulteriore riprova che quel mondo ci appartiene, e appartiene inconsciamente anche a chi di storia conosce poco e niente. Lì sono le nostre radici, le radici della nostra letteratura, in quel mondo tra il reale e il fantastico che vediamo distantissimo ma che in realtà è del tutto simile a noi, che ci ostiniamo a rinnegare e condannare fino all’ossessione, forse perché ci spaventa quanto quel mondo e quelle persone siano così contemporanee nel loro essere così “medievali” nella migliore accezione possibile del termine.

Miriam, vestita comoda

In fondo questa visione del mondo in cui il fantastico (chiamiamolo così, per semplificare) è escluso è un fatto piuttosto recente. Si potrebbe dire che la letteratura realista sia una semplice corrente (meglio, una eresia) del solco ordinario della letteratura d’ogni cultura: una corrente in cui, diversamente dal solito, il fantastico è escluso.

È un ragionamento giustissimo, dal momento che anche nelle “letterature ufficiali” medievali non mancava mai l’accenno al fantastico e al meraviglioso, anche di matrice divina (si pensi alle agiografie dei santi, alle mitiche fondazioni delle abbazie e alle gesta di re e imperatori). Eppure quella era la letteratura e lo è stata per millenni, a partire dal mondo antico greco, egizio o indiano. Il fantastico poi pare essere stato relegato per un certo periodo alla letteratura per ragazzi o bambini, come se non fosse un tipo abbastanza degno mentre guardando al passato è sempre stato presente, solo con un altro nome, senza una inquadratura precisa di genere. Non saprei darne una spiegazione puntuale, forse il progresso veloce delle scienze ha contribuito a questo.

Jorge Luis Borges affermava, con bonario disincanto sornione, che in fondo la teologia è una branca della letteratura fantastica.

Se per fantastica si intende, a maglie molto larghe, tutto ciò che va oltre il mondo umano e terreno, perché no! D’altronde anche il fantastico ci fa avere fiducia nei nostri eroi che dopo mille peripezie sconfiggeranno il cattivo, ci fa riflettere, pensare, sognare, disperare a volte, guardare al cielo in attesa di un intervento che sta più in alto dell’eroe, nella speranza che tutto questo conduca, prima o poi, a un lieto fine.

È l’eucatastrofe tolkieniana.

È proprio lei. Vengo, qualche settimana fa, da una maratona del signore degli anelli qui in cappella universitaria; con l’aiuto di Daniele abbiamo riflettuto proprio sulle letture teologiche dell’opera di Tolkien, l’eroe umile che ribalta i potenti dai troni, il re, il profeta, il maligno che corrompe. L’intervento per quanto breve ha avuto successo, segno che si parla una lingua comune a tutti.

È questo secondo te il motivo per cui Tolkien è universale?

Tolkien era un grande conoscitore del folklore e della mitologia, come allo stesso tempo lo era del medioevo e seppur nella sua opera abbia ribaltato un po’ il concetto dell’eroe bello, aitante e coraggioso, credo che sì: parli una lingua di tutti e per tutti. Più che parlare a tutti credo parli all’animo più recondito di tutti e che tutti abbiamo in comune come retaggio culturale, laddove si nasconde il bambino che crede alle fiabe, che vuole sconfiggere il drago e salvare la principessa. Tolkien ci dice: guarda, quell’eroe puoi essere tu, nella tua umanità e nella tua imperfezione, scrivi la tua fiaba.

Una celebre espressione di G.K. Chesterton dice (supperggiù: chestertonianamente citiamo a memoria): le fiabe non solo insegnano ai bambini che esistono i draghi: ma che si possono anche battere.

