Due righe con: Miriam Cuatto

Questa volta abbiamo chiacchierato un poco di letteratura e d’intorni con Miriam Cuatto: ne è uscito un po’ di tutto.


Dunque, una medievista: partiamo da qui?

Medievista, o medievalista che dir si voglia, con un obiettivo preciso (e ora mi fregio di un titolo riservato a personaggi ben più illustri): essere apologeta di questa epoca, della sua arte, cultura e pensiero. Questa piccola crociata, per rimanere in tema, vuole parlare non tanto alle alte sfere accademiche che si spera abbiano superato i preconcetti sull’epoca ma al mondo, direi, popolare, sulla scia del principe indiscusso di questa disciplina, Alessandro Barbero. Non sarà la mia misera opera di studio artistico a cambiare le cose ma come si dice, sarà la mia goccia nell’oceano che non abbatterà, ma almeno spero scalfirà questo secolare pregiudizio. Ai detrattori, sia dell’arte che della storia, di quest’epoca, che la definiscono con l’orribile binomio di “epoca buia” amo rispondere: “Perché le altre epoche, in cosa sarebbero state più luminose? Non il medioevo europeo aveva la schiavitù, non il medioevo ha concepito le atrocità del Novecento; a ogni epoca è giusto dare le proprie luci e le proprie ombre.” Non controbattono, e quando accade la ritengo una piccola vittoria.

Ok, mi pare di capire che possiamo partire da qui: il romanzo storico d’ambientazione medievale, o almeno medievaleggiante, diciamo da Walter Scott in poi, e in ondate successive, è un genere con discreto successo e seguito (e diversa puntualità e qualità). Tu come “tecnica” che approccio riesci ad averne?

Partiamo dal dire che i miei libri preferiti sono romanzi storici d’ambientazione medievale, lì apprezzo molto, ma ci sono delle riserve. Il genere, inserito in quel grande fenomeno romantico di neo-medievalismi, ha contribuito alla riscoperta dell’epoca così come quei restauri in stile di dubbio gusto che intendevano dare un aspetto antico basandosi su come un edificio o un affresco poteva essere stato, senza basi scientifiche, creando indicibili pasticci iconografici e stilistici. La letteratura ha fatto un po’ questo, ha puntato i riflettori su un’epoca da sempre lasciata indietro ma per mantenere alta l’attenzione l’ha popolata di figure e concetti che sì esistevano, ma non in maniera così insistente. Un libro di questo tipo, e allo stesso modo un film, dovrebbe essere interpretato non come un saggio accademico, ma come spunto all’approfondimento personale sui temi, passando al vaglio critico le parole dei romanzi e le doverose licenze ma senza essere noiosi e bacchettoni sugli errori. Certo è che non serve inventare chissà che cosa o rifugiarsi negli stereotipi (lo ius primae noctis, mannaggia a voi) per rendere una storia sul medioevo interessante, bisogna solo fare lo sforzo di penetrarne l’essenza storica con i giusti mezzi e il romanzo è pronto.

Però adesso devi dirci i tuoi libri preferiti d’ambientazione medievale… Anzi, facciamo così: diccene uno (o più d’uno come preferisci) in quanto “medievale” (ovvero preferibile nel suo approccio al medioevo) e poi uno (o più) perché in fondo è comunque un romanzo bello, anche se scende a compromessi, diciamo.

Forse quello che amo di più è i pilastri della terra di Ken Follett, quello che proprio mi ha trascinata di violenza in quel mondo dal quale è difficile uscire, complice il fatto che parli della costruzione della cattedrale. Il primo amore però non si scorda mai: Notre Dame de Paris. Romanzi diversi scritti a secoli di distanza, in mezzo a questi l’ultimo membro della Trinità: il Nome della Rosa. Tutti perfetti e tutti con compromessi, il confine è labile. Aggiro dunque la domanda e ritorno a mordermi la coda da sola: ricostruire un’epoca è impossibile, d’altronde anche ricostruire perfettamente quello che è successo un’ora fa non è possibile. Sempre citando un discorso di Barbero sul fantastico e sul concetto di medioevo di qualche tempo fa (lo trovate appena qui sotto, NdInkiostri): c’è un medioevo reale e un medioevo immaginario fatto di streghe, roghi, oppressione, pestilenze nella mente di tutti, il fantasy a poco a poco erode questi concetti sbagliati portandoli in un altro mondo e lasciando alla storia ciò che davvero le appartiene.
Tirando le fila: i due generi sono complementari, dosando bene i due elementi e sapendoli distinguere nei libri che si legge ci aiuterà a conoscere meglio il vero e ad eradicare il falso
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Probabilmente tutti e tre i romanzi da te citati sono “fedelmente infedeli” al Medioevo (per motivi diversi, viene da dire), ma tutti e tre hanno il più genuino gusto del romanzesco. Secondo te perché il Medioevo “funziona”, a livello letterario?

