L’ultimo posto di Eric Pearlman

Riportiamo qui l’accorata prefazione di Chiara Bertoglio de L’ultimo posto di Eric Pearlman, pubblicato da Marcovalerio (che ha nel suo bel catalogo pure i nostri libri!).


Il 20 novembre 2022, solennità di Cristo Re, Papa Francesco ha celebrato la Messa ad Asti, città da cui proveniva la sua famiglia. Come sempre, l’Eucaristia è stata trasmessa dalla televisione nazionale, e ha portato conforto, preghiera e calore a tante persone che, per età, malattia, disabilità o impegni non possono partecipare alla Messa comunitaria. Per molte di loro, non poter ricevere la Comunione è una mancanza pesante; tuttavia, sempre e a chiunque è possibile accostarsi alla “comunione spirituale”, pregando con intensità e desiderando l’unione profonda con Cristo. Per aiutare questi sentimenti a nascere nel cuore dei “fedeli-telespettatori”, il commentatore televisivo ha letto una preghiera. Ed è una delle preghiere di Eric Pearlman pubblicate in questo piccolo ma prezioso libro.

Le poesie/preghiere di Pearlman circolano, infatti; trasportate dalle correnti misteriose del web, che amplifica i sussurri e a volte silenzia le grida, ma che spesso sa raggiungere in modi impensati porti lontani, e deporre sull’uscio di chi ne ha bisogno la risacca di una parola “giusta”.

Pearlman ha il dono raro di saper dire l’uomo di oggi, nella sua nuda verità, nelle sue fatiche, in interrogativi che spesso somigliano a quelli di un Giobbe 3.0; ma anche – e questo è forse ancora più raro – di parlare con le parole di Dio, di parlare a Dio con le parole che Egli vuole sentire, quelle che ha messo sulle nostre labbra. Il lessico e i contenuti delle poesie/preghiere di Pearlman sono infatti intrisi di Scrittura, di Salmi, di Vangelo, di profeti; che però, ritrovandosi a condividere lo spazio con icone della modernità – dai jeans allo Xanax, dalla birra alla pubblicità – si rivelano nella loro atemporale vertiginosa attualità. È l’Incarnazione, mistero supremo del cristianesimo, che nella tensione fra tempo ed eterno ci scuote quotidianamente con l’incanto di un Dio che si piega sulla banalità apparente di ogni nostro oggi.

Ed è un’Incarnazione che lascia intravedere i due misteri da essa inscindibili, quello della croce e quello della risurrezione. I versi di Pearlman spesso raccontano fatica e dolore, sofferenza, interrogativi pressanti, momenti in cui si arranca e ci si perde. La fede narrata da Pearlman è tutt’altro che “l’oppio dei popoli” di marxiana memoria; è viceversa un polder strappato giorno dopo giorno all’oceano del dubbio, ma di cui ogni centimetro trasuda verità, proprio perché nulla è regalato o consolatorio, nulla è evasione o disimpegno.

Pearlman dà del tu a Dio, nel pieno senso della parola: ci invita a guardare negli occhi Colui che è Padre, e che desidera essere interpellato dai suoi figli. Gesù alla Samaritana dice che il Padre “cerca” adoratori in “Spirito e verità”: e quella verità è innanzi tutto Lui stesso, via, verità e vita, ma è anche la condizione necessaria per un vero rapporto con Dio. Con il breviario laico che si trova in queste pagine, Pearlman ci invita a riscrivere il nostro rapporto con Dio, riportandolo a una verità essenziale, nuda, a volte scomoda, nella quale l’interpellare francamente e talora bruscamente Dio è garanzia della verità di noi stessi. Perché Dio è verità sempre; siamo noi che tanto spesso non siamo verità nemmeno davanti a Lui, oltre che con noi stessi e con gli altri. Dare del tu a Dio vuol dire dare del tu anche a noi stessi, alla nostra verità, al nostro scomodo essere come siamo, con le nostre fragilità, i nostri fallimenti, le nostre ingenuità e il nostro peccato, ma anche con la meraviglia delle creature che Egli ha creato e di cui è costantemente innamorato. Parlare con Dio con il linguaggio della verità, con la spontaneità con cui parliamo con le altre persone che incontriamo tutti i giorni vuol dire recuperare anche la verità della Parola, come appunto accade a Pearlman: i frammenti di Vangelo e di Bibbia che si trovano, più o meno nascosti, più o meno evidenti, nei suoi versi, rendono “veri” i versi stessi, e si rivelano nella loro verità eterna proprio in dialogo con la semplice umanità della parola poetica.

Ed è una parola poetica che, nella sua diretta franchezza, non perde tuttavia mai una qualità letteraria “alta”. Pearlman ha il segreto di saper unire le piccole, piccolissime cose della vita di oggi, quelle che troveremmo tutt’altro che poetiche, con una dimensione di stupore e di incantamento che è propria sia della poesia “alta”, sia, soprattutto, del senso del sacro. Il Dio che si china sul nostro banale quotidiano non diventa per questo banale o quotidiano Egli stesso; piuttosto, trasforma il banale in miracoloso, il quotidiano in eterno.

Questa dinamica è molto evidente in Pearlman, che non perde mai la trascendenza dell’infinito, né mai trascina l’ineffabile al livello delle povere parole umane e dei sentimenti che esse veicolano. L’alterità di Dio è sempre presente nel suo mistero e nel suo silenzio gravido di senso; gli interrogativi dell’uomo trovano posto nell’eternità di Dio, di un Dio umile che non guarda nessuno dall’alto in basso, ma nello stesso tempo ricevono risposte che vanno oltre l’umano. Dio si lascia interrogare dall’uomo, si lascia dare del tu da Pearlman come da qualunque credente (o non credente); ma le risposte che dà – e che sono quelle di cui abbiamo bisogno – quasi mai sono quelle che ci aspettiamo.

Pearlman ci aiuta a entrare nel suo personalissimo dialogo con Dio, intrecciato e intessuto dei piccoli oggetti e delle persone che costituiscono e costellano il suo quotidiano. Oggetti e persone che non sempre sono anche i nostri, ma nei quali ci ritroviamo perché i nostri sono tanto simili a quelli. E nel fatto che Dio sia presente proprio in quelle fenditure di roccia che sono le brecce aperte nell’oggi dell’autore dal mistero del divino siamo condotti a riconoscere il sussurro di una brezza silenziosa, il passaggio del Signore, anche nei nostri oggetti, fatti, persone di ogni giorno.

Leggere queste pagine, quindi, è anche scuola di preghiera, di ascolto, di verità; e anche se la semplice lettura di questi versi costituisce, in sé, una bellissima esperienza letteraria e artistica, la loro verità profonda sta nell’interpellarci, nell’invitarci a dare forma e parola anche alle nostre domande a Dio, al nostro raccontarci a Lui. Ognuno di noi ha un “ultimo posto” che lo attende, e deve solo trovarlo o dargli un nome. Ognuno di noi ha un Padre che desidera solo essere chiamato “Padre”.

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