Frate Fosco, di Luisa Paglieri

La nostra Luisa (l’avete letto Fantaxy?) ci regala qui un racconto: corredato di nota storica a seguito. Per chi vuole, lo trovate anche qui da scaricare in pdf, ed a fondo pagina.

“Fra Fiusch! Fra Fiusch!”

Le grida dei monelli, appostati dietro l’angolo di una casa, accompagnavano il passaggio dell’uomo e poi si spensero lentamente. Egli affrettò i suoi passi verso il bosco.

Era alto e magro, quasi emaciato. I lunghi capelli castani incorniciavano il suo volto affilato, sul quale un’ombra di barba metteva una sfumatura di colore scuro.

Filippo dei Conti di Parpaglia, signori di Revigliasco e di molti altri luoghi, però non era un frate e nemmeno un ecclesiastico, era un nobile. I conti di Parpaglia avevano possedimenti qua e là per tutto il Piemonte.

Tuttavia Filippo era molto diverso dagli altri nobili del suo tempo e della sua famiglia, trascurava la caccia e la vita brillante della nobiltà e il suo principale interesse era l’alchimia.

Chiuso nel suo castello a Revigliasco si dedicava a quegli studi profondi e misteriosi e si era guadagnato la fama che lo accompagnava, quella di un misterioso erudito, quasi un eremita. I ragazzi del paese, per cui un uomo istruito era generalmente un religioso, gli avevano appioppato quel nomignolo, “Fra Fiusch” ossia “Frate Fosco”.

Il grido scherzoso echeggiava nel vicolo. Filippo fece un gesto nervoso con il braccio e i monelli corsero via. Sapevano che non sarebbero stati puniti, Filippo non era vendicativo né altezzoso, pur possedendo una grande dignità.

Egli si affrettò ad entrare nel boschetto al limite del paese.

Gli alberi erano suoi vecchi amici e lo accolsero nel loro fresco abbraccio.

Quante volte aveva percorso quel sentiero cercando erbe sconosciute ai più per i suoi studi e le sue distillazioni!

Quel giorno però attendeva una persona.

E questa non tardò ad arrivare. Un passo leggero fece appena scricchiolare rametti e foglie calpestate, poi una mano sottile scostò un ramo e la persona attesa apparve.

Era una ragazza esile, con un bel viso ovale e due teneri occhi azzurri, avvolta in un semplice abito color lavanda. Ma il bellissimo gioiello che le brillava al collo, le maniere raffinate e l’elegante portamento facevano capire che si trattava di una fanciulla appartenente a una famiglia altolocata.

Al lieve rumore, Filippo si voltò e corse verso di lei.

“Violetta! Sei venuta, finalmente!”

La giovane donna sorrise.

“Nonostante la mia indipendenza (diciamo pure la mia insubordinazione), non riesco spesso ad uscire sola. I miei genitori non vedono di buon occhio le mie passeggiate senza neanche la compagnia di una damigella…”

“E porta con te una damigella, allora! Poi la allontaneremo gentilmente, con qualche pretesto… magari la manderemo a cogliere fiori… io vorrei vederti più spesso, ogni giorno!”

“Filippo, la colpa è tua che non frequenti la gente, non vai alle feste…”

“Non ho tempo per queste sciocchezze”, ribattè Filippo.

“Ti isoli troppo con i tuoi studi, sei un eremita…”

“Gli eremiti non si innamorano, Violetta, pensano esclusivamente a Dio.”

I due innamorati erano troppo felici di essere insieme per aver voglia di impelagarsi in una delle loro solite discussioni. La bella giornata, i fiori, tutto parlava loro di felicità.

Tenendosi per mano, uscirono dal folto del boschetto e percorsero un piacevole sentierino che si snodava nei prati. Le colline in primavera erano bellissime, poco lontano scorreva il fiume Po, invisibile da quel luogo ma apportatore di freschezza.

La contessina Violetta Passalado era di una famiglia nobile (benché meno famosa dell’illustre schiatta dei Parpaglia di Revigliasco) e brillava nella società aristocratica per la sua bellezza e gentilezza.

Alle feste dove Violetta era invitata si parlava (e sparlava) di Filippo: “Si dedica all’alchimia!” “Ci sono stati e ancora ci sono parecchi studiosi nella sua famiglia…” “Questo sì, ma si trattava di giuristi. L’alchimia è uno studio pericoloso, può spingere verso l’eresia!”