Sono dell’idea che le fiabe insegnino anche ai grandi, se lette nella giusta chiave senza fermarsi al cavaliere che salva la principessa. Chesterton aveva ragione (e chi sarei d’altronde io per dargli torto) ad assumere che la fiabe insegnino non come sconfiggere i draghi ma che è possibile farlo; qualunque sia il drago, dalla verifica di matematica del giorno dopo a problemi ben più gravi, c’è un modo per passare oltre e fin da piccoli è bene impararlo. Certo è che le fiabe insegnano che l’eroe ha bisogno di un aiutante, sia esso un amico, un parente o qualcuno di “più in alto”, di un oggetto magico per superare le difficili prove che il cattivo di turno gli parerà contro, nessuno si salva da solo!

Abbiamo tutti bisogno di essere Frodo e Chisciotte, e di essere i Sam ed i Sancho Panza di qualcuno. Bene, ci avviamo alla conclusione! Ultima domanda: cosa stai leggendo in questo momento?

Come degna conclusione, sto leggendo il bestiario medievale di Pastoreau, un ricettacolo di tutti i testi di questo genere, forse uno di quelli apicali nel campo tra fantasia medievale e storia. Qui si susseguono magnifiche miniature di animali esotici, reali o fantasmagorici, con la relativa spiegazione zoologica (un po’ azzardato come termine per l’epoca, ma efficace) e teologica di tutti gli animali. È un saggio ma estremamente accessibile e godibile, lo consiglio vivamente a tutti, per entrare nel vivo dell’epoca medievale e delle sue credenze, e anche per farsi due risate a guardare come li rappresentavano in maniera buffa!

In memoria di J. R. R. Tolkien: Intervista con Paolo Gulisano

Oggi, nel 1973, moriva JRR Tolkien. Lo ricordiamo in questa intervista del nostro Daniele Barale al nostro (perdonate l’iterazione) Paolo Gulisano. Buona lettura!

Il 2 settembre si celebrano i cinquant’anni del dies natalis del subcreatore di Eä, l’universo ove si trova Arda, il mondo della Terra di Mezzo, la cornice entro la quale si svolgono i fatti narrati ne Il Silmarillion, ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli anelli. Ma prima ancora Tolkien è stato docente universitario presso Leeds e Oxford, e autorevole conoscitore delle mitologie classiche, medioevali e moderne. In proposito, meritano attenzione le traduzioni che egli dedicò al Beowulf, a Sir Gawain e il Cavaliere verde, il poema allitterativo La caduta di Artù e il saggio “Sulle fiabe” (On Fairy-Stories).

Tolkien scrisse le sue “fiabe epiche” principalmente per dilettare i famigliari e gli amici (si pensi anche a Mr. Bliss, Le lettere di Babbo Natale, Roverandom), e fornire un mondo verosimile ai suoi linguaggi: dieci lingue e molti alfabeti, tra cui il Sindarin e il Quenya (due esempi: Elen síla lúmenn’ omentielvo; Aiya Eärendil elenion ancalima!).

Come egli stesso scrisse in una lettera del ‘55, alla base del suo lavoro c’è l’invenzione dei linguaggi. Le storie furono create per fornire un mondo ai linguaggi e non il contrario. «Per me, prima viene il nome e poi la storia». E nella lettera “183” (da La realtà in trasparenza) si può leggere: «Io ho la mentalità dello storico. La terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo e ancora in uso) di midden-erd/middel.erd, l’antico nome di oikoumene, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o con mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale. […] Il mio non è un mondo immaginario, ma un momento storico immaginario su una Terra-di-Mezzo – che è la terra dove noi viviamo».

Per celebrare la ricorrenza, abbiamo incontrato Paolo Gulisano, medico, scrittore e tra gli studiosi, italiani ed europei, più importanti del professore; autore di molti libri, tra cui “Tolkien: il mito e la grazia”, “La mappa de Lo Hobbit”, “La mappa della Terra di Mezzo” .

Perché la vita di Tolkien si può definire “eucatastrofica”, a iniziare da fatti quali il “martirio” della madre Mabel e la sua partecipazione alla prima guerra mondiale?