A parer mio il medioevo funziona in letteratura, e di conseguenza nella cinematografia, per il fatto di essere nel substrato culturale di tutti noi che per quanto ci definiamo come discendenti del mondo classico siamo in realtà pienamente eredi del mondo medievale, almeno in Europa. Uno scenario medievale, o meglio pseudo medievale con elementi che rimandano sì alla realtà come alla funzione, e questo già accadeva nelle storie raccontate nel medioevo stesso, ci è familiare; questo vale sia per il panorama monumentale, soprattutto in Italia dove possediamo un enorme patrimonio artistico, ma anche per il panorama ideale con un retaggio folklorico comune che rimanda proprio a quell’epoca dove si sono generate le fiabe che ancora raccontiamo ai bambini, colme di prodi cavalieri, castelli e creature magiche. Come citato, durante il medioevo stesso già questo accadeva con le storie mitiche di re Artù e dei suoi cavalieri o nei racconti di Chrétien de Troyes dove su un ambiente familiare e comune a tutti si innestavano elementi fantastici; non siamo tanto diversi da loro alla fine, se ci sentiamo ancora dopo secoli a nostro agio con le storie di maghi e cavalieri.

A posteriori pare essere un qualcosa di scontato, acquisito, e quasi naturale, ma non è banale, a pensarci, che una parte cospicua della letteratura fantastica, ovvero il fantasy, abbia una estetica (ma anche in fondo una struttura mentale e sociale) medievaleggiante.

Il fantasy non è altro che una continuazione di quello strato culturale e folklorico che citavo, ci porta in un mondo altro, perduto nel tempo e nello spazio e questo forse potevano pensare i primi autori di romanzi storici. È allo stesso tempo un mondo dai toni epici e drammatici, poi strazianti e incredibilmente romantici e dolci, esattamente il mondo letterario archetipico del fantasy classico. Non saprei bene spiegare il confine o il salto tra i due ma a modo suo il fantasy contribuisce all’interessamento nei confronti del medioevo anche se spesso quando si scopre un’epoca sì grande, luminosa e acculturata, ma senza tutti quegli elementi, quasi accusatori, che gli attribuiamo, si rischia di restare delusi. Il medioevo, personificandola, è un’epoca curiosa che con i mezzi a disposizione osserva, analizza e cerca di classificare il mondo attorno a sé, che esso sia affine o nemico della propria cultura. Alle corti francesi del basso medioevo sapevano benissimo che non esistevano i draghi, che re Artù era una finzione e che i cavalieri non erano senza macchia, non navigavano certo nella superstizione come siamo abituati a credere (noi che crediamo all’oroscopo e a cose ben peggiori) eppure le storie si sprecavano su questi temi. Si può dire che il fantasy deriva dal medioevo (che a sua volta guarda all’antico) e dalla sua voglia di conoscere; più tardi non si può delineare un confine preciso ma sappiamo che dalla riscoperta del medioevo nascerà il fantastico proprio partendo da questo e portando a quella commistione di generi che ancora oggi fa tanto scrivere.

Per te la curiosità per il medioevo deriva dal fantasy, oppure è stato viceversa, oppure qualcosa di più sfumato e indiretto?

Mia madre sostiene in continuazione che io sia stata scambiata nella culla dal momento che possiedo questa spiccata curiosità per un tema così datato e polveroso agli occhi dei più; in effetti fin da piccola, io, volevo sapere. Penso che per me, ma come per molti, l’interesse sia partito dal fantastico, un genere ben più accessibile, per poi essere traghettato, complice forse la onnipresente ombra della Sacra e l’avanzamento degli studi a scuola, verso la passione per quest’epoca e per la sua cultura, in parte epurata dal manto fantastico. Questo non elimina la mia passione letteraria per i romanzi storici così come i fantastici, anzi diventa quasi un gioco confrontarsi con le opere di questi generi.

Anche questo sarebbe nel solco della tradizione folklorica europea: secondo tua madre saresti un changeling!

Questo ad ulteriore riprova che quel mondo ci appartiene, e appartiene inconsciamente anche a chi di storia conosce poco e niente. Lì sono le nostre radici, le radici della nostra letteratura, in quel mondo tra il reale e il fantastico che vediamo distantissimo ma che in realtà è del tutto simile a noi, che ci ostiniamo a rinnegare e condannare fino all’ossessione, forse perché ci spaventa quanto quel mondo e quelle persone siano così contemporanee nel loro essere così “medievali” nella migliore accezione possibile del termine.

