Il Palio di Siena, dalla nostra inviata sul posto

Ci piace un sacco il Medioevo, a tutti i noi. E ci piacciono i medievismi, e ci piacciono i medievalismi. E uno dei medievalismi più felici del mondo è il Palio di Siena. Ecco qua un reportage della nostra Miriam Cuatto, che ci parla del “suo” Palio.

Non racconto la corsa, racconto il Palio

Mi perdonerete se dimenticherò qualcosa e non spiegherò tutto, scrivo tra la sera del Palio e la mattina del giorno seguente, con i tamburi festanti della Selva che affollano le piazze, i canti del popolo vittorioso e le campane degli oratori che suonano a distesa, ancora con l’emozione addosso per aver assistito dalla piazza a un evento simile, fin troppo criticato perché ancora poco conosciuto nella sua anima più profonda e sacra; lacrime e abbracci, segno della forza e dell’unione di un popolo. Raccontare il Palio e le sue emozioni, per una senese d’adozione e non di nascita come me è una cosa davvero difficile. Non perché questa gente sia chiusa su sé stessa come spesso li si accusa di essere, anzi sanno rivelarsi davvero brave persone dal cuore grande e dall’animo accogliente, ma perché il Palio e tutto ciò che ci ruota attorno è sacro e sappiamo che spiegare il sacro non sempre è facile.

Entrata dei cavalli alla prima prova (dalle trifore di Palazzo Pubblico)

Cominciamo dal principio: i giorni del Palio, quelle novantasei ore di tensione estrema e palpabile, sono solo l’apice, la punta dell’iceberg, di quella che è la contrada, quel mistico organismo pulsante che ogni giorno lavora per tenere unite le persone e i popoli di una città che è sempre più invasa da orde di turisti. I senesi lo sanno che i turisti portano enormi benefici economici a una città che è sempre stata vocata all’apertura e al transito di cose e persone ma dall’altra temono che questi facciano di Siena una sorta di Disneyland del medioevo, una bella città senz’anima. Invece Siena vive e pulsa tutto l’anno solo grazie alle contrade, litigiose, pittoresche, spettacolari e rumorose, madri che accompagnano i propri figli dall’inizio alla fine della vita, tra il sacro e il profano.

28 maggio, ore 19 circa, le chiarine d’argento del comune richiamano al primo grande momento che apre la stagione paliesca dell’anno: l’estrazione delle contrade che gareggeranno al Palio del 2 luglio, celebrato in onore della Madonna di Povenzano. Sei bandiere sono già posizionate alle trifore inferiori dello splendido Palazzo Pubblico (sarebbero canonicamente sette, ma l’Oca sconta l’ultimo Palio di squalifica) e altre quattro le affiancheranno per completare la rosa delle dieci contrade ammesse alla carriera di luglio. La sorte bacia Istrice, Drago, Torre e Chiocciola: la gioia scoppia tra i popoli radunati in piazza; si aprono i giochi.

Nel mese seguente hanno inizio le visite e gli addestramenti straordinari dei cavalli sotto gli occhi attenti dei capitani di contrada e del comitato comunale che si occupa del Palio, già iniziano le voci sui possibili cavalli e sulle relative monte e ben presto le possibilità si restringono. Dei circa novanta cavalli ammessi alle prime visite, solo dieci pesteranno il tufo di Piazza del Campo e il 29 giugno, sotto il sole cocente dell’una del pomeriggio, dopo le tradizionali prove di notte, la sorte assegna i dieci nomi prescelti dai capitani alle contrade che fremono sul tufo. Un nome spicca immediatamente su tutti gli altri, un cavallo, a dirla tutta una cavalla, che ha vinto l’ultimo Palio dell’Assunta stabilendo un incredibile record di velocità: Violenta da Clodia. Tra i cavalli della tratta spiccano altri nomi conosciuti mentre parecchi sono esordienti. I palchi si popolano, ugualmente gli spicchi della piazza, arrivano i cavalli, il sindaco sale sul palco del comune e le chiarine squillano ancora. Tensione alle stelle, la sera prima, di ritorno da un servizio della banda me l’ha detto il mio amico della Giraffa: “Questa notte nessuno dorme.” La prima ad essere assegnata è proprio lei, l’ultima regina della piazza, Violenta, e la sorte parla in fretta: Selva. In piazza si scatena il finimondo per questo esito e l’animale viene accompagnato alla stalla dove per qualche giorno verrà trattato come un vero tesoro. La Selva ha vinto da poco, nel 2019, sarà in grado di sostenere nuovamente i costi e le strategie che la porteranno alla vittoria? Questa domanda serpeggia immediatamente. Le altre contrade non gioiscono come la prima, anzi alcune si limitano ad andare a prendere il cavallo in religioso silenzio, solo per Viso d’Angelo all’Onda e Zio Frac alla Torre sembra riaccendersi una speranza per una corsa che appare già scritta. Poche ore dopo la conferma che tutti già sapevano, a montare Violenta sarà Giovanni Atzeni detto Tittia, campione dei record degli ultimi quattro pali, fantino sardo-tedesco tanto ambito quanto detestato. Altri nomi vittoriosi popolano il valzer delle monte che ben presto si chiude: Gingillo, Scompiglio, Brigante, Tempesta e altri appellativi pittoreschi.

