Una poco di Venerdì Santo, con Miriam Cuatto

Miriam Cuatto, che è cintura nera di Siena e d’intorni, ci invia questo pensiero del Venerdì Santo attorno ad una tavola del Lorenzetti: e ci pare buona cosa renderlo disponibile a tutti.


Venerdì santo – Ambrogio Lorenzetti, crocifissione dalla collezione Salini, 1319?

Una piccola tavoletta, forse una valva di dittico che doveva completarsi con una natività, com’è canonico in questi piccoli oggetti di devozione privata. Cosa rende particolare lo stile di Ambrogio in quest’opera, una delle prime a lui attribuite con certezza? Ambrogio è un giovane artista senese, cresciuto nella scuola e all’ombra del fratello Pietro, tra Siena, Assisi e Firenze e risente della verve espressionistica del fratello traslando quelle emozioni esplosive in atteggiamenti tesi, ma pacati. San Giovanni non piange certo, non ha le lacrime agli occhi ma manca poco, con quelle mani stringe la veste con forza, quasi a strapparla, in un anchement gotico che riflette sul corpo il moto dell’anima; pare dire: “lascia ch’io pianga“. Maria, un po’ vergine un po’ Maddalena con quei capelli lunghi sciolti, guarda dal basso suo figlio, in una lievissima smorfia di singhiozzo, reggendo il manto.

Ecco, il manto della vergine, aperto già per accogliere già il corpo del figlio. Pare una composizione canonica, pienamente regolare, quella crocifissione con dolenti vista mille volte ma chi conosce Ambrogio lo sa, per lui le regole esistono per essere infrante e rinnovate. Il manto della Madonna è nero; ma il blu è il colore della Vergine, da secoli, e questo è il primissimo esempio di rottura di questa regola. Ma coma può un pittore tra gli altri fare prevalere la sua visione su una tradizione di secoli?

Nel trecento in tutta Italia ma a Siena soprattutto, la religiosità popolare era in mano non ai chierici, bensì alle confraternite laicali (si stima che 2/3 della popolazione senese fosse considerata “religiosa” in questo senso) e Ambrogio era uno di questi. Era vicino alla confraternita della Vergine sotto il duomo ma non solo, queste compagnie che si occupavano di cura, assistenza, preghiera, mortificazione e seppellimento dei defunti erano il tessuto portante della religiosità cittadina. Ambrogio attinge a questa religiosità che si esprime nel mondo delle laudes, musica religiosa confraternale che umanizza la scena sacra e veste la madonna, più che creatura, delle vesti nere delle donne della città ai funerali.

Dal canone assisiate:

O sorelle della scura
Or me date uno manto nero
A quella che giammai non cura
De bel drappo né buon velo
Puoi ch’io so’ abbandonata
E del mio figlio vedovata
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