La vita di John Ronald Tolkien può sembrare all’apparenza una vita tranquilla, da docente universitario, da padre di famiglia, coronata dal grande successo letterario che ne fece uno dei più celebri scrittori del XX secolo. Tuttavia non mancarono nel corso degli anni motivi di forte sofferenza, a cominciare dalla perdita ancora ragazzo della madre (dopo che il padre era morto in Sudafrica mentre lui era ancora bambino), una perdita che lui considerò con buone ragioni un martirio, in quanto Mabel dopo la sua conversione al Cattolicesimo era stata ingiustamente discriminata, abbandonata anche da un punto di vista economico, tanto da non poter curare efficacemente il diabete grave da cui era affetta. Il primo evento “eucatastrofico” fu l’ingresso nella sua vita di giovane orfano, affidato alle cure del tutore Padre Francis Morgan, di Edith Bratt, la donna che diventò sua moglie, e in qualche modo una musa ispiratrice. L’amore fu però difficile, un fidanzamento contrastato, perché la priorità che gli aveva posto Padre Morgan era che si laureasse, così da compiere il desiderio della mamma. Una volta sposati, il matrimonio presentò, come tante volte accade, delle difficoltà, dei momenti di incomprensione e amarezze reciproche, anche se durò tutta la vita. A queste sofferenze si aggiunse certamente la Guerra, i cui orrori Tolkien toccò con mano: la perdita degli amici, la sconsiderata follia degli alti ufficiali che utilizzavano i soldati come carne da macello, l’odio e la crudeltà. Tutto questo entrò nel suo immaginario. Ma alla fine, nonostante tutto il male che è in noi e nel mondo, Tolkien ebbe sempre la sicura certezza di quella che chiamò Eucatastrofe, ovvero l’irruzione nella storia della Salvezza. Le porte degli inferi non prevarranno, come nemmeno i neri cancelli di Mordor.

L’amicizia: quanto questa forma alta di Carità è stata per lui fondamentale?

Tolkien come scrittore è stato un vero e proprio cantore dell’amicizia: basti pensare al legame profondo e commovente tra Frodo e Sam, oppure quello sorprendente che si instaura tra Gimli e Legolas. Tolkien aveva vissuto delle amicizie straordinarie, con i suoi compagni di scuola del T.C.B.S. prima, e poi ad Oxford con C.S. Lewis e il gruppo degli Inklings, quel gruppo di accademici e non che condividevano la passione per la Mitologia, per il Cristianesimo, e per i buoni boccali di birra, e che si ritrovarono per anni in un piccolo pub di Oxford, coltivando una bella amicizia. Questo tipo di sentimento, ovvero di forma alta di Carità, fu per lui assolutamente fondamentale, e come detto lo traspose nelle sue creazioni letterarie. Allo stesso modo l’amico Lewis ne parlò in una delle sue opere più significative, il saggio “I Quattro Amori”.

Perché egli può essere definito un autore cattolico, e non un ecologista di sinistra, o un mero conservatore destrorso? Cosa ci dicono al riguardo le sue lettere?

Le interpretazioni politiche di Tolkien sono sempre state del tutto riduttive. Negli anni ’60 fu una certa sinistra americana a cavalcarlo, in nome del suo anticonformismo e di quello che sembrava essere una forma di ecologismo, tant’è che David Taggart, il fondatore di Green Peace, diede il nome di Frodo ad una delle prime imbarcazioni dell’associazione. In Italia invece la cultura dominante di Sinistra lo marchiò immediatamente come “fascista”, forse perché presentava nel suo libro uno scenario di tipo vagamente Medioevale, e per la Sinistra manichea Medioevo equivaleva a significare Destra, dopodiché fu inevitabile che una parte del mondo giovanile di Destra, la parte più anticonformista, più innovativa, più colta, non quella meramente nostalgica o che sognava i colonnelli, lo fece propria. Ma Tolkien è al di là e al di sopra di tutte le ideologie. Risulta riduttiva qualsivoglia etichettatura del professore di Oxford, poiché ciò che ispirò e che diede significato alla sua vita e alla sua opera non è riconducibile ad una ideologia, ma ad una visione della vita, ad una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben di più che una ideologia: è una filosofia. Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica, con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta le vicende umane. Tutto ciò emerge anche dalle sue lettere, dove ci rivela quanto il suo profondo, robusto cattolicesimo inglese abbia forgiato la sua opera.