Le chiacchiere circolavano impietose.

I Passalado volevano che Violetta si sposasse ma lei rifiutava tutti i corteggiatori.

“Ti prego, Filippo” chiese al suo innamorato durante una delle loro passeggiate “ti prego, chiedi la mia mano!”

“Non sei felice così?” chiedeva lui, sorridendo.

“Lo sono, caro, ma la nostra felicità è precaria, segreta… se fossimo sposati tutto sarebbe più facile.”

“Nessuno è sicuro al mondo… e io sono così felice di amarti, anche senza sapere ciò che porterà il domani…”

“Ora ho un altro pretendente… si tratta di un parente dei Malabayla, una potente famiglia  astigiana. Non potrò tenerlo a bada a lungo.”

“Io non sono più giovanissimo, Violetta. Ho parecchi anni più di te e mi dedico solo agli studi. Forse i tuoi genitori non mi giudicheranno un pretendente adeguato” diceva Filippo.

Era vero. La gioventù l’aveva passata a combattere, il mestiere delle armi lo aveva impegnato a lungo come accadeva a tutti i giovani rampolli dei rissosi signori del Nord. In seguito, trascorsa la prima gioventù, si era immerso nei suoi studi.

“E cosa credi, che io sia una bambina?” ribatteva Violetta “La gente comincia a chiedersi perchè non mi sposo! E poi ascolta, amore… smettila con questi studi così tenebrosi, mi fanno paura! Non evocherai mica i demoni, vero?”

Filippo gettò la testa indietro e rise.

“No, cara, nulla del genere! Io studio le proprietà delle pietre, dei minerali… penso che quello che oggi studiamo con tanta difficoltà domani potrà servire a curare le malattie e ad alleviare la fatica degli uomini.”

Violetta, un poco rassicurata, tornava però, ogni tanto, a intavolare la questione del loro matrimonio.

*

La fama di Filippo cresceva, i suoi scritti circolavano in molti degli stati italiani. Ma quell’alchimista misterioso cominciava a dare un po’ troppo nell’occhio anche se di certo non lo avrebbe voluto. Un suo testo sulla Grande Opera fu pubblicato a Lione. E cominciarono a levarsi voci che lo accusavano di magia nera, di negromanzia.

Un giorno la contessina Violetta, che era particolarmente di buon umore perchè aveva convinto Filippo a chiedere la sua mano di lì a qualche giorno, fu avvicinata da una cameriera che le diede un biglietto. “Che cos’è questo, Anna?” chiese Violetta.

“Non lo so, signorina, io non so leggere!” rispose ingenuamente la donna “Un servo del conte Filippo lo ha portato e sa cosa le dico? Aveva una gran fretta!”

Con un cupo presentimento, Violetta aprì il biglietto e lesse. In poche righe confuse Filippo le raccontava che l’inquisizione lo aveva preso di mira: stava facendo ricerche e accertamenti su di lui. La cosa poteva rivelarsi peggiore del previsto, avrebbe potuto essere processato… Aveva quindi deciso di allontanarsi e le chiedeva un ultimo appuntamento per dirle addio.

Violetta si precipitò nel boschetto. Vide Filippo cupo più che mai, finito e ansioso.

Si abbracciarono con disperazione e Filippo disse che non poteva fare a meno di andarsene ma avrebbe fatto avere a Violetta sue notizie prima possibile. Violetta insisteva perchè lui restasse e si offriva di nasconderlo ma fu inutile: Filippo riteneva che la fuga fosse la soluzione più sicura.

“Vuoi che ci sposiamo adesso Filippo? Troverò io un prete disposto a sposarci in segreto, facendo a meno delle formalità!”

Lui le baciò la fronte. “No, cara, non posso sacrificare una donna giovane, le sue speranze…”

“Sacrificare? Ma cosa dici? Io sono disposta ad aspettarti con gioia!”

“Se un’attesa è troppo lunga o senza speranza, può presentarsi un nuovo amore, Violetta.”

“No, mai…” disse lei fra le lacrime.

Ma Filippo fu irremovibile, si sciolse dall’abbraccio, promise di scrivere e si allontanò, una figura grigia che sfumava nella bruma del mattino.