Prima prova: Chiocciola. Seconda prova: Istrice. Poi il disastro, una violenta acquazzone distrugge parte del tracciato in tufo che circonda la Piazza, laddove devono correre i cavalli che su una superficie simile si farebbero solo più male del previsto. L’esito già si conosce, bandiera verde dalla trifore di Palazzo ovvero non si corre e questo accade per ben due prove con grande malcontento da parte delle contrade che non possono testare sul tufo l’accoppiata cavallo-fantino ottenuta. Al pomeriggio si porta in corteo il Palio, presentato qualche giorno prima, nell’Insigne Collegiata di Provenzano dove viene benedetto dal Cardinale in un momento di intensa sacralità, seguito dal tradizionale lancio dei fazzoletti verso il Drappellone, segno di buona sorte. Prova generale: Onda. La sera delle cene della prova generale alle quali tutti possono partecipare si stimano oltre ventimila persone raccolte attorno ai tavoli delle contrade tra canti e stornelli fino a tarda notte, sotto gli occhi dei turisti stupefatti e parecchio confusi.

2 Luglio, il grande giorno è arrivato. Il suono della campana del Palio, chiamata Sunto in onore della Madonna Assunta, sveglia la città con il suo canto cupo e stonato a causa di una serie di incidenti che nella storia hanno reso così speciale il suono di quelle quasi sette tonnellate di metallo issate sulla torre del Mangia: è Palio. Per le strade non c’è nessun senese, sono tutti chi a pregare chi a sperare nella sorte; viene celebrata la messa del fantino in piazza e si corre l’ultima prova, la provaccia, vinta dall’Aquila, la nonna del Palio che non vince dal ’92, nulla è ancora detto. Già dal primo pomeriggio la piazza inizia a riempirsi, può contenere potenzialmente quarantamila persone ma è impossibile quantificare quanti esattamente fossero. Entro alle 15.30 trovando un’ottima posizione per vedere la mossa e ancor prima dell’arrivo del corteo si vede la barella fosforescente della Misericordia fare avanti e indietro per la piazza a recuperare chi è stato sconfitto dal sole. Scoppia il mortaretto e si sgombera il tufo per il primo grande evento: la carica dei carabinieri a cavallo, confesso che non pensavo fosse una cosa così emozionante ma sarà la presenza di quegli splendidi animali, le alte uniformi che fanno sembrare tutto un po’ Lady Oscar ma quando il capitano ha estratto la sciabola e i cavalli sono partiti alla carica è stato incredibile. Veniva allora il meglio, o il peggio, dipende dai punti di vista: il corteo storico ovvero due ore circa con oltre settecento persone e cinquanta animali a sfilare con le monture, quelli che volgarmente chiamiamo costumi. I più fortunati sono vestiti di lana e velluto, i meno fortunati con le armature di metallo, alcuni sui soprallassi bardati e colorati. Sfilano contrade, cavalieri, balestrieri, magistrati, capitani, corporazioni (Ahimè dovevo esserci anche io nella fanfara ma sono nata donna) fino a fare strada al carroccio, l’ultima sezione del corteo. All’entrata dalla bocca del Casato del grande carro trainato da quattro enormi buoi bianchi di razza chianina la piazza è esplosa, occhi puntati sul Palio issato accanto alle insegne comunali circondato dai trombetti di palazzo.

Selvaioli fuori Provenzano, dopo il Te Deum di ringraziamento alla Madonna
Chiesa della contrada vittoriosa (la Selva) con il Palio esposto

Ci siamo, scoppia nuovamente il mortaretto, escono le comparse ed entrano i cavalli, osannati dai rispettivi popoli, poi, irrealmente, cala un silenzio incredibile. Dal palco del verrocchio scende la busta che contiene l’ordine d’ingresso al canape, l’ultimo colpo di fortuna, o sfortuna, che può colpire una contrada. Il mossiere legge l’ordine: Onda, Torre (del rumore si leva dalla piazza, queste due infatti sono nemiche e non mancheranno di farlo notare), Selva, Istrice, Drago, Tartuca, Aquila, Nicchio, Giraffa e Chiocciola di rincorsa (altro sospiro, la Chiocciola ha la nemica Tartuca in campo ed esiterà a far partire la corsa). I cavalli sono nervosi e i fantini con loro; passa mezz’ora, forse di più ma la Chiocciola non entra, aspetta il momento giusto mentre gli screzi tra Onda e Torre continuano e dalla piazza arrivano grida e fischi. Escono e rientrano più volte, la tensione sale mentre il mossiere invita all’ordine. Finalmente la Chiocciola entra, il mortaretto non scoppia, la mossa è valida, il sole cocente tramonta sul tufo della piazza; ancora Siena trionfa immortale.

Per chi fosse interessato alla gara in sé, ecco qui il video, da Radiosienatv:

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