I suoi personaggi – sia de Il Silmarillion, sia de Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli – possono essere definiti “grigi” (come Gandalf, prima di diventare bianco), e non neri o bianchi, come sostiene certa interpretazioni manichea. È vero?

Tra le critiche malevole che nel tempo furono fatte all’opera tolkieniana c’è proprio quella di essere manichea. E il manicheismo, in ambito letterario, significa debolezza dell’opera, in quanto la realtà – si sa – è estremamente complessa. Ma di fatto i romanzi di Tolkien non sono affatto manichei: certo, si parla di Bene e di Male, e li si chiama col loro nome, senza ambiguità, ma essi non stanno tutti da una parte o dall’altra: combattono nel cuore dell’uomo. La storia di Theoden è quella di un cambiamento, quasi di una conversione, o un risveglio spirituale da quello stato di incantamento quasi ipnotico (e questa è una condizione dell’uomo contemporaneo descritta profeticamente da Tolkien in modo mirabile) in cui l’aveva condotto Grima Vermilinguo. Oppure le storie di cadute, di tradimenti, come quello di Boromir, in cui possono cadere anche “i buoni”, e infine la drammatica, spaventosa apostasia di Saruman, che abbandona la via della saggezza per mondanizzarsi, per venire a compromesso con Sauron. Insomma: Tolkien non è semplicisticamente manicheo, ma sa bene che la realtà vede gli uomini impastati di Bene e Male e chiamati a scegliere.

Quali frutti occorre prendere dalla sua “opera magna”, per ben riflettere sul potere, sulla tecnica, sul rapporto tra l’uomo e Dio, l’ambiente in cui l’uomo vive (naturale e soprannaturale) e sulla valorizzazione della libertà?

Egli ha riproposto, in pieno ventesimo secolo, il genere letterario epico, ridando dignità letteraria all’antichissimo genere della narrativa dell’immaginario, nonostante il cinismo di una cultura dominante che doveva fare a meno dei valori, in particolare dell’eroismo. Il ritorno al Bello e al Vero auspicato dallo scrittore di Oxford venne realizzato da lui attraverso il ricorso e il ritorno al Mito, per ridare sanità e santità all’uomo moderno. “Il mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato”, disse Tolkien parlando ai suoi studenti di una delle sue opere preferite, il Beowulf. Il mito è necessario perché la realtà è molto più grande della razionalità. Il mito è visione, è nostalgia per l’eternità. Il mito è un mezzo per dare risposte a questioni fondamentali come l’origine dell’uomo, il bene, il male, l’amore, la morte e per dare spiegazioni ai fenomeni della natura. Se il mito è il nesso, il legame che l’uomo ha sempre cercato con il senso della vita, esso non può quindi che essere considerato un’espressione naturale ed antichissima del senso religioso che vive nel cuore dell’uomo.

Qual è stata l’influenza di San John Henry Newman e Gilbert Keith Chesterton su Tolkien?