Miriam, vestita comoda

In fondo questa visione del mondo in cui il fantastico (chiamiamolo così, per semplificare) è escluso è un fatto piuttosto recente. Si potrebbe dire che la letteratura realista sia una semplice corrente (meglio, una eresia) del solco ordinario della letteratura d’ogni cultura: una corrente in cui, diversamente dal solito, il fantastico è escluso.

È un ragionamento giustissimo, dal momento che anche nelle “letterature ufficiali” medievali non mancava mai l’accenno al fantastico e al meraviglioso, anche di matrice divina (si pensi alle agiografie dei santi, alle mitiche fondazioni delle abbazie e alle gesta di re e imperatori). Eppure quella era la letteratura e lo è stata per millenni, a partire dal mondo antico greco, egizio o indiano. Il fantastico poi pare essere stato relegato per un certo periodo alla letteratura per ragazzi o bambini, come se non fosse un tipo abbastanza degno mentre guardando al passato è sempre stato presente, solo con un altro nome, senza una inquadratura precisa di genere. Non saprei darne una spiegazione puntuale, forse il progresso veloce delle scienze ha contribuito a questo.

Jorge Luis Borges affermava, con bonario disincanto sornione, che in fondo la teologia è una branca della letteratura fantastica.

Se per fantastica si intende, a maglie molto larghe, tutto ciò che va oltre il mondo umano e terreno, perché no! D’altronde anche il fantastico ci fa avere fiducia nei nostri eroi che dopo mille peripezie sconfiggeranno il cattivo, ci fa riflettere, pensare, sognare, disperare a volte, guardare al cielo in attesa di un intervento che sta più in alto dell’eroe, nella speranza che tutto questo conduca, prima o poi, a un lieto fine.

È l’eucatastrofe tolkieniana.

È proprio lei. Vengo, qualche settimana fa, da una maratona del signore degli anelli qui in cappella universitaria; con l’aiuto di Daniele abbiamo riflettuto proprio sulle letture teologiche dell’opera di Tolkien, l’eroe umile che ribalta i potenti dai troni, il re, il profeta, il maligno che corrompe. L’intervento per quanto breve ha avuto successo, segno che si parla una lingua comune a tutti.

È questo secondo te il motivo per cui Tolkien è universale?

Tolkien era un grande conoscitore del folklore e della mitologia, come allo stesso tempo lo era del medioevo e seppur nella sua opera abbia ribaltato un po’ il concetto dell’eroe bello, aitante e coraggioso, credo che sì: parli una lingua di tutti e per tutti. Più che parlare a tutti credo parli all’animo più recondito di tutti e che tutti abbiamo in comune come retaggio culturale, laddove si nasconde il bambino che crede alle fiabe, che vuole sconfiggere il drago e salvare la principessa. Tolkien ci dice: guarda, quell’eroe puoi essere tu, nella tua umanità e nella tua imperfezione, scrivi la tua fiaba.

Una celebre espressione di G.K. Chesterton dice (supperggiù: chestertonianamente citiamo a memoria): le fiabe non solo insegnano ai bambini che esistono i draghi: ma che si possono anche battere.

Sono dell’idea che le fiabe insegnino anche ai grandi, se lette nella giusta chiave senza fermarsi al cavaliere che salva la principessa. Chesterton aveva ragione (e chi sarei d’altronde io per dargli torto) ad assumere che la fiabe insegnino non come sconfiggere i draghi ma che è possibile farlo; qualunque sia il drago, dalla verifica di matematica del giorno dopo a problemi ben più gravi, c’è un modo per passare oltre e fin da piccoli è bene impararlo. Certo è che le fiabe insegnano che l’eroe ha bisogno di un aiutante, sia esso un amico, un parente o qualcuno di “più in alto”, di un oggetto magico per superare le difficili prove che il cattivo di turno gli parerà contro, nessuno si salva da solo!

Abbiamo tutti bisogno di essere Frodo e Chisciotte, e di essere i Sam ed i Sancho Panza di qualcuno. Bene, ci avviamo alla conclusione! Ultima domanda: cosa stai leggendo in questo momento?

Come degna conclusione, sto leggendo il bestiario medievale di Pastoreau, un ricettacolo di tutti i testi di questo genere, forse uno di quelli apicali nel campo tra fantasia medievale e storia. Qui si susseguono magnifiche miniature di animali esotici, reali o fantasmagorici, con la relativa spiegazione zoologica (un po’ azzardato come termine per l’epoca, ma efficace) e teologica di tutti gli animali. È un saggio ma estremamente accessibile e godibile, lo consiglio vivamente a tutti, per entrare nel vivo dell’epoca medievale e delle sue credenze, e anche per farsi due risate a guardare come li rappresentavano in maniera buffa!

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