*

Passarono gli anni.

Violetta non ebbe mai più notizie di Filippo e anzi una voce si diffuse: Filippo si era spento in una località della Toscana, dove aveva passato, ritiratissimo, gli ultimi anni.

Violetta qualche tempo dopo accettò di sposarsi con un nobile che era anche un suo lontano cugino, Michele. Egli era un uomo assai sensibile, conosceva la storia dell’amore per Filippo e rispettava l’animo complesso e ferito di sua moglie.

Violetta con quell’uomo intelligente e comprensivo aveva trovato una specie di felicità, la felicità un po’ melanconica di chi ha molto sofferto ed è approdato ad un porto sicuro e tranquillo.

A volte la coppia effettuava lunghi viaggi per visitare parenti e amici e lo spirito di Violetta era rinfrancato da quelle scoperte di nuovi paesi e città. 

Un’estate attraversarono la Francia diretti verso una città dell’ovest di quel paese dove avevano degli interessi.

Attraversarono anche la regione dell’Alvernia dove il dolce suono della lingua d’oc sembrava familiare a Michele, cresciuto nel sud del Piemonte.

Si diceva che quella regione fosse terra di briganti eppure l’aspetto selvaggio di quei luoghi poco popolati affascinò Violetta.

Sentì anche parlare di un famoso monastero dove viveva un monaco famoso per la sua scienza medica. Colpita da uno strano presentimento, fu presa dal desiderio di visitarlo. Giunsero al monastero, una bellissima costruzione: nella chiesa un affresco effigiava un Cristo benedicente.

Violetta chiese il permesso di visitare il sant’uomo di cui le avevano parlato. Le fu risposto che l’uomo era molto malato ma gli sarebbe stato chiesto se intendeva ricevere la signora. Violetta disse il suo nome tremando. Era convinta che si trattasse di Filippo. La risposta affermativa del malato arrivò poco dopo.

Fu ammessa nella cella del frate, poco luminosa ma ben riscaldata. Non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere nell’uomo coricato in un lettino, pallidissimo e dal volto sciupato, il suo antico amore.

“Sei tu, Filippo”, disse piano.

“Ora mi chiamo frate Pietro”, rispose lui in un soffio, “ma un tempo sì, sono stato Filippo dei conti di Parpaglia”

Le lacrime annebbiavano la vista di Violetta.

“Non sei tornato” disse.

“No, qui ho trovato la pace vicino a Dio. Ma tu sei stata il più bel ricordo. Va’ in pace anche tu, Violetta. Di certo non ho mai amato un’altra donna. In questo, ti sono stato fedele.”

*

Così finì la storia di Filippo. Ma a Revigliasco torinese il misterioso alchimista che si aggirava nei boschi è diventato la maschera ufficiale del paese, il protagonista del carnevale locale. Ancora oggi i giovani festeggiano Fra Fiusch, il Frate Fosco.


Ed ecco di seguito, la nota storica:

Il cosiddetto Frate Fosco è un personaggio storico. Non era un frate né un ecclesiastico, ma un nobile della famiglia Parpaglia che aveva vari castelli e feudi sparsi per il Piemonte. Si chiamava Filippo dei conti di Parpaglia di Revigliasco, detti così per distinguerli da altri rami della nobile schiatta.

Era un profondo alchimista e visse nella seconda metà del Cinquecento.

Si aggirava, si dice, nei boschi, incappucciato, spesso di notte, per raccogliere erbe che poi distillava nei sotterranei e nei cunicoli del castello. Si dice che cercasse il famoso oro filosofale, lavorando anche con minerali e altre sostanze.

La gente del popolo lo soprannominò per questo frate Fosco. (La gente spesso assimilava l’uomo colto al chierico).

Suo opere dovrebbero trovarsi in molte biblioteche anche all’estero.

Filippo ebbe una storia d’amore con la contessina Violetta Passavado, anche lei esistita, ma non la sposò mai perché, temendo l’Inquisizione, si trasferì in Toscana o secondo altri in Francia.

Si dice che negli ultimi anni della sua vita si ritirò in un monastero consacrandosi interamente a Dio.

Fin qui le poche notizie storiche. Il successivo matrimonio della Passavado e la sua visita a Filippo morente sono una mia invenzione.

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