Newman, uno dei più grandi pensatori cristiani degli ultimi secoli, era stato, nonostante la mitezza, quasi la fragilità della sua persona, un segno di contraddizione che aveva scosso l’Inghilterra sia cattolica che protestante. Da anglicano aveva dato vita al Movimento di Oxford, teso ad approfondire la ricerca teologica, specie nel campo della Patristica (quando la Chiesa era ancora una e indivisa) e a confrontarsi con le sfide della modernità. Questa ricerca della verità lo aveva fatto infine approdare al cattolicesimo. Un suo discepolo, padre Francis Morgan, era stato suo assistente personale, e quando divenne il tutore di Tolkien gli trasmise tutto quanto aveva appreso da Newman. Sulla sua tomba il grande convertito aveva voluto che fossero incise queste parole: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Andiamo verso la verità passando attraverso ombre e immagini. Per John Ronald Tolkien, che amò subito appassionatamente la fede cui sua madre lo aveva condotto, l’arte fu per tutta la vita questa ricerca della verità tra quelle ombre, quelle immagini che sono i miti e i simboli. Allo stesso tempo Tolkien guardò con grande interesse a Chesterton, di cui fu lettore, ma che non incontrò mai personalmente (c’era tra i due quasi una generazione di differenza), e sicuramente rimase colpito, come scrive nel suo saggio Sulle fiabe, dalla via chestertoniana dell’immaginario, del paradosso, dell’immagine velata, allo scopo di liberarci dai vari orpelli che, nella vita ordinaria, mascherano il volto della verità. Fu di fatto un ottimo allievo di GKC.

Cosa pensi della traduzione a opera di Ottavio Fatica: rappresenta il tentativo della cultura di sinistra di tirare verso di sé la manica di Tolkien? E della serie curata da Amazon, “Gli anelli del potere”: è meramente il tentativo di asservire il suo ricchissimo immaginario al politicamente corretto? Oppure, vi è ancora qualcosa di buono in esse?

Premesso che è del tutto lecito ritradurre i Classici della Letteratura (e Tolkien lo deve assolutamente essere considerato) come avviene per Omero o Shakespeare, le premesse di questa nuova edizione effettivamente avevano delle motivazioni ideologiche. Dopo i grossolani e ottusi attacchi degli anni ’70, a sinistra ci fu qualcuno – e non pochi- che lesse Tolkien, e ne apprezzò tutto il valore. Tuttavia c’era il problema di un autore ormai diventato nella vulgata corrente “di destra”. Come fare dunque a sdoganarlo? A farlo arrivare anche ai compagni lettori? Un’ opinione era che lo scivolamento a destra era avvenuto anche per colpa della traduzione del Signore degli Anelli, giudicata troppo aulica, epica, e quindi il linguaggio avrebbe determinato il celebre feeling politico. Occorreva una traduzione più popolare, più colloquiale, meno altisonante, più simile al linguaggio della narrativa realista, e così è arrivata la versione di Fatica. Personalmente non ne sono stato molto soddisfatto, pur nella consapevolezza che anche la prima traduzione fosse decisamente rivedibile. Rimane il rimpianto che il Signore degli Anelli non sia mai stato tradotto da Francesco Saba Sardi, il traduttore del Silmarillion, che a mio avviso resta di gran lunga il miglior interprete in lingua italiana di Tolkien. In quanto alla serie Amazon, devo dire che l’ho trovata completamente priva dello spessore epico di Tolkien. Un fantasy come tanti altri. Di Tolkieniano sono rimasti solo i nomi.

Ultima domanda, molto personale: quando e come ha cambiato la tua vita “l’incontro con il professore oxoniense”?

John Ronald Tolkien mi ha dato tantissimo, dal momento in cui lo scoprii a 19 anni. Mi ha ricolmato di bellezza, di valori grandi che ho cercato di far miei; mi ha aperto orizzonti culturali infiniti sulla storia, sulla mitologia, e cosa più importante di tutte, sul senso del Sacro e sulla Fede Cattolica. E’ stato un onore e una grande gioia diventare un suo esegeta, e raccontarlo non solo al pubblico italiano, ma anche a quelli di Polonia e Repubblica Ceca dove i miei libri sono stati tradotti. Non gli sarò mai abbastanza grato.

Paolo